Le commissioni interne

Le commissioni interne sono state le prime forme di rappresentanza dei lavoratori e nascono in alcune aziende all’inizio del novecento, prima come strutture temporanee legate all’ottenimento di determinate rivendicazioni, in seguito come organismi permanenti definiti da specifici accordi aziendali: i primi accordi furono quelli della Itala di Torino nel 1906, poi quello della Borsalino nello stesso anno e quello Fiat nel 1912 [1]. La loro diffusione, per via contrattuale, si accentuò negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, fino ad arrivare alla loro generalizzazione con i primi concordati [2] collettivi nazionali di lavoro del 1919: normalmente si trattava di organismi che erano eletti solamente dagli iscritti al sindacato (in genere la Confederazione Generale del Lavoro) e naturalmente rispondevano solo a questi dei loro atti negoziali.

L’occupazione delle fabbriche nel 1920

Un elemento innovativo fu il tentativo effettuato durante il cosiddetto “biennio rosso” (1919 – 1920) di introdurre nuove forme di rappresentanza operaia basate sui “commissari di reparto” eletti da tutti i lavoratori. La proposta era appoggiata soprattutto dalle Camere del lavoro di Torino e Milano, ma la nuova forma di rappresentanza, i Consigli di fabbrica, nasceva dalle divisioni interne al movimento operaio: da una parte le impostazioni più radicali del gruppo di Ordine Nuovo e di Antonio Gramsci, che si proponevano di andare oltre la semplice rappresentanza sindacale e si ispiravano ai Soviet operai costituitisi dopo la rivoluzione russa; dall’altra la maggioranza della CGdL che non era disponibile a seguire questa strada di forte politicizzazione della rappresentanza operaia e che accettava la nuova struttura di rappresentanza se subordinata alle commissioni interne e alle linee di politica rivendicativa decise dal sindacato.

La sconfitta della lotta operaia, culminata con l’occupazione delle fabbriche di Milano e Torino nel 1920, ebbe come conseguenza anche la fine di questa esperienza, mentre il successivo avvento del fascismo, nel 1922, comportò una restrizione delle libertà democratiche e sindacali, sino ad arrivare alla soppressione delle commissioni interne nel 1925 [3]. Probabilmente il regime arrivò a questa determinazione poiché non aveva gradito la clamorosa sconfitta dei sindacati fascisti nelle elezioni di commissione interna del 1924. Le funzioni delle commissioni interne furono demandate ai locali sindacati fascisti, mentre gli stessi fiduciari di fabbrica dei sindacati fascisti non furono riconosciuti dalle aziende fino al 1939, in ogni caso avevano un ruolo oggettivamente subordinato ai poteri aziendali. Lo stesso sistema corporativo introdotto dal regime fascista prevedeva una sostanziale subordinazione dei rappresentanti dei lavoratori agli interessi delle aziende.

Le commissioni interne furono ricostituite nel 1943 dal governo Badoglio, durante quel breve periodo che intercorse tra la caduta del fascismo e la dichiarazione dell’armistizio (24 luglio – 8 settembre). Il governo Badoglio nominò alcuni dirigenti sindacali, rientrati dal confino, commissari delle disciolte organizzazioni sindacali fasciste e il 2 settembre 1943 fu raggiunto un accordo di ricostituzione delle commissioni interne, tra Bruno Buozzi in rappresentanza dei sindacati e Giuseppe Mazzini per la Confindustria. L’accordo stabiliva l’elezione delle commissioni interne da parte di tutti i lavoratori nelle aziende con più di 20 addetti, con l’applicazione del principio della rappresentanza proporzionale. La commissione interna era istituita anche per gli impiegati, con un apposito collegio elettorale, quando questi superavano le 20 unità.

I compiti e i poteri della commissione interna, definiti nell’accordo, erano molto più ampi di quelle di età pre-fascista e, con un giudizio a posteriori, anche di quelli che saranno stabiliti dagli accordi degli anni seguenti. Essi, infatti, andavano dal controllo sull’applicazione dei contratti nazionali e dei regolamenti interni, alla contrattazione aziendale, alla possibilità di tentare la conciliazione delle controversie individuali, alla possibilità di formulare proposte sull’organizzazione del lavoro, alla partecipazione all’amministrazione degli enti aziendali sociali o previdenziali. Nell’insieme l’accordo disegnava un organismo con ampi poteri che doveva svolgere una funzione di collegamento tra il sindacato e i lavoratori e anche esprimere, “su richiesta della locale associazione sindacale dei lavoratori[4], il parere in merito a contratti collettivi di carattere generale. Quindi l’unica forma di consultazione prevista per gli accordi nazionali o territoriali era il parere, non vincolante, delle commissioni interne interpellate, che avevano il compito di riportare le opinioni diffuse tra i lavoratori. Gli avvenimenti successivi all’8 settembre non consentirono l’applicazione dell’accordo, anche se il ricostituito regime fascista, bisognoso di riconquistare consensi tra i lavoratori, riconfermò l’istituzione delle commissioni interne e indisse le elezioni nelle aziende alla fine del 1943. Queste prime elezioni furono boicottate, con qualche successo, dalle organizzazioni clandestine che si opponevano ai fascisti e all’occupazione tedesca. Le elezioni divennero un fatto fisiologico dopo la liberazione: con cadenza annuale i lavoratori si esprimevano a voto segreto sulle liste presentate dalle organizzazioni sindacali e potevano esprimere alcune preferenze sui nomi presenti in lista.

Nei primi mesi dopo la fine della guerra le commissioni interne ebbero un ruolo importantissimo all’interno delle aziende per effetto della caduta di autorità delle direzioni aziendali, i cui dirigenti spesso erano sottoposti a processi di epurazione per la collaborazione prestata con il regime fascista.

Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil

L’istituto delle commissioni interne fu rinegoziato con un nuovo accordo tra la Confindustria e il ricostituito sindacato unitario, la Cgil, il 7 agosto 1947. Il nuovo accordo stabiliva che la costituzione delle commissioni interne era possibile nelle aziende con più di 25 addetti, ma non prevedeva più la possibilità di una funzione contrattuale delle stesse. Il nuovo accordo assumeva un’impostazione molto diversa rispetto a quello del 1943: le commissioni interne erano considerate soprattutto nel loro ruolo di rappresentanza dei lavoratori restringendo i loro compiti e eliminando le formulazioni che stabilivano il loro compito di collegamento tra sindacato e lavoratori. In compenso il nuovo accordo stabiliva alcuni poteri d’intervento che limitavano l’arbitrio aziendale in merito ai licenziamenti collettivi e individuali. Analoghi accordi interconfederali furono sottoscritti in seguito con le altre associazioni imprenditoriali (commercio, credito, trasporti ecc.).

Il processo di riduzione dei poteri attribuiti alla commissione interna continuerà anche in seguito e si accentuerà per effetto della scissione sindacale del 1948. Un successivo accordo interconfederale dell’8 maggio 1953 prevedeva un forte ridimensionamento dei poteri attribuiti alla commissione interna e portava a 40 il numero dei dipendenti necessario per la sua costituzione.

L’ultimo accordo interconfederale sulle commissioni interne è del 18 aprile 1966 e ancora oggi è formalmente in vigore [5]. Nell’insieme ha sostanzialmente riconfermato le norme precedenti limitandosi a cambiare la periodicità elettorale che è diventata biennale,

La progressiva riduzione dei poteri della commissione interna non era solamente causata dalla riaffermazione del potere imprenditoriale all’interno delle aziende che, con la ricostruzione dell’apparato produttivo, chiedevano di avere mano libera nella gestione interna, ma anche dalla particolare concezione del sindacalismo confederale che avocava a sé tutte le scelte riguardanti la politica rivendicativa. Si deve ricordare, infatti, che negli anni successivi al 1945 la Cgil praticava una rigorosa centralizzazione contrattuale che lasciava poco spazio alla contrattazione di categoria. Non solo, le iniziative contrattuali delle commissioni interne erano viste con sospetto e spesso osteggiate, essendo considerate come l’emergere di un sindacalismo “aziendalista” che comportava la rottura dell’unità della classe operaia. In questa concezione è il sindacato esterno che rappresenta genuinamente gli interessi e l’unità della classe operaia, mentre strutture come le commissioni interne erano considerate come inevitabili portatrici di interessi particolari e delle esigenze delle singole direzioni aziendali. Si deve aggiungere che anche Cisl e Uil, pur non avendo la concezione “classista” della Cgil, pretendevano lo stesso di mantenere un forte controllo sui processi negoziali.

Negli anni ’50 il dibattito sul ruolo e la natura delle commissioni interne, in particolare sul loro carattere o meno di organismi sindacali, divise gli esperti di diritto [6]. Gli stessi statuti dei sindacati confederali sembravano orientati verso la negazione del carattere sindacale dell’istituto: quelli della Cisl e della Uil non affrontavano il problema, mentre quello della Cgil, l’unica organizzazione che si era pronunciata a favore di un loro riconoscimento giuridico, stabiliva: “La Commissione Interna non è un organismo specifico del sindacato in quanto non è di sua emanazione diretta”. La tesi della Cgil era che i compiti delle commissioni interne dovevano essere rigidamente disciplinati escludendo il diritto alla contrattazione aziendale, che doveva essere invece di pertinenza del sindacato e delle sezioni sindacali in azienda. Non deve stupire, quindi, che gli accordi interconfederali limitassero le funzioni delle commissioni interne. Per gli stessi motivi i sindacati non rivendicarono neppure il riconoscimento delle strutture organizzative (commissari di reparto e collettori) che le commissioni interne avevano costruito all’interno delle aziende più grandi. In realtà questi organismi spesso esercitavano una funzione negoziale importante, al di là di quanto previsto dagli accordi interconfederali, i loro membri erano i migliori quadri sindacali esistenti all’interno delle aziende, quelli che effettivamente garantivano il rapporto con i lavoratori e gli iscritti.

In quel frangente le confederazioni sindacali tentarono di introdurre una forma di dualismo nella rappresentanza con la costituzione delle sezioni sindacali aziendali. Sia pure con tempi diversi [7] tutte tre le confederazioni fecero il tentativo di insediare questi organismi che avevano il compito di rappresentare gli iscritti ai sindacati nelle aziende e gestire la contrattazione. In altre parole, il dualismo della rappresentanza consisteva nell’affiancare alle commissioni interne, che rappresentavano i lavoratori, un altro organismo in rappresentanza dei sindacati, le sezioni sindacali. Questi organismi, che erano costituiti dagli iscritti al sindacato all’interno delle aziende, ebbero una vita stentata e fallirono sostanzialmente l’obiettivo di essere i gestori della contrattazione, anche perché le aziende si opposero decisamente a un riconoscimento formale della loro funzione.

Si deve però rilevare che esisteva una contraddizione evidente tra le regole definite dalle organizzazioni sindacali negli accordi interconfederali e la pratica negoziale concreta delle commissioni interne, che andava oltre a quanto prevedevano gli statuti sindacali e le normative concordate. Uno degli elementi che portarono alla sconfitta della Fiom nelle elezioni di commissione interna alla Fiat, nel 1955, fu proprio l’impostazione strategica della Cgil, basata sulla centralizzazione delle politiche rivendicative e sull’ostilità dimostrata nei confronti delle iniziative rivendicative delle commissioni interne. Si deve considerare, infatti, che la Fiom aveva ottenuto la maggioranza assoluta alle elezioni di C.I. dal 1948, ma il palese conflitto tra la Cgil e la pratica organizzativa e negoziale delle commissioni interne Fiat creava un’evidente contraddizione, che determinava una crisi nel rapporto con i lavoratori, su cui fece leva l’azione repressiva della Fiat.

Nei primi giorni di agosto del 1953 la Fiat dichiarò che le sedi interne delle C.I. sarebbero state chiuse e i membri di C.I. non avrebbero più potuto fruire del “distacco”, ma avrebbero dovuto restare vincolati al posto di lavoro: si trattava di una mossa che aveva l’evidente scopo di limitare la possibilità della C.I. di circolare nei reparti e mantenere un rapporto con i lavoratori. Le lotte sindacali che si svilupparono a difesa dei diritti sindacali vennero “agganciate” alle rivendicazioni aziendali sulle condizioni di vita e di lavoro. I risultati saranno limitati sia per le divisioni tra le organizzazioni sindacali, sia per l’impostazione confederale ancora decisamente legata a criteri di omogeneità rivendicativa e caratterizzata da un forte accentramento contrattuale che lasciava pochi spazi allo sviluppo delle rivendicazioni aziendali.

Giulio Pastore, segretario della Cisl

Nei fatti le Confederazioni non si impegnarono sul terreno della difesa delle C.I. e delle strutture sindacali di fabbrica, con inevitabili effetti negativi che sarebbero stati più evidenti in seguito: lo stesso accordo interconfederale dell’8 maggio 1953, che regolamentava le C.I., in realtà stabiliva strumenti di tutela per le situazioni più deboli del mondo operaio, ma era molto arretrato e limitativo rispetto a quello che era stato conquistato dove il sindacato era forte, perciò fu salutato con favore dalle organizzazioni imprenditoriali. L’iniziativa Fiat, tendente a limitare le possibilità di movimento delle C.I., partiva probabilmente da un mancato accordo del 1952, che avrebbe assegnato un monte ore ai collettori e operava il distacco completo di alcuni membri di C.I. per il lavoro organizzativo. L’accordo non era stato concluso per l’opposizione della Fiom Nazionale e del Pci: questi contrasti avevano probabilmente indicato all’azienda un possibile obiettivo da colpire.

Dopo le limitazioni di movimento imposte alla C.I., il passo successivo della Fiat fu la revoca ai collettori sindacali delle ore di permesso che avevano a disposizione, imponendo la comunicazione formale dei nominativi: ciò significherà che i collettori della Fiom saranno trasferiti di posto in breve tempo e molti di loro inseriti nelle liste dei licenziamenti. La distruzione della rete dei collettori privò la Fiom di uno strumento organizzativo fondamentale per la comprensione dei problemi della fabbrica e per mantenere un rapporto costante con i lavoratori. Inoltre, in seguito si scoprirà che gli ostacoli posti ai membri di C.I., nel muoversi all’interno dei reparti, valevano soprattutto per quelli della Fiom, mentre gli appartenenti alle altre Confederazioni avevano molta più libertà di movimento. Nel settembre del 1953 la Fiom aveva presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Torino sulle gravi limitazioni delle libertà sindacali e sui sistemi di sorveglianza e inquisizione adottati dalla Fiat nei confronti dei militanti sindacali, ma la denuncia fu rapidamente archiviata.

Nel frattempo la Cisl, nel febbraio del 1953, aveva abbandonato definitivamente la prospettiva della cogestione e rafforzava la linea della contrattazione aziendale del salario a integrazione della contrattazione nazionale. La Cgil invece conferma la sua linea sulla contrattazione globale delle retribuzioni, come modello di relazioni industriali in funzione del progresso economico italiano.

Nel 1954 avviene la prima scissione del gruppo guidato da Edoardo Arrighi, che assunse la denominazione di Liberi Lavoratori Indipendenti (L.L.I.). Questi erano stati espulsi dalla Fim per non aver aderito a uno sciopero generale nazionale del 1954, relativo alla vertenza sulla perequazione e sul conglobamento, con un comunicato che invitava i lavoratori a non scioperare. Nel 1955 la scissione rientrerà con la riammissione di Arrighi e gli altri nella Cisl: era un’opinione corrente tra i quadri di fabbrica della Fim che la Fiat si fosse adoperata per far rientrare la scissione. Tuttavia Carlo Donat Cattin, allora dirigente della Cisl torinese e successivamente prestigioso dirigente democristiano, definì un errore della Cisl la riammissione del gruppo di Arrighi, per le collusioni di questo con la Direzione aziendale: su questa complessa vicenda Donat Cattin dimostrò in più occasioni una grande linearità di giudizio e di azione. In effetti, il reinserimento del gruppo avvenne senza risolvere i problemi d’impostazione rivendicativa e organizzativa che avevano motivato la prima espulsione; infatti, nel 1958 la Cisl deciderà la definitiva espulsione di Arrighi e del suo gruppo, che si costituiranno, inizialmente, nei Liberi Lavoratori Democratici (L.L.D.) e in seguito formeranno il Fismic-Sida.

Nel mese di maggio del 1954 la Fiat scioglie il consiglio di amministrazione della Malf, la mutua aziendale che erogava l’assistenza sanitaria ai dipendenti e ai loro familiari, che era eletto dai lavoratori, assumendo direttamente la gestione dell’ente [8], sempre nell’ottica di avere a disposizione tutti gli strumenti utili a esercitare un controllo totale sui lavoratori.

Nel corso del 1955 la contrattazione affronta dei temi molto delicati, legati all’assegnazione dei tempi di lavoro: è opportuno ricordare che nel febbraio del 1955 era stata presentata la nuova vettura “600” che, oltre a diventare un grande successo commerciale, rappresentava un decisivo avanzamento organizzativo e tecnologico nella realizzazione della produzione di massa e del modello fordista.

Fiat: Elezioni di Commissione Interna dal 1948 al 1968
anni Fim Fiom Uilm Altri
% voti eletti % voti eletti % voti eletti % voti eletti
1948 21,4 35 75,9 98 - - 2,7 7
1949 24,6 39 71,7 99 2,2 3 1,5 6
1950-51 24,2 44 69,4 103 6,6 8 - -
1952 23,7 44 65,2 100 10,3 13 0,8 9
1953 23,3 43 65,0 100 11,4 15 0,3 2
1954 25,4 45 63,2 100 11,3 13 0,1 2
1955 40,5 93 36,7 55 22,5 40 0,3 4
1956 47,2 111 28,8 45 23,9 46 0,1 2
1957 50,0 114 21,4 34 28,5 57 0,4 -
1958 12,9 15 25,3 36 28,3 58 33,4 82
1959 16,6 31 21,2 30 26,4 55 35,7 84
1960 16,4 34 22,2 31 27,4 58 34,0 82
1961 15,9 34 24,8 37 29,4 61 29,9 71
1962 15,1 29 26,9 31 32,6 61 29,9 65
1963 17,1 35 29,6 43 24,9 58 28,4 65
1964 15,7 33 22,1 34 27,8 65 34,4 70
1965 15,4 33 21,6 32 28,8 67 34,1 70
1966-67 13,8 35 26,6 41 31,1 76 28,5 64
1968 13,1 36 31,4 56 28,1 72 27,4 68

La politica dei licenziamenti e della discriminazione sindacale e le stesse divisioni sindacali avevano preparato la sconfitta alle elezioni di C.I. del marzo 1955, dove la Fiom perde la maggioranza assoluta mantenuta fino a quel momento.

Alle elezioni si era giunti in un clima di acuta divisione e competizione sindacale, con pesanti interventi aziendali nella campagna elettorale, che erano stati anche esplicitamente richiesti dal governo USA tramite la propria ambasciatrice in Italia, Clara Luce. Nei fatti la Fiom non era riuscita a presentare le liste dei candidati in alcune sezioni Fiat; tuttavia le dimensioni della sconfitta sono inattese e determinano uno sbandamento notevole tra le fila della Fiom: molti militanti abbandoneranno successivamente ogni attività sindacale, anche per le dimensioni assunte successivamente dalla propaganda terroristica contro i comunisti e la Fiom.

La tabella, tratta da “Gli anni duri alla Fiat” di Emilio Pugno e Sergio Garavini, illustra i risultati elettorali raccolti dalle diverse organizzazioni sindacali nelle elezioni di C.I. in Fiat e mette in evidenza il cambiamento dei rapporti di forza che si realizza nel 1955, dove la percentuale dei voti raccolti corrisponde alla percentuale degli iscritti Fiom. Negli anni successivi la situazione degli iscritti e dei voti peggiorerà ulteriormente, in particolare la consistenza organizzativa sarà nettamente inferiore ai voti raccolti. Solo nel 1968, alla vigilia dell’autunno caldo, la Fiom è tornata ad essere il sindacato di maggioranza relativa, in quella che è stata l’ultima elezione di Commissione Interna.

In ogni caso la sconfitta alla Fiat ebbe una prima conseguenza interna con la sostituzione dei segretari responsabili della Fiom (quello di Torino e quello nazionale). In questo caso la “punizione” presentava aspetti di ambiguità: veniva, nei fatti, rimosso sia chi aveva rappresentato il tentativo di innovare la politica rivendicativa (il segretario della Fiom torinese), sia chi rappresentava la concezione più tradizionale del sindacato.

Nelle valutazioni della Cgil e della Fiom (e anche del Pci), però, le cause della sconfitta non furono imputate solamente alle politiche antisindacali della Fiat, ma furono denunciati anche gli errori di strategia sindacale che avevano favorito la sconfitta stessa. Nel direttivo della Cgil del 27 e 28 aprile 1955, Di Vittorio fu molto netto nel dichiarare che il punto principale non era solamente la denuncia della politica repressiva della Fiat, ma era necessario individuare gli errori e i limiti della Cgil, che avevano portato al distacco con i lavoratori:

Dobbiamo dire chiaramente ai lavoratori, che anche per i nostri errori il padronato ha potuto portare molto avanti la sua politica di terrorismo e coazione. Dobbiamo dare la prova ai lavoratori che la CGIL ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, di esaminare la propria azione, di scoprire e di denunciare apertamente i propri errori e di fare appello agli stessi lavoratori perché ci aiutino con il loro consiglio, con le loro esperienze, a superare questi errori, queste difficoltà, queste deficienze, e quindi a trovare assieme la strada che ci deve permettere di andare avanti.”.

Dopo la storica autocritica, Di Vittorio agì per portare la Cgil su nuove posizioni, ricomponendo un acceso dibattito interno che vedeva una parte del gruppo dirigente sindacale sostenere che la contrattazione aziendale avrebbe minato l’unità di classe dei lavoratori, aprendo la strada a forme di aziendalismo corporativo; mentre la parte più “giovane”, tra cui Lama, Trentin, Foa, Brodolini, Boni, con l’appoggio di Novella, sosteneva la necessità di adeguare la contrattazione nazionale alle singole e specifiche condizioni di lavoro, soprattutto in materie di carattere aziendale, quali l’orario, l’inquadramento professionale, i cottimi e la tutela della salute; ponendo il problema di studiare le modifiche dell’organizzazione del lavoro. Su queste posizioni era schierato l’intero gruppo dirigente della Cgil e della Fiom di Torino: Sergio Garavini, Emilio Pugno, Aventino Pace, Sergio Musso, Gianni Alasia, Beppe Muraro, Aldo Surdo.

Da parte sua Aris Accornero nell’esaminare il diario quotidiano di C.I., da lui stesso tenuto nel 1953 [9], sosteneva che nei militanti sindacali della Cgil e del Pci di quegli anni esisteva “una divaricazione tra dovere politico e interesse economico” e ciò portava a una irrisolta doppiezza tra rifiuto del sistema e pratica accettazione su come il padrone organizzava il lavoro:

“… ad una lotta serrata e instancabile contro decisioni, politiche ed espressioni del predominio capitalistico sul sistema sociale, si accompagna una contestazione blanda – non esplicita, non sistematica, non articolata – del potere di comando padronale sul lavoratore al lavoro”.

Secondo Accornero la causa principale di questa contraddizione irrisolta sta proprio nella “perifericità” della fabbrica nella strategia sindacale, della mancanza di una specifica elaborazione sulle condizioni di lavoro. In altre parole le ragioni della sconfitta dovevano ricercarsi negli anni precedenti al 1955, nella rigida centralizzazione rivendicativa e nel sospetto con cui erano considerate le rivendicazioni aziendali da parte della Cgil e dei partiti di sinistra.

È necessario aggiungere che nella seconda metà degli anni ‘50 e soprattutto negli anni ’60 vi fu un processo di rinnovamento delle strategie sindacali. In particolare la Cgil, anche per effetto della riflessione autocritica aperta dopo la sconfitta alla Fiat del 1955, abbandonò la rigida centralizzazione rivendicativa e progressivamente (formalmente dal congresso del 1960) si avvicinò alle posizioni della Cisl sulla necessità di praticare forme di contrattazione decentrata.

Queste scelte, proprio a Torino, hanno prodotto uno sforzo di ricerca e di elaborazione che ha dato spazio a contributi di intellettuali di grande spessore come Ivar Oddone. Si è così attenuata qualsiasi influenza aziendalistica e si è affermata la nuova concezione della “non delega”.


[1] Adolfo Pepe, Pasquale Iuso, Fabrizio Loreto – La Cgil e il novecento italiano, Ediesse, 2003, pag. 34.
[2] Così erano allora definiti i contratti collettivi.
[3] Il “Patto di Palazzo Vidoni”, che aboliva le commissioni interne, fu sottoscritto tra la Confindustria e il sindacato fascista il 2 ottobre 1925; in seguito l’abolizione fu sancita dalla legge 3 aprile 1926, n. 563. La legge stabiliva il riconoscimento giuridico dei sindacati fascisti quali unici detentori della contrattazione collettiva.
[4] Art. 4, lettera f) del citato accordo del 2/9/43.
[5] Le date degli accordi interconfederali citate si riferiscono al settore dell’industria, mentre per gli altri settori ci sono stati degli accordi analoghi, di poco successivi.
[6] Giorgio Benvenuto – Natura e funzioni della Commissione Interna, Quartara, 1960, pag. 30.
[7] La Cisl fu la prima a istituire questi organismi (1953) in coerenza con la sua concezione che individuava l’azienda come una sede importante per l’attività sindacale.
[8] In realtà il nuovo Consiglio di amministrazione era composto pariteticamente da 5 rappresentanti aziendali e 5 scelti dalla C.I., ma nei fatti la gestione aziendale era ormai preminente.
[9] Aris Accornero – Gli anni ’50 in fabbrica. De Donato, 1973. Aris Accornero è stato operaio negli anni cinquanta alla Riv di Torino e membro di C.I. prima di essere licenziato per rappresaglia nel 1957.