Perché abbiamo vinto, perché abbiamo perso

Vogliamo aprire, su questo sito, intanto per questi anni, uno spazio per una riflessione aperta a tutti e libera, sulle principali ragioni che hanno determinato, nell’autunno caldo e nella prima parte degli anni ’70, straordinarie conquiste del movimento dei lavoratori. Convinti che, capire perché e come abbiamo vinto, ci aiuterà poi anche a capire meglio perché abbiamo perso e anche a discutere come tutto ciò può essere utile all’azione di oggi. Suggeriamo, per cominciare, un primo sommario elenco di riflessioni, articolato per punti. Non crediamo che siano esaustivi e tanto meno che siano la verità, però crediamo che questo primo elenco possa aiutarci nella discussione e nei successivi approfondimenti. (Toni Ferigo, Paolo Franco, Gianni Marchetto, Piero Pessa). nov 11, 2009

I nostri punti chiave

Perché abbiamo vinto

1. Tra i primi fattori di successo sicuramente va messa quella che possiamo chiamare “ la cultura della contrattazione”. Quella che ci ha portato, al momento giusto, alla preparazione delle vertenze del ’69 alla Mirafiori, che hanno consentito la conquista dei delegati, prima del contratto dell’autunno. Cosa c’era dietro? Tantissime cosa che ora citiamo in modo disordinato e per titoli, ma che andrebbero dipanate con più calma e con maggiore documentazione: La coscienza che non c’era più l’ora X, che l’ora X era il presente e che il futuro ce lo dovevamo conquistare nella testa della gente. La coscienza, per alcuni di noi, che la realtà dei paesi socialisti non poteva essere il nostro modello. Questo insegnamento ci veniva quotidianamente da personaggi come Trentin, Pugno, Pace, Garavini, Foa e dal confronto tra diverse tradizioni e culture sindacali che, come ebbe a dire Trentin al Convegno Gramsci 1962, non erano nemici, ma interlocutori. A partire dal ’55, si avvia la costruzione, lenta, a volte contraddittoria, sicuramente contrastata, di un modello contrattuale che è passato attraverso varie tappe ed esperienze, dagli elettromeccanici di Milano, al contratto del ’62 con la conquista dei diritti alla contrattazione in fabbrica. Dietro a queste vicende, non va dimenticato c’era la creazione dell’Intersind da parte delle aziende PPSS, con la rottura della Confindustria e, sull’altro versante, i dissensi nel PCI e nella Cgil a proposito del giudizio sul capitalismo italiano e sulla fase dello sviluppo del Paese (vedi il convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano ed il litigio tra Amendola e Trentin). Ma ancora lo sforzo di grandi teste pensanti, tra cui spicca quella di Ivar Oddone, per costruire un modello di analisi della condizione di lavoro, facilmente utilizzabile dagli operai in rapporto alla loro condizione di lavoro. Non dimentichiamo che da qui nasce, non solo una nuova impostazione sulla salute e sulla prevenzione e, secondo me anche più in generale sulla medicina, ma anche la teoria e la pratica del gruppo omogeneo e della “non delega” che hanno segnato così profondamente tutte le nostre esperienze successive. Non delega e validazione consensuale che erano l’antitesi di quel “leninismo” di bassa lega che albergava nella testa di tanti: “io sono la tua coscienza, tu devi imparare da me.”. Anche l’incontro con chi leninista non era, neppure di bassa lega, che sosteneva: “L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi”, attingendo, forse inconsciamente  al cosiddetto anarco-sindacalismo.

2. La grande spinta al cambiamento che si andava sviluppando, non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Evidente nei movimenti degli studenti, da Berkeley, al maggio francese, al movimento italiano. Ma evidente anche nello sviluppo dei movimenti di liberazione, Vietnam in primo luogo, ma anche Africa (Algeria, Angola, Mozambico, Sud Africa) e Asia. I poveri e piccoli che con la loro intelligenza mettevano in difficoltà e spesso sconfiggevano le grandi potenze mondiali. Cose che hanno colpito la fantasia e la intelligenza delle giovani generazioni che in quegli anni sono diventate protagoniste del cambiamento. La grande maggioranza di quanti sono arrivati a Torino e dintorni in quegli anni, erano infatti giovani e lo abbiamo visto quando sono iniziate le lotte. E anche episodi che sembrano minori, come la scuola di Barbiana, la fine dell’unità politica dei cattolici, la dichiarazione di autonomia delle ACLI e i suo impegno per l’unità sindacale, hanno contribuito a questa crescita. In qualche modo ci si sentiva parte di un movimento più vasto dei confini tradizionali, che cambiava riferimenti e valori, dalla scuola alla famiglia, e ovviamente anche alla fabbrica. Molte di queste suggestioni sono state amplificate, davanti alla Mirafiori, da una presenza massiccia, a volte asfissiante, di giovani studenti e di una miriade di gruppi diversi.

3. La situazione economica, assolutamente favorevole, per lo sviluppo che sembrava non potersi arrestare, con una crescita continua dell’occupazione. Questo creava una sicurezza che non vi era stata in periodi precedenti e che non si è mai ripetuta negli anni successivi. Poche erano le preoccupazioni sul lavoro e ancor meno rilevanti nei giovani che, anche se lontano da casa, da emigranti o immigrati che dir si voglia, entravano al lavoro per la prima volta. Certo questo ha contribuito e non poco, a superare le paure che si erano create, anche alla Fiat, negli anni della repressione vallettiana, contro i “comunisti distruttori”. Non erano cose poi tanto lontane. Molti di noi ricordano ancora, per le elezioni di CI della fine ’68, le peregrinazioni con Pugno, Pace e gli altri dirigenti della Fiom, nelle valli piemontesi, alla raccolta delle firme per la lista di “sostegno” che doveva essere presentata come condizione per validare la lista della Fiom. Ogni defezione, che poteva arrivare per i ricatti della Fiat, poteva far saltare tutto.

4. La straordinaria spinta unitaria, partita nella metà degli anni ’50, che si è consolidata in quegli anni, e che ha progressivamente portato ad una vera e propria condivisione delle scelte politiche e della gestione quotidiana. La estrema facilità con cui è stata compiuta, dai responsabili di Fim, Fiom e Uilm di Mirafiori, la scelta della elezione su scheda bianca dei delegati che si erano conquistati con l’accordo di giugno ’69 sulla regolamentazione delle linee di montaggio, è la prova della solidità che aveva raggiunto il rapporto unitario. Certo, quella del delegato, è stata una scelta coraggiosa e una scommessa alta, che ci ha consentito di riconquistare un canale efficacissimo nel rapporto con i nuovi militanti e con tutti i lavoratori, che ha imposto la credibilità del sindacato unitario nel rapporto con la miriade di gruppi che agivano attorno alla Mirafiori e che ha consentito di affrontare la successiva battaglia contrattuale, con uno strumento che ha consentito il governo delle lotte. Si è innescato un processo verso l’unità sindacale assai forte e molto accelerato, che ha influenzato e non poco anche le stesse dinamiche politiche. Da questo punto di vista, la scelta del delegato, prima del contratto, e proprio alla Mirafiori, è stato, diciamolo, un vero colpo di fortuna. Nessuno di noi poteva prevedere, allora, tutte le conseguenze di quella decisione.

5. Proprio i due fattori, della “cultura contrattuale” e della spinta unitaria, così consolidati in tutto il gruppo dirigente, hanno consentito che, almeno per i primi anni ’70, il delegato fosse davvero strumento per la soluzione dei problemi dei lavoratori nelle officine, e strumento la cui forza derivava dal coinvolgimento quotidiano di tutti i lavoratori della squadra. Non vi era nulla di ideologico, almeno nella nostra impostazione e nella nostra pratica. Proprio l’esperienza sulle linee di montaggio e nelle officine di grande serie, come rivelano le “istruzioni al sosia” riprodotte nei capitoli 4 e 5 del libro di Oddone “Esperienza di classe, coscienza operaia e psicologia del lavoro” (frutto di un seminario di circa sei mesi all’Università di Torino), ci dice quanto fosse radicata la convinzione che il miglioramento della condizione di lavoro andasse accoppiata al buon funzionamento della fabbrica e della produzione. Certo alla condizione di utilizzare a pieno l’intelligenza e l’esperienza dei lavoratori. Ed è proprio questo che non si è consolidato in un nuovo modello di relazioni sindacali. Né si può dire che ci fosse grande entusiasmo nello schieramento “progressista”. Contrarie la Cisl e la Uil, assai tiepida la Cgil. Sprezzante (e un po’ stupido) lo slogan di Lotta Continua : “il nostro delegato è il corteo!”. Drastico il giudizio di Pino Ferraris, allora segretario del Psiup di Torino, che accusava i metalmeccanici di vergognoso cedimento per aver trasformato i delegati in organismo contrattuale, piuttosto che nei soviet per la rivoluzione socialista. Significativa la discussione con Vittorio Foa che sostenne l’impostazione sindacale, sostanzialmente contrario il Pci che, alcuni giorni prima dell’accordo di giugno, uscì con un volantino che sostanzialmente diceva: “ma cosa sono questi delegati? Chiedete quattrini!”. Uno dei pochi a capire la portata e l’importanza di quella rivendicazione, nei comunisti torinesi, è stato Adalberto Minucci.

Perché abbiamo perso

6. Per prima cosa la crisi. Arrivata con l’aumento vertiginoso dei prezzi petroliferi nel ’73. Sono cadute certezze nella testa dei lavoratori e delegati. Il sindacato e la sinistra non hanno dimostrato una cultura capace di intervenire nel merito dei processi. Abbiamo reagito, certo, anche con forza e a volte con intelligenza, come nella contrattazione degli investimenti o nella cosiddetta prima parte dei contratti. Però non era sufficiente. La dinamica effettiva delle logiche del padronato, passate attraverso fenomeni giganteschi di esternalizzazione e di frantumazione produttiva, societaria e finanziaria, ci ha spiazzato. Siamo stati costretti sulla difensiva, senza nemmeno capire troppo a fondo che cosa stava succedendo. E ha cominciato una divisione tra chi era contrario a prescindere e chi invece era favorevole comunque alle proposte padronali. Senza una autonoma capacità di giudizio e di proposta sia sulle scelte industriali che soprattutto sulle scelte finanziarie e sulle politiche monetarie. Basta pensare al ruolo avuto allora dalla Banca d’Italia di Guido Carli, nella decisione sulle strategie che hanno portato sulla strada della svalutazione competitiva e di tutte le altre decisioni che hanno fatto schizzare in alto il debito pubblico, che ancora oggi ci opprime. Forse proprio in quegli anni inizia quella subalternità, non ricercata ma di fatto, alla logica padronale che è stato elemento decisivo del progressivo appannamento della sinistra, e non solo in Italia. Non siamo stati capaci di costruire con i lavoratori, piattaforme efficaci e credibili, sia nelle fabbriche, che soprattutto nel paese, per affrontare i grandi processi di ristrutturazione finanziaria e produttiva. Ciascuno è stato lasciato solo di fronte ai suoi problemi. Anche nelle controparti più sensibili non si è mai affermata una proposta capace di rendere lo stato protagonista di una politica efficace, unitaria, sviluppata a tutto campo. Da qui arriva la precarietà di oggi.

7. In secondo luogo il blocco del processo di unità sindacale, avvenuto anch’esso nel ’73. Ha pesato la opposizione radicale di Cisl, Uil, DC, socialdemocratici e repubblicani. Hanno pesato le resistenze del Pci e le posizioni contrarie che si erano consolidate dentro la Cgil. Ma nella stessa Fiom sostanzialmente non si è discusso. In pratica ha deciso Trentin con la segreteria nazionale. Certo non sarebbe stato facile proseguire su un percorso unitario contro la Cgil, però non è detto che non si potesse giocare una partita diversa, giocando a tutto campo, con il prestigio che allora aveva il movimento sindacale. Dare per scontato che si bloccava l’unità ha voluto dire incoraggiare la ricerca di proposte e soluzioni diverse, per esempio tra riduzione d’orario e politiche di investimenti, o sottolineare ricette più legate a quanto dicevano i segretari, che ad una discussione approfondita con i lavoratori ed il paese. Si è incrinata quella unità che aveva portato al delegato ed ai consigli e che era stata elemento di forza per tutti. Non a caso immediatamente a ridosso di quel periodo sono cominciate le manovre per cambiare le regole di elezione dei consigli, si è tornati alla caratterizzazione per correnti e per organizzazioni e spesso, come accade ora, sono proprio queste differenze a prevalere, spesso anche sulla importanza dei problemi concreti del lavoro. Più ci si allontana da quel periodo, più ci si convince che è stata una scelta sbagliata, che ha contribuito, non da sola, certo, a soffocare progressivamente la straordinaria partecipazione dal basso che ha caratterizzato gran parte del decennio, e che ha cambiato così profondamente i rapporti di forza nel paese in modo tale da consentire . I centri di comando sono progressivamente ritornati in alto, nei partiti e nei sindacati, con conseguenze che ancora oggi ci pesano addosso.

8. In terzo luogo si è appannata sino a scomparire quella cultura della contrattazione che era stata uno degli elementi di forza della fase di crescita del movimento. Per tante ragioni che abbiamo visto, dalla profondità della crisi al blocco del processo unitario. La crisi ha agito anche nel concreto della condizione operaia, con la cassa integrazione e le riduzioni di personale, con enormi processi di mobilità, sovente utilizzati strumentalmente dalle direzioni aziendali, a cominciare dalla direzione della Fiat. E anche su questo terreno non si sono costruite risposte efficaci e unificanti. Molti esempi possono essere portati per dimostrare questa progressiva perdita di capacità di analisi e quindi di contrattazione. Ne citiamo per il momento solo due: il primo è quello affrontato in un , pubblicato su “Quaderni di Rassegna Sindacale” nella seconda metà degli anni ’70, sulle modifiche della composizione professionale intervenute alla Mirafiori in conseguenza delle prime modifiche della organizzazione del lavoro, alla diffusione di tecnologie nuove, alla automatizzazione di intere fasi di processi produttivi. Contò molto anche la “stanchezza” di una classe operaia a lungo in prima linea, con un dispendio di energie senza precedenti, pagate con sacrifici che non potevano durare all’infinito. Tutte cose delle quali non si è parlato dentro il sindacato. Il quale sindacato ha continuato ad operare come se tutto fosse immutato. Per molti la analisi dei mutamenti della organizzazione del lavoro era addirittura inutile. Vi erano dirigenti che pensavano che i copertoni si fabbricassero alle Presse. Il secondo esempio è il completo disinteresse del gruppo dirigente per le problematiche ambientali che avevano segnato così profondamente l’esperienza degli anni in cui si era vinto. Ci vorrebbe il tempo e la pazienza per ricostruire passo passo tutte queste evoluzioni, cercare di ricostruire i nessi tra i diversi problemi e giungere ad un giudizio coerente e unitario su quanto è successo. Ivi compresa la necessità di ricostruire, con i nuovi protagonisti, quella cultura della contrattazione rinnovandola e aggiornandola alla nuova situazione. Una mancanza di capacità innovativa che apparirà in tutta la sua durezza anche in seguito.

9. Conta infine, in tutto questo percorso, anche l’atteggiamento del padronato, in particolare della Fiat, che non ha mai saputo fare sino in fondo la scelta di nuove relazioni industriali, anche quando sproloquiava sul modello partecipativo. In realtà ha sempre avuto in testa l’idea della vendetta, della rivincita. Purtroppo la abbiamo in qualche modo facilitata con i nostri errori. E qui va affrontata l’ultima questione, in questo elenco incompleto, ma certo non la meno importante. Per certi aspetti, anzi, è un po’ la sintesi di tutti i nostri guai successivi. Parliamo cioè della strategia della tensione che si è sviluppata a partire dal ’69 con Piazza Fontana e che, per le connivenze ormai documentate con settori politici ed istituzionali, aveva come obiettivo principale la sconfitta di delle componenti più innovative ed avanzate del paese. Strategia che si è sviluppata per tutti gli anni ’70 e ’80, con assassini eccellenti, da quello di Moro a quello di Pio La Torre, fino alla strage di Capaci e all’assassinio di Borsellino. Strategia che ha trovato un implicito sostegno ed un avallo di fatto nel terrorismo delle brigate rosse, altro nostro nemico giurato.