Commento all’accordo del 4 maggio 1987

Com’è ormai noto l’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat avvenne per sbarrare la strada all’of­ferta presentata dalla Ford, quindi per evitare la presenza di un pericoloso concorrente sul territorio nazionale. La competizione tra Fiat e Ford divise i sindacati e le sinistre sulla valutazione di quale fosse la scelta migliore.

In ogni modo, dal 1° gennaio 1987 l’Alfa Romeo passò sotto il controllo della Fiat che costituì la società Alfa Lan­cia, accorpando all’Alfa gli stabilimenti Lancia, con un organico complessivo di circa 46.000 addetti, di cui 36.000 circa ex Alfa. Il Gruppo Auto della Fiat incrementò quindi il numero complessivo di addetti dopo molti anni di continua contrazione dell’occupazione, anche se il piano industriale Fiat prevedeva di ridurre l’Alfa Lancia di 9.000 unità.

Dal punto di vista sindacale la situazione fu immediatamente molto difficile, poiché la Fiat ebbe un atteg­giamento da “conquistatore” nei confronti dei lavoratori Alfa, con una serie di comportamenti tendenti a rimar­care immediatamente il nuovo corso nelle relazioni industriali. L’unica spiegazione possibile è che la Fiat fin dall’inizio cercò lo scontro frontale con il sindacato dell’Alfa di Arese, probabilmente proprio perché lo considerava un’anomalia non tollerabile nel panorama delle relazioni sindacali in azienda, nonostante che il sindacato dell’Alfa fosse sostanzialmente moderato e con forti propensioni cogestionali, che derivavano dall’esperienza delle Partecipazioni Statali; tuttavia era una rappresentanza sindacale che aveva consolidato un’organizzazione e un potere contrattuale notevole e ciò, probabilmente, era considerato intollerabile dalla Direzione aziendale. Meno problematico fu il rapporto con lo stabilimento di Pomigliano dove i lavoratori avevano vissuto momenti difficili con l’Alfa Romeo, quindi ritenevano che la Fiat garantisse maggiore stabilità produttiva.

Il primo problema posto dalla Fiat fu l’armonizzazione normativa dei trattamenti, in particolare per quanto riguardava le prestazioni di lavoro, per aumentare la produttività del 35-40%; richiedendo quindi ai sindacati non solamente di adottare le normative Fiat sulla prestazione di lavoro (le stesse degli accordi del 26 giugno 1969 e del 5 agosto 1971), ma anche di eliminare i gruppi di produzione, istituiti all’Alfa Romeo con l’accordo del 9 marzo 1982. L’istituzione dei gruppi di produzione era stata consi­derata una valida alternativa alla ristrutturazione autoritaria praticata dalla Fiat e avevano effettivamente comportato un incremento della produttività per l’Alfa Romeo; tuttavia per la Fiat era una modalità di lavoro che metteva in discussione il suo modello organizzativo, fondato sulla gerarchia aziendale. L’eliminazione di questa forma organizzativa, che prevedeva la rotazione su più postazioni e alcuni elementi di autonomia organizzativa, era una pregiudiziale irrinunciabile per l’azienda. La trattativa fu molto complessa, con momenti di conflitto e di divisione tra le organizzazioni sindacali; mentre la Fiat, a giudizio del sindacato, utilizzava ampiamente la Cassa integrazione per far pressioni sulla conclusione del confronto.

L’accordo fu sottoscritto “a tappe”: prima la parte sull’organizzazione del lavoro poi, il 4 maggio 1987, l’accordo definitivo, che fu fonte di ampie polemiche, perché passò di stretta misura nel referendum di approvazione da parte dei lavoratori. Rispetto al risultato del 56% a favore dell’accordo vi furono velate accuse di brogli elettorali da parte della Fim di Milano, che non aveva firmato l’accordo stesso; mentre Democrazia Proletaria arrivò a presentare una denuncia in Magistratura per supposte irregolarità nel voto. In pratica una parte consistente della Fim milanese, quella che si riconosceva in PierGiorgio Tiboni, si poneva decisamente in contrasto con la propria struttura nazionale. Nell’aprile del 1991 Tiboni e il suo gruppo saranno espulsi dalla Cisl e costituirono una formazione sindacale autonoma, la Flmu; ciò comportò nuove divisioni e conflitti all’interno dello stabilimento di Arese.

L’accordo, oltre a prevedere il piano industriale con le saturazioni produttive per tutti gli stabilimenti Alfa Lancia, riportava le norme sulla prestazione lavorativa e sulle relative condizioni retributive in vigore in Fiat, che venivano estese all’Alfa, definendo le modalità di armonizzazione dei trattamenti. Sostanzialmente gli stabilimenti ex Alfa adottavano in toto le normative Fiat, mantenendo ad personam le condizioni di maggior favore acquisite, come la 4^ categoria acquisita da molti lavoratori per effetto dei gruppi di produzione, anche se questi erano ormai soppressi. In sintesi la “fiatizzazione” dell’Alfa era completa ma, data la situazione di precarietà con cui le partecipazioni Statali avevano lasciato l’Alfa e il ricatto occupazionale cui erano soggetti i lavoratori, era difficile intravedere una soluzione diversa, nonostante l’evidente carica ideologica di alcune posizioni Fiat sull’organizzazione del lavoro. È necessario aggiungere che il piano industriale concordato resse molto poco: già all’inizio del 1990 emersero i primi problemi in termini di saturazione produttiva dello stabilimento di Arese, con successivi ridimensionamenti e contenziosi che si prolungheranno durante tutto il decennio successivo.