Commento all’accordo del 28 giugno 1996

Il periodo era caratterizzato dalla gestione dei processi di ristrutturazione e anche da una certa ripresa produttiva e di mercato come dimostrano i molti accordi su assunzioni, straordinari e introduzione dei terzi turni. In pratica si intrecciavano gli accordi che prevedevano la riduzione degli occupati, sempre utilizzando la formula della mobilità incentivata e volontaria con “aggancio” alla pensione, con accordi che prevedevano incrementi dei livelli produttivi di questa o quella linea di prodotto in funzione dell’andamento dei mercati.

Un accordo importante fu quello sottoscritto il 28 giugno 1996, presso il Ministero del lavoro, per quanto riguarda la verifica del piano di ristrutturazione di Fiat Auto, concordato con l’accordo del 20 febbraio 1994. La trattativa era partita con divisioni da parte sindacale, alimentate da preoccupazioni relative agli stabilimenti di Torino, Arese e Pomigliano, che erano generate dalle crescenti attenzioni manifestate dalla Fiat per gli investimenti all’estero e dai nuovi insediamenti produttivi al Sud. La verifica era necessaria perché il precedente piano di ristrutturazione, che prevedeva 40.000 miliardi d’investimenti e il varo di diciotto nuovi modelli, si chiudeva nel 1997. L’andamento altalenante del mercato dell’auto creava evidenti problemi di utilizzo degli impianti con il cospicuo utilizzo della Cigs settimanale e generava disagi e preoccupazioni tra i lavoratori.

L’accordo faceva il punto della situazione sul piano industriale e delle allocazioni produttive, con i relativi effetti occupazionali, in particolare sui risultati degli strumenti individuati per risolvere il problema degli esuberi del personale; inoltre individuava la necessità di continuare il piano di ristrutturazione a fronte un ulteriore impiego di 20.000 miliardi di investimenti nel periodo 1998 – 2002, che si aggiungevano ai 40.000 miliardi investiti nel periodo 1991 – 1997.

Come si può verificare si trattava di un impegno rilevantissimo, resosi necessario per recuperare la caduta di competitività del prodotto Fiat Auto e per favorire il continuo rinnovo della gamma del prodotto. Nel confronto era coinvolto il governo, non solamente per gli aspetti relativi agli ammortizzatori sociali ma anche per la necessità di individuare politiche di sostegno a favore del settore automobilistico che dessero prospettive all’insieme degli stabilimenti esistenti. L’accordo precisa che l’azienda “… intende mantenere inalterata, nella misura e nell’articolazione, l’attuale capacità produttiva installata in Italia …”, anche se si stabiliva un graduale incremento della capacità produttiva degli stabilimenti esteri, passando da un peso specifico del 28% nel 1995, fino al 34% del 1998. Il governo si impegnava a sottoscrivere un accordo di programma con la Fiat (sottoscritto il 31 luglio 1996) in funzione di finanziare la ricerca sui veicoli a basso impatto ambientale da realizzare nello stabilimento di Arese attraverso l’apposito Consorzio di Ricerca; inoltre a favorire con un’apposita legge l’insediamento di un’attività di demolizione e di recupero dei materiali per “rottamare” gli autoveicoli nell’area ex Sevel di Pomigliano. In pratica si trattava di dare seguito agli impegni già assunti nell’accordo del 20 febbraio 1994, su cui non vi erano stati ancora provvedimenti concreti. L’accordo prevedeva un ulteriore impegno governativo relativamente al miglioramento della normativa sui contratti di solidarietà, ma questo sarà successivamente disatteso.

Questi accordi si potevano considerare come una gestione concordata del processo di rilancio della Fiat che portarono al successivo provvedimento legislativo del governo Prodi in favore della cosiddetta “rottamazione” delle autovetture nel 1997. Si trattava di un provvedimento già adottato da altri paesi europei che consisteva nell’assegnare una cospicua incentivazione fiscale a coloro che decidevano di rottamare la propria vettura, con almeno 10 anni di anzianità, e acquistarne una nuova. In favore del provvedimento si spesero anche i sindacati per gli effetti positivi che implicava in termini di stabilizzazione occupazionale; ma anche per favorire la conclusione della vertenza per il rinnovo del biennio economico del Contratto nazionale di lavoro.