Commento all’accordo del 22 ottobre 1983

La lacerazione più drammatica tra le strutture sindacali e il Coordinamento dei cassaintegrati avvenne soprattutto dopo l’accordo del 22 ottobre 1983 in cui la Flm concordò di prolungare nel tempo il rientro dalla Cassa integrazione, previsto inizialmente per il 30 giugno 1983. Nel nuovo accordo fu previsto uno scaglionamento successivo di rientri fino al 31 dicembre 1985; furono definiti dei criteri per i rientri dei lavoratori e una procedura di verifica quadrimestrale sull’efficacia degli strumenti in atto per ridurre il numero dei sospesi. Tra l’altro furono anche previsti nuovi strumenti di job creation, sempre nell’intento di ridurre il numero di eccedenti.

La polemica attorno all’accordo fu rovente poiché le formulazioni contenute nella nuova intesa attenuavano le garanzie di rientro per i cassaintegrati, subordinandole a determinate condizioni produttive e di mercato.

Il Coordinamento decise di procedere alla presentazione di cause individuali per il rientro dei lavoratori dalla Cigs. Le cause presentate ebbero un andamento alterno: furono vinte in prima istanza con motivazioni che, in alcuni casi, erano molto pericolose, poiché nel ribadire che la Fiat doveva rispettare i termini del rientro previsti dall’accordo del 1980, indicavano l’eventualità dei licenziamenti nel caso che la Fiat non fosse in grado di far rientrare i lavoratori sospesi. Quindi mentre i cassaintegrati considerarono una vittoria queste prime sentenze, il sindacato le considerava una iattura, anche perché la Fiat sfidò immediatamente la Flm a procedere su questa strada. In seguito ulteriori sentenze di appello rovesciarono i primi verdetti, ma fu riconosciuta ai lavoratori l’integrazione salariale per il periodo intercorrente il 30 giugno e il 22 ottobre 1983; sancita anche successivamente con l’accordo del 26 luglio 1985.

È utile ricordare che nel 1984 la Cgil piemontese fece la proposta di applicare lo stesso prepensionamento del settore siderurgico per i lavoratori dell’Auto, vale a dire la possibilità di andare in pensione a 50 anni di età. La proposta trovò l’immediato consenso della Fiat, ma non ebbe altrettanti consensi nell’insieme delle organizzazioni sindacali, perciò fu lasciata cadere.

Una realizzazione limitata ebbe invece la proposta del Comune di Torino di utilizzare i cassaintegrati per lavori socialmente utili; che fu considerata una rivalutazione del ruolo sociale dei cassaintegrati, quindi sostenuta attivamente dal Coordinamento; ma poco riuscita, poiché era mancata una reale capacità di qualificare e allargare questa esperienza.