Melfi – Pratola Serra. L’oscuramento del “Tubo di cristallo”

Avvio o fine della Fabbrica Integrata?  Ovvero, l’oscuramento del “Tubo di cristallo”. 

Critica all’accordo di Cesare Cosi

PARTE PRIMA (Il Sistema di Regole derivato)

Premessa

ACCORDO MELFI – PRATOLA SERRA

Nella premessa all’accordo le parti si danno atto della reciproca volontà di istituire e sviluppare, nei nuovi stabilimenti, un sistema di Relazioni Sindacali basato sulla Partecipazione.

Nel dibattito che ci vede coinvolti ormai da anni sul superamento della fabbrica Taylorista-Fordista, penso che tutti siamo d’accordo che LA PARTECIPAZIONE di tutti gli addetti alle scelte sul COME  si debba lavorare sia l’aspetto prioritario.

L’organizzazione del lavoro, il sistema di regole (diritti e doveri di lavoratori e gestori) che lo norma, e le possibilità di intervento delle parti per continuamente modificare e migliorare il sistema stesso per favorire le performance, al fine di ottenere gli obiettivi del miglioramento continuo, sono sicuramente gli indicatori assunti ed i terreni su cui il confronto dialettico tra di noi si era sviluppato fino a ieri.

Da oggi in poi abbiamo un riferimento certo ed inequivocabile ed è l’accordo dell’11 giugno, dove le volontà della FIAT sulla fabbrica integrata sono esplicite, chiare e formalizzate, e purtroppo sottoscritte anche dalla FIOM.

Tralasciando per problemi di spazio l’analisi sulla democraticità del divenire della contrattazione e della decisione di firmare l’accordo, mi soffermerò sull’analisi comparata della condizione di VITA DI LAVORO di una operaia/o in uno stabilimento normato con gli accordi “vecchi” (Mirafiori), e la stessa condizione lavorativa normata da quanto previsto con l’ultimo accordo.

La prima “lezione” che l’accordo ci propone è relativa al superamento a meno della rigida predeterminazione del COME ed in QUANTO TEMPO, il lavoro, le mansioni devono essere eseguite.

Questa imposizione, asse portante della fabbrica taylorista-fordista, molti pensavano fosse superata, o da superare, perchè inutile (eliminazione della tradizionale fatica) e limitante il libero svilupparsi del Kaizen (miglioramento continuo).

L’accordo invece non soltanto non muta nulla sulla impostazione di base ma, come vedremo, accentua, peggiorandolo di molto, il controllo e gli aspetti coercitivi della prestazione di lavoro con i “tradizionali strumenti”, e non concede spazio alcuno a nessuno dei lavoratori, diretti o indiretti che siano, di intervenire su questi aspetti.

Per trattare Il tema delle regole sulla prestazione di lavoro bisogna inevitabilmente affrontare aspetti tecnici riconducibili al patrimonio cronotecnico storico, che viene ripresentato dall’azienda non migliorato dagli studi e dalle esperienze degli ultimi 20-30 anni, ma peggiorato e di molto.

Entrando nel merito dei problemi.

Chi lavora in officina e contratta la sua prestazione, sa che il suo tempo di presenza, alla luce dei sistemi cronotecnici esistenti, non è altrimenti ripartibile che in:

  • Tempi incentivati di pura trasformazione del prodotto (Tempi Attivi).
  • Tempi di Riposo per poter continuare a lavorare tutto il giorni (Fattori di Riposo).
  • Pause per i propri bisogni fisiologici ed altri bisogni minimi (es. caffé), (Fattori Fisiologici).
  • Pause per mitigare aspetti di nocività o derivanti dalle condizioni di organizzazione del lavoro (es. vincolo della linea) o di nocività ambientale (rumore, fumi, polveri, esalazioni, ecc,).

Questi indicatori concorrono, anche in azienda, alla determinazione dei costi unitari ed agli standard, senza dei quali difficilmente è possibile quantificare preventivi e consuntivi.

L’accentuazione o meno della fatica e dello sfruttamento, il miglioramento o il peggioramento delle condizioni di salute ed in ultima analisi della QUALITA’ DELLA VITA DI LAVORO delle operaie e degli operai, dipendono largamente da due filoni di contrattazione, l’organizzazione del lavoro e la partecipazione degli addetti alla sua definizione, ed in presenza di regole concordate, l’entità, il peso, degli indicatori prima elencati.

Avendo esaminato i layout di Melfi, e non avendo riscontrato nessuna novità stravolgente l’o.d.l. che si sta predisponendo a Mirafiori (linea pensile simile con cadenza tra 1 e 2 primi), il raffronto tra la condizione di lavoro di un operaia/o di Melfi, ed uno occupato/a negli altri stabilimenti FIAT d’Italia, non è blasfemo ma possibile e coerente.

Tralasciando quindi le differenze di o.d.l., che non sono assolutamente determinanti per giustificare quanto previsto nell’accordo sulla prestazione di lavoro, la comparazione è possibile, prova ne sia che anche l’azienda non propone un MODELLO ALTRO, ma ripropone il vecchio stravolgendolo.

Il principale stravolgimento, che ha poi ricadute su tutti gli aspetti, è caratterizzato da due precisi momenti.

Il primo è il tentativo di ottenere rendimento e produttività dalle fasi di trasformazione (dal lavoro dei diretti), quantificando ed imponendo che queste siano realizzate principalmente tramite i Tempi Attivi, non più “gravati” dai Fattori di Riposo e dalle Pause.

Modificando poi la metrica con la quale i Tempi Attivi sono quantificati e determinati (passaggio da TMC-1 a TMC-2), si realizza il secondo momento, completando l’operazione ed ingigantendo quanto ottenuto con il primo.

Nella concreta analisi dei vari punti, dividerò gli argomenti in due parti; la prima la definisco quella ricontrattabile nel tempo tramite l’acquisizione di esperienza, la seconda quella difficilmente modificabile perchè riferita agli aspetti fondanti il sistema di regole stesso.

Carico di lavoro e Saturazione sulle linee di montaggio

PRIMA PARTE

ADDETTI ALLE LINEE DI MONTAGGIO

Le novità sono molte e tutte peggiorative, le più significative sono quelle riferite alle Pause per vincolo ed agli aumenti di saturazione individuale istantanea in relazione a esigenze di mix impostato, ed a problemi derivanti dal decadimento di standard qualitativi prodotto/processo previsti.

La pausa

Alla FIAT la pausa aggiuntiva, frutto dell’accordo 5/8/1971, è Attualmente di 22′ e compensa in parte il disagio derivante dal lavoro vincolato e parcellizzato della linea.

Questa pausa, aggiunta al Fattore Fisiologico (4% di 450′ = 18 primi), risponde a quanto più volte ripuntualizzato, anche in accordi successivi al 1971, che la “pausa totale” per gli addetti linea è di 40 primi.

Quindi i 22 minuti di pausa sono la conquista più duratura e consolidata che gli operai FIAT hanno sulle linee di montaggio, e compensa, almeno in parte, il divario esistente tra le pause alla FIAT e quelle dei principali concorrenti europei (vedi es. Volkswagen).

L’accordo

Nell’accordo la pausa di 40′ viene mantenuta ma di fatto azzerata, con anche un peggioramento dell’entità del fattore fisiologico concesso.

Infatti l’accordo prevede che nei 40′ confluiscano sia il fattore fisiologico (16,7 minuti pari al 3,83 % e non più il 4%) e che i restanti 23,3 minuti siano coperti dal 4,5% pari a 18,82 minuti come cumulo di parte dei fattori di riposo assegnati, e dall’1,02% pari a 4,48 minuti pagati dall’azienda (almeno un ridottissimo principio di pausa per disagio vincolo è stato mantenuto).

In sostanza tutti questi calcoli stanno a significare che più della metà della pausa è costituita da fattori di riposo DOVUTI al lavoratore, e che lo stesso NON DOVRA’ E NON POTRA’ GODERE durante lo svolgimento delle mansioni assegnategli ma sarà costretto a CUMULARLI per goderli durante la sostituzione.

Rimane pacifico che i Fattori di Riposo non assegnati durante ogni ciclo saranno coperti da ULTERIORI TEMPI ATTIVI, aumentando il carico di lavoro dell’addetto/i di una entità pari al 4,5% (18,82 primi); in sostanza il costo del rimpiazzo è pagato, tramite lavoro aggiuntivo, dai lavoratori stessi.

Se raffrontiamo in modo generico la Saturazione di un lavoratore di Mirafiori, Arese, Cassino, ecc., la Saturazione (Rapporto tra Tempo di presenza in officina e Tempi di lavoro Totali) di questi è del 95,11% circa, mentre quella di un lavoratore di Melfi sarà del 100%.

Se invece facciamo il raffronto vero tra i carichi di lavoro verificando le Saturazioni Massime sui soli Tempi Attivi, come indicato dall’accordo 5/8/1971 (i famosi 84-86-87-88%), e l’accordo di Melfi su di una cadenza linea uguale; il divario tra un lavoratore di Mirafiori ed uno di Melfi sarebbe:

-           MIRAFIORI 86% (linee tra 1 e 2 primi) pari a 387 minuti

*           T.p.Off. = Tempo di presenza in officina

-           387′ Tempi Attivi – lavoro puro (86% T.p.Off.)

-           22′ pausa per disagio vincolo (4,88% T.p.Off.)

-           18′ Fattore Fisiologico (4% T.p.Off.)

-           23′ Fattore Riposo Limite (5,11% T.p.Off.) **

——

             450′

** Per F.R. Limite si intende il F.R. minimo (ampliabile se il ciclo lo prevede e normalmente goduto) da assegnare in relazione alla cadenza ed all’accordo.

-       MELFI (Non dimenticare che il lavoro del rimpiazzo è a carico degli addetti linea tramite il F.R. cumulato).

-           410,40′ Tempi Attivi – lavoro puro (94,347% T.p.Off.)

-           16,7′  Fattore Fisiologico (3,839% T.p.OFF.)

-             4,48′ pausa per disagio vincolo (1,029% T.p.Off.)

-             3,41′ F.R. medio assegnato (0,784% T.p.Off.) **

———

       434,99 = 435′

** Essendo il 4,326% la quota di Fattore di Riposo cumulata nei 40′ derivante da: 40′-(16,7+4,48) = 18,82, ed ipotizzando un Fattore di Riposo medio-alto puro del 7% (11% da tabella), il F.R. RESIDUO assegnato al lavoratore durante lo svolgimento della mansione, rimane del 7% - 4,326% = 2,67%, e questo dovrebbe essere il dato da inserire per avere, mediamente, l’entità del Tempo Attivo realmente lavorato.

Dato però che la stessa considerazione potrebbe essere fatta per un lavoratore di Mirafiori, quando il F.R. puro assegnato superasse il 5,11%, per il raffronto dobbiamo considerare unicamente il 5,11% quindi:

5,11 – 4,326 = 0,784% pari a 3,41 minuti.

per cui, mediamente, e tenendo conto dei due regimi di orario, le differenze per Melfi sono:

+          8,34%  in termini di lavoro puro – Tempi Attivi

corrispondenti a 36,27 minuti di lavoro in più da svolgersi con:

-  0,16% di Fattore Fisiologico in meno corrispondenti a 0,6 minuti, e con:

- 3,85% di Pausa in meno per disagio vincolo corrispondenti a 16,74 minuti.

In sostanza la FIAT ha ottenuto un suo obiettivo storico, dopo 22 anni è riuscita a distruggere l’accordo 5/8/1971, eliminando la pausa per disagio vincolo e l’accordo sulle saturazioni, oltre ad una consistente quota di lavoro aggiunto.

L’unica nota stonata in questa presuntuosa “marcia trionfale” è quella che la fatica ed il vincolo sulla pelle dei lavoratori melfitani peseranno, e come reagiranno nessuno è in grado, per ora, di prevedere.

LA SATURAZIONE INDIVIDUALE ISTANTANEA

Con questo termine si vuole indicare la punta massima, che il carico di lavoro, di un addetto o più addetti, può raggiungere, in ragione delle esigenze di mix produttivo (più tipi e varianti che si alternano su di un unico impianto).

Questo incremento di saturazione deve essere bilanciato, nell’arco del turno, da carichi di lavoro proporzionalmente minori (vetture meno “costose”), per consentire sia di reggere per tutto il turno e per non superare il tempo di presenza in officina e la Saturazione globale concordata.

Questa prassi non prevede la variazione della cadenza della linea che rimane costante per tutto il turno di lavoro.

Nel caso però si siano concordate forme di recupero delle disfunzioni tecnico/organizzative o di qualità (fermate della linea, scadimento degli standard qualitativi, ritardi nelle alimentazioni, anomalie al sistema informatizzato, rotture robots, ecc.), la saturazione di tutti gli addetti può essere aumentata incrementandola.

Questo aumento collettivo dei carichi di lavoro avviene aumentando la velocità della linea, dato che l’obiettivo è il recupero dei volumi persi causa le disfunzioni.

In questo caso i due aumenti si sommano, dato che le esigenze di mix continuano a sussistere, ed anche in questo caso bisogna che siano previste forme di riequilibrio delle saturazioni e dei carichi di lavoro.

Per gestire e controllare correttamente tutto questo è indispensabile un ricco sistema informativo, facilmente gestibile e trasparente, cosa facile a dirsi ma molto difficile da realizzare e soprattutto da ottenere dall’azienda.

La situazione normativa esistente per gestire gli effetti delle esigenze di mix e delle disfunzioni, è differenziata tra i vari stabilimenti.

Mirafiori, Termini Imerese e gli stabilimenti Alfa-Lancia sono ancora regolamentati dall’accordo 1971 e 1987, con una possibilità di splafonamento del + 5% unicamente per il problema del mix produttivo.

Rivalta ha concordato uno splafonamento del +18% unicamente per il problema del mix, quindi senza variazione del tempo ciclo o cadenza della linea.

Cassino nel +18% sembra racchiudere sia il problema del mix che i recuperi per disfunzioni tecnico organizzative con la possibilità di variazione (aumento) della velocità della linea (+10%), ma il tutto non è chiaramente definito.

A Melfi tutti e due questi bisogni aziendali saranno contemplati ma, per gli interessati al divenire Fabbrica Integrata ed al tema “partecipazione”, a Melfi la possibilità di fermare l’impianto per problemi di qualità non è data nè al lavoratore, nè al Conduttore di Processo Integrato o altre figure non gerarchiche, ma unicamente al capo UTE e questo, per chi ha esperienza di FIAT, sa bene che cosa può significare. 

L’accordo di Melfi

La prima cosa sancita nell’accordo è la trasformazione della - definizione di linea meccanizzata - del CCNL, con l’eliminazione del rigido riferimento al tempo di traslazione del semilavorato.

Nella definizione contrattuale si cita:

  • Il tempo a disposizione di ciascun posto per eseguire il lavoro assegnato è rigidamente costante per tutto il turno di lavoro ed è uguale alla cadenza….

Nell’accordo la definizione è stata così trasformata:

  • Il tempo a disposizione di ciascun posto per eseguire il lavoro assegnato non è direttamente influenzabile dal lavoratore (??) ed è uguale alla cadenza….

Questa modifica ottiene (tenta di ottenere) due obiettivi:

il primo è relativo “all’ostacolo” che la definizione contrattuale poteva creare alla variazione della cadenza delle linee per i problemi relativi al mix ed ai recuperi per disfunzioni varie (qualità, fermi, ritardi, ecc.).

Il secondo è sempre in quest’ordine di esigenze aziendali, e si riferisce alla possibilità di variare la velocità di traslazione del semilavorato tratto per tratto di un intero circuito, per problemi di riequilibrio scorte, avanzamenti, ecc.

Queste variazioni saranno liberamente gestite dall’azienda ed opereranno nell’ambito del primo +10% (che vedremo dopo) quello relativo alle esigenze di mix.

Come conseguenza di questa nuova impostazione la Cadenza Linea o il Tempo Ciclo sarebbero un ostacolo e quindi saranno sostituiti con il “Numero di unità per minuto primo” ricavate tramite la vecchia formula dell’accordo 31 maggio 1968 e 26 giugno 1969, con tutte le difficoltà di comprensione e gestione relative, e con una variante non da poco.

Questa variante, che riprenderemo anche dopo, è relativa al computo del Tempo Ciclo o Cadenza Media che, in assenza di un accordo sulle saturazioni individuali, diventa il “tetto medio” della saturazione sia individuale che collettiva.

Questo tetto, invece di ricavarlo tramite i Tempi Totali sarà (vedi parentesi del testo..) espresso in tempi al netto delle maggiorazioni per fermate tecniche predeterminate, per Fattore Fisiologico e Fattore di riposo.

La cadenza media quindi si identifica con la saturazione ed è conteggiata unicamente sui soli Tempi Attivi ed è su questa base che si applicheranno gli splafonamenti per esigenze di mix e di recupero delle disfunzioni.

L’accordo prevede per l’insieme di queste esigenze produttive (mix e problemi vari legati a guasti e qualità), la possibilità di incrementare la saturazione individuale di ogni lavoratore di un +16% con possibilità di incremento della velocità della linea.

Questo +16% è un valore medio risultante da un +10% relativo al carico di lavoro per mix produttivo, e da un ulteriore +10% di aumento della velocità della linea per il recupero del volume perso a causa delle disfunzioni tecnico organizzative; la gestione di queste due possibilità sarà monopolio dei capi e dei tecnici, ma il valore finale non potrà superare il +16% e non dovrà portare a superare i 435′ di presenza in officina dei lavoratori (sarà interessante capire come si controllerà tutto questo).

Ad una prima lettura può sembrare uno sconto rispetto all’interpretazione peggiore dell’accordo di Cassino, ma sconti non ce ne sono affatto.

A Melfi il primo 10% (esigenze di mix) parte infatti da una base diversa; per tutti gli altri stabilimenti la base 100 su cui conteggiare l’aumento è data dal Tempo Totale Massimo assegnato o Tempo Ciclo (Tempo Attivo + Fattore di Riposo + le Fermate Tecniche), a Melfi il riferimento sarà soltanto il Tempo Attivo (vedi ragionamento precedente), quindi quel +10, raffrontandolo in modo omogeneo con gli altri stabilimenti, diventa mediamente +16%-+17% a cui bisogna aggiungere, dove previste, le fermate tecniche.

Se a questo aggiungiamo la quota parte del secondo + 10%, l’entità finale della possibile maggiorazione e confusa ma sicuramente non inferiore al +22%, +23%.

Dato poi che, non essendoci forse forti differenziazioni di costi unitari tra le varie specialità della PUNTO, il tutto (+23%) potrebbe essere prevalentemente usato per i problemi delle disfunzioni tecnico organizzative e di qualità, con l’utilizzo costante di questa possibilità da parte aziendale, gestita anche in modo differenziato tra i vari tratti delle linee. 

Considerazioni

In sintesi, possiamo concludere che su questo punto l’azienda ha azzerato tutta la contrattazione che non gli interessava degli ultimi 20 anni, ed ha generalizzato, ampliandolo, il principio stabilito a Cassino.

Raffrontando i possibili carichi di lavoro tra Mirafiori e Melfi, possiamo quindi dire che per cominciare, fatto 100 Mirafiori, a Melfi avremo:

1)         + 18 % di possibile incremento saturazione individuale istantanea per 345 minuti, dato che tutti questi aumenti devono essere riequilibrati e non devono saturare nessun lavoratore oltre i 435′ (tempo di presenza in officina).

Il carico di lavoro su tutte le lavorazioni non di linea

Saturazione e fruizione del Fattore di Riposo per i NON ADDETTI alle linee di montaggio

Come per le linee di montaggio, anche per tutte le lavorazioni non vincolate, la richiesta dell’azienda è simile, e nega nei fatti decenni di studi di fisiologia umana, medicina del lavoro ed ergonomia, senza parlare di contrattazione sindacale ed usi e consuetudini consolidati da decenni. 

L’accordo prevede che i Fattori di Riposo assegnati, nel caso di fermate dovute a:

  • decadimento degli standard qualitativi di prodotto/processo previsti,
  • anomalie di attrezzature su linee di lavorazione,
  • Momentanea mancanza di materiali,
  • guasti tecnici

e che gli stessi siano assorbiti e tradotti in volumi da produrre.

In sostanza la norma prevede che le produzioni si effettueranno sempre in base al Tempo Ciclo ricavato dai Tempi Attivi al netto cioè dei Fattori di Riposo, allo scopo di accantonare tale fattore al fine di usufruirne durante gli eventuali arresti del ciclo produttivo; se poi le fermate non si verificassero la fruizione avverrebbe alla fine del turno a sanatoria di quanto non dato (quanto spazio di organizzazione informale per appetiti della gerarchia…).

Questa norma non è solo valida per i banchi e le macchine singole ma anche e soprattutto per i complessi innovati (transfertizzati o meno) dove, anche in questi casi, i Tempi Ciclo, quando a comandare sono i tempi uomo e NON quelli macchina, verranno definiti sui soli Tempi Attivi dei lavoratori e non sui Tempi Attivi più i Fattori di Riposo.

Sui banchi e le lavorazioni singole, se ad esempio un carico di lavoro è gravato da un Fattore di Riposo del 5% (20 primi circa), e durante la giornata si verificano 20 primi di microfermate o fermate per le cause prima elencate (in sostanza tutti gli accidenti possibili), la produzione deve essere fatta ugualmente.

Questa norma è un invenzione che consente di non perdere i volumi derivanti da disfunzioni varie di responsabilità aziendale.

Questa norma può non avere influenza alcuna su alcune lavorazioni, se però le disfunzioni si manifestano, come è prevedibile per molte lavorazioni a lato del ciclo principale di Melfi, vi è il concreto rischio che centinaia di lavoratori siano sempre costretti a sottostare a questa norma lavorando di fatto ad un “ritmo accelerato”.

Sicuramente questo è il fatto più grave, ma ne esistono anche altri riconducibili al malcostume aziendale che si può generare.

Infatti, dato che non si perde volume poiché i lavoratori recuperano, le cause di alcune disfunzioni possono essere sottovalutate o non affrontate con la dovuta energia, scaricando sui lavoratori colpe, pigrizie o imbrogli della gerarchia.

Oltre a questo chi controllerà e quantificherà le microfermate, è quale sistema informativo sarà a disposizione dei lavoratori per difendersi da eventuali soprusi?

Nella possibile comparazione tra un lavoratore di Mirafiori ed uno di Melfi i raffronti non possono essere certi ed univoci, ma in un sistema che baserà le sue fortune anche sulla riduzione tendenziale a zero delle scorte intermedie, possiamo ipotizzare che un 5% di fermate o microfermate siano addirittura strutturali,

Dato che a Mirafiori non si è obbligati a recuperare, ne consegue che, raffrontando le condizioni tra i due stabilimenti, questo incremento del carico di lavoro è da intendersi come aumento secco del carico, quindi per l’addetto di Melfi: 

            + 5% pari a 20 minuti per gli operai NON di linea.

PARTE SECONDA (La base del Sistema di Regole)

Premessa

PARTE SECONDA

Come già detto, in questa seconda parte prenderemo in esame i punti difficilmente ricontrattabili perchè sono la base su cui il sistema di regole viene costruito.

I riferimenti sono:

  • La Metrica del lavoro sottoscritta.
  • La conseguente velocità d’esecuzione delle mansioni o Indice di Rendimento.
  • L’entità dei Fattori di Riposo ed i relativi indicatori.

Per trattare con dovizia di particolari questi 3 punti sarebbe indispensabile una ampia nota con corposi allegati, perchè quello che è avvenuto è una sorta di colpo di stato aziendale, purtroppo annunciato da alcuni anni, e colpevolmente sottovalutato sia sindacalmente che scientificamente.

Premessa

Una premessa è indispensabile perchè bisogna puntualizzare nuovamente, anche se per sommi capi, che cosa sono le Metriche del lavoro e come sono state gestite sindacalmente fino ad oggi.

La moderna produzione di massa (anche quella “snella”), ed ovviamente la tradizionale fabbrica Taylorista-Fordista, è incentrata sulla quantificazione ed il controllo del lavoro operaio.

Gli enti aziendali preposti a questo scopo sono gli Uffici Analisi Lavoro o Uffici Tempi e Metodi, dove dei tecnici (Analisti, Metodisti, Cronometristi), addestrati ad una tecnica comune, definiscono il Come ed in Quanto Tempo il lavoro operaio DEVE essere eseguito.

Gli strumenti concreti usati, integranti la loro professionalità, sono le metriche del lavoro.

Queste Metriche non sono altro che una serie di criteri standardizzati usati in tutto il mondo occidentale industrializzato.

Si suddividono in due grandi filoni più altri collaterali; i due filoni sono quelli basati sulle rilevazioni cronometriche corrette dal giudizio soggettivo di velocità espresso dall’analista, e quelli che utilizzano sistemi tabellari incentrati sulla microgestualità.

I sistemi tabellari sono quelli che da anni si stanno consolidando perchè ritenuti “più scientifici” e “più oggettivi”.

Si tratta di sistemi che scomponendo tutta l’attività necessaria a compiere un lavoro ripetitivo, assegnano ad ogni gesto (microgestualità) un valore in termini di tempo; la somma di tutti i gesti ed i tempi determina sia il metodo che il costo unitario in termini di tempo per trasformare un prodotto.

Questi tempi sono già incentivati, sono cioè stati ristretti al fine di fornire un tempo di lavoro ottimo, “oggettivamente determinato” e verificabile, che tradotto in linguaggio comune, significa che quei tempi sono già a cottimo.

Chi ha compiuto i maggiori studi su questo campo sono stati gli americani, come diretta evoluzione degli studi dell’organizzazione scientifica del lavoro.

Il sistema più conosciuto è chiamato M.T.M. (Method Time Mesurement – Pubblicato nel 1948) che oggi si è soliti specificare con 1 e 2 per individuarne le successive versioni (n°2 – 1965), che però sono equivalenti come risultati finali partendo entrambi dagli stessi studi e dati.

Il sistema è gestito dal Consorzio Internazionale dell’MTM che continua ad operare in molti paesi, Europa compresa.

Questo sistema, soprattutto la versione n° 1, prevede un’analisi laboriosa e fornisce tempi di esecuzione in centomillesimi di ora a rendimento 144,9.

Questi due fatti hanno stimolato la FIAT ed altre aziende europee, nei lontani anni 50 e 60, asemplificare l’MTM apportando modifiche all’architettura del sistema (accorpamento di diversi movimenti) e modifiche all’indice di rendimento (passaggio da 144,9 a 133,33).

Queste trasformazioni, per continuare ad avere valenza scientifica, devono mantenere coerenze con il modello originario, e per quanto riguarda il sistema FIAT queste coerenze sono state dimostrate, verificate anche da noi, e contenute in un manuale consegnato alle OO.SS. che anche il sindacato utilizza come strumento tecnico di formazione per i delegati.

Il prodotto in uso alla FIAT, ed ormai largamente utilizzato nell’industria italiana, si chiama T.M.C. (Tempi dei Movimenti Collegati).

Alcuni di noi speravano (o manifestavano certezze), che con l’avvento della F.I., il nuovo peso che la qualità veniva ad avere nel ciclo produttivo, la richiesta di partecipazione attiva dei lavoratori che le stesse aziende richiedevano, l’essere “lavoratori clienti”, facesse venire meno il peso dell’Analisi Lavoro e conseguentemente anche l’esigenza e l’obbligo rigido di definire e rispettare formalmente tempi e metodi con i soliti sistemi.

Nei nuovi organigrammi aziendali perfino l’Ufficio Analisi lavoro non esiste più, perchè le sue funzioni sono confluite in un contesto più articolato e ricco, che viene chiamato Organizzazione Fattori; tutti fatti che facevano ben sperare.

La lettura delle richieste aziendali è stato un brutto risveglio per molti, non per tutti dato che alcuni continueranno sempre a dormire.

LA NUOVA METRICA – IL T.M.C.-2

La prima richiesta aziendale di questo seconda parte è relativa all’assunzione di una “nuova metrica del lavoro”, che per l’azienda si deve sempre continuare a chiamare TMC ma che, essendo cosa altra dalla precedente versione, è inevitabile chiamare TMC-2.

L’azienda afferma che la nuova metrica non è niente altro che una rivisitazione più accurata del “vecchio” adeguamento MTM-1 / TMC-1, realizzata al fine di recuperare “tempi troppo grassi” che la precedente versione realizzava, e che questo recupero si aggira su di un +3-4% come dato medio, con punte che possono sfiorare il +7-8%.

L’azienda afferma altresì, che tutta questa operazione è poi avvenuta nel più rigoroso rispetto delle correlazioni con la fonte che rimane l’MTM-1.

Per certificare la NON veridicità di queste affermazioni aziendali abbiamo già prodotto un corposo documento, dove tutte le dimostrazioni, sia di errata impostazione metodologica (perdita delle correlazioni con l’MTM-1) che di calcolo (taglio dei tempi), sono presenti.

Le cose che ci preme mettere in evidenza subito in questo scritto, sono relative all’entità del divario tra le due versioni, espresso in termini di rendimento maggiore o, a parità di organizzazione del lavoro, di maggiori volumi da realizzare.

Dato che i sistemi tabellari pur essendo molto ricchi di indicatori devono essere e sono molto rigidi, per essere oggettivi ed utilizzabili in contesti diversi; il raffronto tra i risultati di due adattamenti di uno stesso sistema, per esempio tra L’MTM-1 ed il TMC-1, è “abbastanza facile” e probante o meno della bontà dall’adeguamento stesso.

Se poi si devono comparare i due adeguamenti TMC-1 E TMC-2 tra di loro, e parimenti verificare le correlazioni con l’MTM-1, l’operazione, pur se più complessa, è ancora fattibile, è solo più lunga.

A prescindere da tutti questi passaggi che sono stati effettuati; durante la trattativa, è stato chiesto ai tecnici aziendali di dimostrare quanto affermavano, tramite la consegna delle fotocopie dei rilievi di quattro carichi di lavoro, conteggiati con i tre sistemi presenti, MTM-1, TMC-1 e TMC-2.

Questi 4 rilevi dovevano essere caratterizzati da: 

  • Un esempio inconfutabile sia sul metodo che sui pagati, ed è stato scelto il rilievo presente nel manuale del TMC-1 (la “famosa” pompa alimentazione carburante).
  • ricca gestualità di montaggio non gravata da pesi o da sforzi da compiere.
  • ricca gestualità gravata da pesi e da sforzi da compiere.
  • ciclo molto ricco di movimenti del corpo.

Dei dodici rilevi richiesti, l’azienda ne ha unicamente consegnato uno con il TMC-2 (la pompa alimentazione carburante), che però era ed è importante al fine della disputa a quel tavolo e per il nostro ragionamento.

Questo rilievo TMC-2, secondo l’analisi aziendale consegnata, evidenzia una produzione oraria di 155,54 pezzi/ora a fronte di 141,5 pezzi/ora dello stesso ciclo rilevato con il TMC-1, con un incremento di 14,04 pezzi/ora pari al +9.92% di incremento percentuale.

Sottoponendo però ad esame il rilievo FIAT, questo risulta gravato da due GROSSOLANI ERRORI (voluti, secondo noi) e direttamente rilevabili raffrontando sia i rilievi TMC-1 e TMC-2 che le logiche MTM.

Eliminando gli errori, il volume produttivo con il TMC-2 passa a 171,5 pezzi, con un incremento di 30 pezzi/ora pari al +21,2% di incremento percentuale.

Date le caratteristiche del ciclo preso in esame, ricca gestualità di montaggio non gravata da pesi o da sforzi da compiere, gli incrementi di volume sono largamente indicativi del divario medio esistente tra TMC-1 e TMC-2 negli attuali cicli di lavoro.

Dato che a molti può sembrare eccessivo questo incremento di produttività che la nuova metrica impone, nel tentare di convincere gli scettici della gravità di quanto abbiamo firmato, nel prosieguo del ragionamento non assumeremo il dato reale del +21,2%, ma quello ridotto (falso) del +10% circa risultante dal conteggio FIAT.

Che cosa comporta il mutamento della metrica se questo cambiamento interviene su una base 100 (il TMC-1) che prevede già il rendimento a 133,33 ?

Il primo effetto è quello che tutti gli indicatori sia relativi ai Fattori Riposo, al Fattore Fisiologico, alle Pause, al Salario Incentivato, ed a tutte le forme premianti, SALTANO.

Essendoci un incremento di questa natura tutto deve essere riconteggiato e ridiscusso, a prescindere dalla sua accettazione o dal suo rifiuto aprioristico, e non sarebbe possibile neppure un semplice adeguamento proporzionale degli indicatori prima citati.

L’INDICE DI RENDIMENTO DEL TMC-2

Non essendo stato impostato un percorso che costringesse l’azienda ad esplicitare il dettaglio della nuova metrica, ed essendo stata rifiutata anche la richiesta di consegna del manuale TMC-2, che avrebbe almeno dimostrato il mantenimento o meno delle correlazioni, delle dipendenze della nuova metrica dalla fonte MTM, il problema si amplia investendo il seguente interrogativo:

Quanto è l’indice di rendimento della nuova metrica inventata dalla FIAT ?

Per quanto riguarda il TMC-1 la FIAT ha detto e dimostrato nel manuale TMC-1 che, tramite il coefficiente di correzione 0,652, i tempi MTM sono trasformati da centomillesimi di ora ed a rendimento 144,9, in millesimi di minuto (tempi effettivi) ed a 133,33 di rendimento.

Naturalmente questo corretto ma vincolante riferimento dava un terribile fastidio, perchè costringeva l’azienda ad affrontare, oltre che le correlazioni tra l’MTM ed il TMC-2, la discussione sull’entità dell’indice di rendimento del TMC-2, dato che è inconfutabile che se i tempi di lavoro fanno lievitare i volumi del +10%, l’indice di rendimento muta radicalmente.

Oltre a questo si doveva ridiscutere l’impostazione FIAT, scritta in parte ma concordata in modo vincolante, dello scambio degli inizi degli anno 70.

Lo scambio consisteva in questo: la FLM subiva l’obbligatorietà per tutti i diretti dei tempi di esecuzione a 133,33 (non poca cosa in quegli anni), ma garantiva a tutti il guadagno pieno di cottimo subendo uno zoccolo alto (127 di rendimento) al disotto del quale, per qualsivoglia causa (fermate, perdite varie, ecc.), non si poteva andare.

La retribuzione per le ore ad economia o inattività era, ed è penalizzata, di circa 11 lire ora.

Questa impostazione abbinate ad altre, ha demotivato la contrattazione dell’incentivo, ma ha anche favorito un preciso confine tra compiti e responsabilità di ogni soggetto, dove l’operaio diretto aveva sì l’obbligo di rispettare “i giusti” tempi comunicati, ma l’eventuale divario tra – PREVISIONE E REALTA’ sul ciclo di lavoro – era tutto a carico dell’azienda.

In sostanza LA REGOLA alcuni la vivevano come un’imposizione, altri, tra cui il sottoscritto, come una difesa nella fabbrica taylorista-fordista.

Tutto questo corposo blocco di problemi, affrontato nella commissione tecnica, non ha portato a nessuna modifica dell’accordo, e l’azienda ha imposto che il riferimento alla velocità d’esecuzione non apparisse più e quindi, mantenendo aspetti della logica precedente, ha imposto che i tempi incentivati fossero definiti con un neutro 100, e lo zoccolo al 95% di questo 100.

Naturalmente non si troverà più nel testo la classica formulazione (anche FIAT):

I tempi rilevati, maggiorati secondo la tabella dei F.R. acclusa, costituiscono i Tempi Effettivi assegnati alle lavorazioni.

Un tempo è da considerarsi Effettivo, quando applicato alla misura del rendimento di un lavoratore medio, permette allo stesso di arrivare ad un indice di rendimento pari a 133,33** lavorando a velocità normale con abilità ed impegno.

** Si indica con velocità di lavoro 133, la velocità che può essere realizzata e mantenuta per l’intera giornata da un operaio di media capacità, senza che questo procuri nocumento alcuno alla sua integrità psicofisica.

Le ragioni di questa non presenza sono di immediata comprensione; sancendo il 133 l’operazione TMC-2 salta, ma saltano altresì, come diretta conseguenza, tutti i riferimenti agli “usi innovati dei Fattori di Riposo” cumuli vari per godimenti concentrati e conseguenti recuperi.

Ne consegue che quanto sia la velocità d’esecuzione del TMC-2 nessuno forse lo saprà mai da fonte FIAT.

Per adesso l’incremento è da noi quantificabile tramite la comparazione dei volumi ricavabili da rilievi certi e documentati (fotocopie FIAT – Gilardini – Marelli), oppure tramite i raffronti tra i pagati  MTM – TMC-1 – TMC-2 per blocchi di gestualità, interpretati tramite le indicazioni contenute negli “schemi di sintesi” consegnati dall’azienda, che non possono essere che giusti ed esaustivi di tutte le interpretazioni possibili, a meno che non sottendano (TMC-2) ulteriori inganni, falsità, ed interpretazioni “ad usum delphini”.

Tutte queste verifiche portano inequivocabilmente a quantificare l’aumento medio del TMC-2 tra un +20% ed un +25%.

LA TABELLA DEI FATTORI DI RIPOSO

A differenza di tutte le “novità” presenti, la tabella dei Fattori di Riposo nella Fabbrica Integrata è la vecchia tabella FIAT degli anni 50, le uniche novità apportate a questo ferro vecchio sono il look (le illustrazioni delle posizioni base), e l’interpretazione (peggiorativa) dei pesi.

Neppure il timido miglioramento apportato durante la contrattazione della stessa tabella nel trapasso ALFA / ALFA LANCIA (1987) è stato inserito, con la motivazione che questa fabbrica sarà perfetta e che quindi avere indicatori che  prevedano un aumento dei F.R. dall’1% al 10% per problemi legati alle condizioni operative ed ambientali d’insieme (mediocri, cattive e pessime) erano inutili.

Se per ipotesi fossero inutili a Melfi sarebbero però giustificati altrove ma, guarda caso, la tabella è sempre la medesima in qualsiasi contesto produttivo.

Quando poi si è entrati nel merito di alcune voci della tabella, e si è chiesto di quantificare, scindendo in modo preciso o almeno comprensibile, i valori relativi al dispendio energetico dalle condizioni specifiche in cui l’attività lavorativa si svolge, la risposta ovviamente non c’è stata.

L’azienda si è limitata a rileggere il capoverso che sancisce che i valori della loro tabella, oltre che a riconoscere il dispendio energetico, sono comprensivi anche delle…:

Condizioni specifiche in cui si svolge l’attività lavorativa, indipendentemente dall’influenza sul consumo energetico muscolare, e precisamente:

  • grado di attenzione
  • condizione di illuminazione
  • temperatura ed umidità
  • rumorosità

nonché (figuriamoci..)

  • condizioni ambientali di insieme, se influenzate da presenza di fumi, polveri, vapori, affollamento, pericolosità.

La dimostrazione che molte altre tabelle, comprese quelle della Zanussi o internazionali del BIT (Ufficio Internazionale del Lavoro), per ogni voce davano un valore certificato ben distante dai valori di quella FIAT, non ha portato a nessun ripensamento.

Ne consegue che, sottoscrivendo per la fabbrica del 2000 la vecchia tabella FIAT peggiorata, il danno procurato per tutti i lavoratori di Melfi, di Pratola Serra, per il futuro di quelli di FIAT Auto e dell’ALFA LANCIA, e di tutti coloro che subiscono e subiranno le influenze dei modelli FIAT, è molto grande.

Per concludere è bene ripresentare il giudizio che molti di noi, ed anche il sottoscritto dà della tabella in questione:

Nella tabella FIAT, l’operaio a cui si fa riferimento, sembra che lavori sempre a ritmo ottimo, sia sanissimo, asessuato e senza età, non sia minimamente soggetto a monotonia, ripetitività e noia, non sia soggetto a turnazioni di lavoro, a gradi diversi di attenzione ed a rischi infortunistici, che non risenta minimamente dell’aumento della fatica derivante da condizioni ambientali fortemente differenziate o da ergonomia del posto di lavoro inadatta, dall’uso di strumenti protettivi, ecc..

In parole povere un essere umano inesistente, che viene letto unicamente in termini di atteggiamenti del corpo da assumere e pesi o sforzi da compiere; è presente quindi un concetto della fatica e della valutazione della stessa che neppure Taylor assumeva.

IL SISTEMA INFORMATIVO

Tutti coloro che si sono interessati di Fabbrica Integrata sono concordi nel sottolineare l’estrema importanza del Sistema Informativo che viene messo a disposizione dei lavoratori.

Investendo molto sulla partecipazione, avere un sistema informativo verso i lavoratori ricco di indicatori e di informazioni dettagliate, costante nel tempo, a ridosso del luogo del fare, e basato su di un comprensibile linguaggio comune, è interesse primario per una azienda che creda realmente a quello che dice.

Nell’affrontare il tema dei diritti di informazione per i lavoratori ed il sindacato, credevamo quindi di avere, rispetto agli altri stabilimenti del gruppo, significative aperture, e di poter contribuire con il meglio delle esperienze costruite in tutti questi anni.

Nelle discussioni affrontate e nell’accordo, nulla delle logiche che ritenevamo di aver appreso studiando la fabbrica integrata, si sono concretizzate.

Il sistema informativo che è sancito è il più povero tra tutti gli stabilimenti FIAT oggi esistenti; si limita ad una interpretazione riduttiva e di parte del CCNL ripresentando il sistema informativo in uso negli anni 50-60 alla FIAT, anzi, per alcuni versi, più povero.

Degli innumerevoli diritti di informazione sulla prestazione di lavoro sanciti alla FIAT, utilissimi anche all’azienda perchè funzionali a chiarire i problemi e le eventuali ragioni dei conflitti, nulla è stato accettato; anzi non si è neppure potuto discutere, essendo, per l’altra parte del tavolo, tutto risolto attraverso la loro interpretazione del Contratto.

Basta vedere gli allegati inerenti alle comunicazioni sui carichi di lavoro per capire che siamo tornati indietro agli anni 60, dove un lavoratore non potrà mai avere la possibilità di sapere quanto sia il suo carico di lavoro in termini di tempo, figuriamoci poi riuscire ad avere conoscenza e certificazione di tutta la sovrastruttura prevista.

Se poi ci addentrassimo nel Sistema Informativo necessario per rendere trasparente, comprensibile e verificabile la mole di calcoli necessari per interpretare l’uscita dei display luminosi presenti in ogni tratto linea (saturazioni, mix. recuperi, ecc.), gli RSA dovrebbero avere la possibilità di collegarsi con un terminale al sistema computerizzato aziendale, ed invece non avranno assolutamente nulla, neppure della carta.

E’ quindi prevalsa nuovamente la linea che “i lavoratori meno sanno e meglio è” e se sono anche RSA è bene che sappiano ancora meno.

Che significato abbia continuare a scrivere che nella fabbrica integrata sarà indispensabile avere “un sistema informativo a vista“, vicino tecnicamente al “punto del fare”, “direttamente percepibile” e di “abituale gestione aziendale” sarà bene chiederlo nuovamente ai dirigenti aziendali che predicano bene e razzolano poi malissimo.

Qualcuno però, mica tanto malignamente, potrebbe far osservare, che cosa se ne faranno i lavoratori di Melfi dei diritti di informazione, dove troveranno mai il tempo materiale per consultare ed indagare il loro carico di lavoro?

Perché ”colpo di stato annunciato”

IL COLPO DI STATO ANNUNCIATO

Il rischio di applicazione del TMC-2 nell’ambito di FIAT Auto, era da me stato paventato già nel lontano1987, inoccasione di una nota, largamente diffusa, titolata “TMC-1 ?? TMC-2″.

Nella nota si lanciavano allarmi e si davano precise informazioni di merito.

La nota preannunciava la strategia aziendale verificatasi poi puntualmente; questa era sintetizzata in una immagine da guerra medioevale “conquistare il contado per poi attaccare il castello”, dove il contado erano le aziende dell’indotto strategico (Girardini, Marelli, Borletti,…?) ed il castello FIAT Auto (Melfi, Pratola Serra,…?).

Dopo tutti questi errori compiuti (alcuni forse solo per non conoscenza), il proseguimento delle indagini e degli studi di merito compiuti dal nostro Ufficio Sindacale, le valutazioni fatte anche a livello nazionale (Damiano e Mazzone sapevano e sanno benissimo di cosa si tratta), gli intenti aziendali e gli effetti di questi erano largamente conosciuti, quindi non ci sono giustificazioni di sorta ma solo responsabilità specifiche. 

GIUDIZI E COMMENTI

SINTESI DEI CAMBIAMENTI E RAFFRONTI
MIRAFIORI
MELFI
Metrica T.M.C.-1
T.M.C.-2, + 20% circa di lavoro
Riferimento M.T.M.
Nessun riferimento
Indice di rendimento133,33
150 – 160 ??
Fatt. Fisiologico 4%Tempodi Presenza
3,8% Tempo di presenza
Fattori di Riposo Tabella FIAT
Tabella FIAT peggiorata
Logiche di godimento Normale
Cumulati / Recupero fermate
LINEE DI MONTAGGIO
Sat. Individuale – 86% (387′ Tempi Attivi)
94,3% (410,4′ Tempi Attivi)
Fattore Fisiologico – 4% (18 minuti)
3,8% (16,7 minuti)
Pausa per disagio vincolo – 4,88% (22’)
1,02% (4,48 minuti)
Fermata reale nel turno – 40′ in 2 pause
40′ in due pause, in realtà la pausa è solo di 21,18′ il resto è pagato dal lavoratore diretto.
Fatt. di rip. Minimo – 5,11% (23 minuti)     
0,7% (3,1 minuti)
Incremento Sat.Ind. per Mix
5% su Tempi totali
10% sui soli Tempi Attivi circa + 18% su 345 minuti
Recupero fermate varie
Nessuno recupero
Tutte recuperate tramite incremento della saturazione; assommando i problemi del mix,           questa saturazione non potrà superare il +23% circa. I 435 minuti di lavoro totali non potranno però essere superati.
LAVORAZIONI NON DI LINEA
Fattore Fisiologico
4% (18 minuti)
3,8% (16,7 minuti)
Tempi ciclo su macchine
Determinati su TEMPI TOTALI
Determinati sui TEMPI ATTIVI, +5% circa di incremento su molti complessi innovati.
Recupero fermate varie
Nessuno recupero
Tutte fino a esaurimento dei Fattori di Riposo assegnati.

RAPIDE CONSIDERAZIONI

Essere pessimista non è nella mia natura ma, dati i tempi, è possibile che per molti anni la produzione dell’automobile in Italia sarà effettuata tramite questo sistema di regole.

E’ indubbio che con questo accordo sia stata sottoscritta  una nuova concezione del lavoro industriale e della prestazione lavorativa.

Questa nuova concezione comporta anche un processo selettivo sul tipo di lavoratore funzionale a questa concezione quindi, questa volta siamo davvero di fronte ad un accordo di portata storica.

Personalmente sono contrario a tutti i punti sottoscritti, e mi sono battuto affinché l’intera parte relativa alla prestazione di lavoro non fosse firmata.

Tanti convincimenti, tante certezze, tanti riferimenti contrattuali, medici e tecnico scientifici, dovranno essere cambiati.

Questa nuova concezione della prestazione non può essere letta come sommatoria estensiva degli accordi di Rivalta e di Cassino,  dato che questi, pur se peggiorativi rispetto ai precedenti,  rimanevano nell’alveo dei principi stabiliti da decenni, ampliandone unicamente il peso negativo in termini di quantità.

A parziale giustificazione delle concessioni a volte fatte, vi era però una non contestabile serie di esigenze aziendali legate alle modifiche al prodotto, alla tecnologia, all’o.d.l., ed  alle nuove frontiere della qualità; le obiezioni erano quindi legate al - QUANTO - ed al - IN CAMBIO DI COSA -.

Con l’accordo dell’11 giugno “il solco” è stato stravolto.

Personalmente non trovo “ragioni politiche” a giustificazione della firma di questa parte dell’accordo;  se però qualcuno ne avesse è bene che le espliciti, dato che nei pochi articoli  e nei commenti “positivi” all’accordo apparsi fino ad ora  il tema delle modifiche al sistema di regole sulla prestazione ha subito una sorta di rimozione, non viene preso in esame.

Alcuni di noi manifestano poi la certezza che gli operai coinvolti si rifiuteranno di lavorare nel modo previsto e che l’accordo sarà negato nei fatti.

La sfera di cristallo non la possiedo e non riesco quindi a prevedere  i comportamenti di lavoratori che non conosco, che sono pressati più di altri, dal bisogno del lavoro e da certezze per il futuro.

Ricordando la condizione di lavoro al montaggio di Mirafiori negli anni 60, posso dire che, raffrontandola ad oggi, lavoravamo molto  di più, ma tanti operai affermano che l’attuale livello di sfruttamento è difficilmente superabile e che abbiamo toccato il fondo.

Fatica e sopportazione possibile in un luogo di lavoro non sono quindi facili da quantificare e valutare, dato che molte sono le variabili che entrano in gioco; ed oltre agli aspetti  riconducibili all’o.d.l. hanno un loro peso determinante il “clima politico” interno ed esterno alla fabbrica, le differenze generazionali, il peso dei bisogni primari, le condizioni sociali e culturali.

Altro dato di quegli anni, che aveva favorito contrapposizione e negazione ai modelli di gestione padronali, ed iniziali prese di coscienza, era l’identificazione  dell’intero modello di gestione della fabbrica di allora come una ingiustizia, anzi lo scenario paradigmatico delle ingiustizie del mondo capitalistico.

E’ stato grazie agli esempi ed agli insegnamenti di chi aveva resistito alla repressione degli anni duri ed al ruolo positivo del sindacato che, con il tempo, molti di noi hanno modificato la loro scala di priorità e hanno imparato a contrapporsi in termini di potere reale con l’azienda.

Riappropriarsi dei modelli politici e tecnici su cui un grande complesso industriale vive, prendere coscienza mutando i comportamenti, non è stato facile nè per me nè per gli altri lavoratori e delegati, anche se lavoravamo a Torino ed a Mirafiori.

A Melfi ed a Pratola Serra, in fabbriche nuove ed in contesti territoriali non industriali, tutto questo humus culturale che ci aveva favorito  difficilmente sarà presente; se a questo aggiungiamo bisogni storici di lavoro, sarei molto prudente nel manifestare certezze su rapide e convinte opposizioni al nuovo modello FIAT di gestione del lavoro, pur con tutto il dovuto rispetto per il grado di civismo, di coscienza democratica e di cultura di quei lavoratori.

Partendo da questa considerazione, le responsabilità che la FIOM si assume sono pesanti e non è possibile, proprio in nome della solidarietà, che decisioni come quelle contenute nell’accordo siano assunte da pochissimi senza mandati di nessun genere, soprattutto in relazione al potenziale di diffusione che questa interpretazione della fabbrica integrata contiene.

Esiste quindi veramente il rischio che il sindacato (la FIOM) sia identificato come controparte dei lavoratori ed alleata dell’azienda; ed a Torino, basta ricordare l’autunno caldo,  sappiamo bene come sia difficile rimuovere dalla testa dei lavoratori convincimenti di questo tipo.

E che dire del senso di solitudine politica che quei lavoratori potranno provare non essendoci stata nessuna organizzazione sindacale che si sia opposta alla definizione del sistema gestionale che vigerà?

Se poi per ipotesi si giungesse ad un rifiuto radicale da parte dei lavoratori delle logiche dell’accordo, quali spazi di mediazione esisterebbero? Pochissimi per non dire nessuno, dato che tutti  i punti sono talmente interconnessi, che modifiche parziali non farebbero altro che produrre pastrocchi ingestibili.

Tutta la parte della prestazione di lavoro doveva essere rifiutata e non firmata oppure, al limite, tutto quello che ho identificato come seconda parte nella nota (metrica, indice di rendimento, fattori di riposo), non doveva essere sottoscritta ma unicamente ricevuta in termine di COMUNICAZIONE (vedi CCNL), al fine di essere sottoposta a giudizio dell’intera categoria, dato l’indubbio rischio di contagio che contiene.

Ci si potrebbe chiedere poi se l’azienda sia consapevole di quali siano i problemi che la traduzione di questo accordo in obiettivi raggiungibili, procuri ai dirigenti, ai capi ed ai tecnici dei due stabilimenti. Personalmente credo di no!

Infatti anche alla FIAT è successo quanto è avvenuto nel sindacato, la perdita cioè  della cultura e dei modelli della prestazione di lavoro; più si sale nella scala gerarchica meno questo problema è padroneggiato, è sentito, è capito.

Negli ultimi anni mi sono imbattuto in decine di aziende che chiedevano di ripristinare il cottimo (Sistema di regole), sia come forma di controllo del lavoro operaio, che come strumento  per recuperare “certezza” dei costi di trasformazione.

Il divario tra Previsione e Realtà dopo anni di gestione approssimata era ormai diventato, secondo il loro parere, insostenibile e costituiva un ostacolo grave ad una corretta gestione.

Quindi l’esigenza di avere certezze nei costi di trasformazione del prodotto è ovviamente presente anche nella fabbrica integrata; se pensiamo però agli obiettivi (costi standard ed indici vari) dati ai gestori di Melfi e Pratola Serra, non si può fare a meno di essere fortemente preoccupati.

Il rischio di fallimento gestionale di queste nuove logiche, e l’opzione repressiva per raggiungere gli obiettivi a tutti i costi è quindi possibile, è dietro l’angolo.

Si può ipotizzare poi che  tutti i contenuti di questo accordo rimangano una conquista aziendale solo sulla carta, e che il divario tra quanto previsto e quanto concretamente realizzato sia mantenuto ampio, onde evitare il conflitto; ma che senso avrebbe una  scelta di questo tipo sia per l’azienda che per il sindacato?

Sarebbe nuovamente il ripristino di uno scollamento tra i modelli teorici e quelli reali o d’uso, che avevano portato la FIAT alla situazione degli anni 60, dove l’officina operava senza nessun collegamento reale con l’analisi lavoro, e dove l’arbitrio padronale era la regola.

In queste situazioni, se prevale la repressione, la risposta prima o poi arriva ed è l’arbitrio operaio, giustificabile ma negativo come il precedente arbitrio, dato che non produce saperi ed esperienze costruttive; se prevale invece il lassismo, sono   produttività, efficienza e qualità, a venir meno.

In tutti e due i casi nessuno impara niente ed è l’opzione partecipativa a fallire, è “L’OSCURAMENTO” DEL TUBO DI CRISTALLO, parafrasando il titolo dell’ultimo libro del prof. Giuseppe Bonazzi sulla fabbrica integrata – Il tubo di cristallo.

Per facilitare la partecipazione, l’unica scelta possibile per il sindacato è quella di definire un Sistema di Regole validato consensualmente da tutti i lavoratori coinvolti, realizzabile, credibile, e basato sul meglio che l’esperienza di lavoro, la contrattazione e le scienze hanno prodotto e produrranno.

A Mirafiori ed a Rivalta, pur con tutte le difficoltà ed i limiti derivanti dai temi e dalle controparti, stavamo tentando di realizzare questi principi nell’ambito delle logiche della fabbrica integrata.

Alcuni temi presenti nell’accordo di Melfi (problemi del Mix, e recuperi per disfunzioni) erano ovviamente da tempo oggetto di analisi sindacale e sondaggio informale con le direzioni di questi stabilimenti. La contrattazione innovativa che avevamo intenzione di impostare, causa l’accordo, subisce una battuta d’arresto per non dire un completo stravolgimento.

Le ragioni sono semplici. Dato che le differenze tecnologiche ed impiantistiche non saranno radicali (vedi nuove linee della Punto a Mirafiori), la fabbrica integrata per la FIAT sembrerebbe gestibile unicamente tramite il sistema di regole definito per Melfi e Pratola Serra.

Sapendo poi che tutti gli stabilimenti di FIAT Auto si trasformeranno in fabbriche integrate, è oggettivo ipotizzare che questo accordo si erga a paradigma e che quindi tutta la contrattazione futura risulti contraddittoria tra i vari stabilimenti a meno di non omologarsi tutti e immediatamente a Melfi.

Se ci si avventurasse in ipotesi di accordi parziali e settoriali per gestire le fasi di trasformazione, e conoscendo l’assoluta mancanza di autonomia delle direzioni di stabilimento, non intravedo possibilità di contrattazione innovativa e di merito, anche perchè sappiamo ormai per certo che la nuova frontiera dello scontro con l’azienda non è e non sarà più solo mix, recupero disfunzioni, qualità, in cambio di qualche cosa, ma tutti questi punti più TMC-2, maggiori rendimenti individuali e collettivi, meno pause, stravolgimento del godimento dei F.R., in cambio sostanzialmente di niente.

Se analizziamo poi le forme premianti, terreno privilegiato per dare costrutto al “miglioramento continuo”, e da molti di noi largamente indagate, rileviamo che nell’accordo sono oggettivamente impraticabili, dato che partono da basi 100 già difficilmente realizzabili.

Ne consegue che, causa l’accordo, si intravede una  sorta di abbandono del terreno della ricerca di accordi dignitosi e possibili su fabbrica integrata e performance, dato che priorità,  rischi e punti di caduta, sono diventati altri.

Questa scelta obbligata deve però tradursi in una sorta di negazione delle possibilità positive che l’intero scenario riconducibile alla fabbrica integrata correttamente intesa presenta?

Secondo me no! E’ necessaria anzi una accelerazione sia della ricerca che della NOSTRA proposta sindacale, a condizione però che o.d.l., metrica, indice di rendimento, fattori di riposo e pause, non siano più considerati ferri vecchi della predeterminazione nella fabbrica taylorista-fordista o presunzioni (o.d.l.), ma riassumano  l’oggettiva centralità e problematicità di sempre, come l’accordo dell’11 giugno  palesemente dimostra.

Il ritardo è grande, sono almeno 15 anni che il tema della prestazione di lavoro è rimosso dalla mente e dal fare quotidiano di molti sindacalisti e delegati, dobbiamo quindi riscoprire le esperienze positive ed alimentarne e favorirne di nuove, senza nessuna sudditanza culturale agli appetiti padronali com’è avvenuto in questo accordo.

Torino, 16 giugno 1993