TEMPI DURI

Da Rassegna sindacale 18-24 settembre 2003

Con la nuova metrica l’azienda intensifica il lavoro anche del 20%, ma intanto taglia gli addetti e abbassa la produzione. A Mirafiori i sindacati denunciano: il TMC-2 è nocivo per la salute dei lavoratori

Stefano Lucci

Il lavoro e i movimenti per farlo sono praticamente gli stessi, ma i tempi per spostare, tagliare, avvitare, sollevare la Fiat li ha ridotti drasticamente: anche del 20 per cento. Prima, a Melfi e Pratola Serra, poi a Cassino (con l’accordo separato del 15 marzo 2001), Mirafiori e, al ritorno dalle ferie, anche a Termini Imerese e Pomigliano d’Arco. Questa la cronistoria del Tmc-2, il sistema di misurazione dei tempi per l’esecuzione del lavoro elaborato nei pensatoi Fiat a metà degli anni Ottanta, sperimentato inizialmente nell’indotto (la Magneti Marelli), contrabbandato insieme al sogno della fabbrica integrata di Melfi e oggi

proposto nel piano Boschetti come unica uscita possibile dalla crisi. Tmc-2 nel linguaggio della cronotecnica vuol dire «Tempi dei movimenti collegati- seconda versione», ma in quello più crudo della fabbrica significa che se prima per montare un pezzo avevi a disposizione 60 secondi oggi te ne devi far bastare 48 e che, alla fine dei conti, fai in cinque giorni quello che prima ti riusciva in sei: «Praticamente è come aver introdotto il sabato lavorativo», esemplifica efficacemente Claudio Stacchini, della segreteria della Fiom piemontese.

Per ogni vettura che transita in linea noi lavoriamo 1 minuto e 36 secondi – spiega Pasquale Ditolve, 36 anni, delegato Fiom, operaio della Fiat Sata di Melfi dal ’93 -. A Termini Imerese, prima dell’introduzione della nuova metrica, le stesse operazioni si facevano in due minuti. La differenza sembra poca, ma 24 secondi nella cadenza infernale della linea sono tanti e moltiplicati per tutte le operazioni della giornata fanno molta fatica in più.

Quando sono arrivati da Termini a vedere come funzionava il Tmc-2 – prosegue il delegato – gli operai siciliani si sono davvero preoccupati. Da noi le cadenze sono così sostenute che spesso siamo costretti a inseguire le vetture sulla linea; in un giorno, sul layout facciamo chilometri e chilometri avanti e indietro.

PERCHE’ LA NUOVA METRICA?

A Melfi, le proteste della Fiom contro il Tmc-2 vanno avanti da anni. A Cassino, l’accordo che ha introdotto la nuova metrica, nel 2001, fu un accordo separato: la Fiom non firmò. La stessa cosa è accaduta a Mirafiori, il 18 marzo del 2003; a Pomigliano d’Arco e Termini Imerese, invece, l’azienda è andata avanti unilateralmente e i sindacati minacciano proteste. Ma è utile, all’azienda, creare un clima così conflittuale in un momento delicato come questo (ad agosto la quota di mercato Fiat è scesa ancora, al 6,5 per cento) e nel quale, per superare la crisi, ci sarebbe grande bisogno anche del grande impegno di tutti i lavoratori?

La tesi sostenuta dalla Fiom è nota: la Fiat procede verso la liquidazione del settore auto e, per questo, tenta in tutti i modi di ridurre i costi, estendendo a tutto il gruppo quel Tmc-2 che, guarda caso, è lo stesso sistema metrico usato dalla General Motors, il colosso di Detroit che dovrebbe fagocitare il Lingotto.

La stessa operazione – dice ancora Stacchini – di chi decide di vendere casa ma prima la rassetta per renderla più appetibile al compratore». Con il Tmc-2 Fiat può ottenere, a scelta, due risultati: produrre con meno lavoratori lo stesso quantitativo di macchine o più macchine con gli stessi lavoratori. Ma è una strategia che, anche a vederla solo in ottica padronale, non convince del tutto: l’incidenza del costo del lavoro nel bilancio Fiat è bassa, intorno al 10 per cento (era il 19,1 per cento nel ’95) e gli stipendi dei suoi lavoratori sono tra i più miseri in Europa. Cesare Cosi, dell’ufficio sindacale della Fiom Piemonte, ex operaio di Mirafiori e tra i massimi esperti in metrica del lavoro (vedi il suo contributo nella pagina), la spiega così: «Il Tmc-1 (adottato in Fiat prima del Tmc-2, ndr) era un sistema condiviso tra le parti e rendeva possibile una contrattazione di merito. Si discuteva di organizzazione del lavoro, prodotto, layout; ognuno, ovviamente, con i propri interessi ma partendo da una base oggettiva; la condivisione della stessa metrica del lavoro.

Con l’adozione unilaterale, da parte dell’azienda, del Tmc-2 questo terreno comune salta e la contrattazione ne riceve un danno fortissimo›. Cioè, non si contesta più una modalità applicativa della metrica, ma la metrica stessa: la contrattazione rischia di diventare <ideologica> nel senso più pieno del termine.

A MELFI, MEMORIA STORICA DEL TMC-2

E alla SATA di Melfi, in 10 anni di TMC-2,  questa conflittualità non è davvero mancata. «La nuova metrica- ricorda Giuseppe Cillis, segretario generale della Fiom lucana -, partì il primo gennaio del ’94. Noi rivendicavamo quello che i lavoratori degli altri stabilimenti stanno chiedendo ora, e spero con risultati migliori dei nostri: la verifica puntigliosa dell’applicazione di un sistema che rendeva più intenso il lavoro. Anche all’epoca, come sta facendo in questi giorni a Mirafiori, la Fiat sosteneva che il Tmc-2 poteva migliorare il modo di lavorare. Ma perché questo avvenisse era necessario intervenire sulle “situazioni” ergonomiche, sulle posizioni dei lavoratori lungo la linea, sugli strumenti di lavoro». Se, per esempio, un avvitatore produce un numero di vibrazioni più basse magari si può sopportare un lavoro anche più intenso. «Ma questi cambiamenti, che dovevano accompagnare la nuova metrica, non sono mai stati adottati – attacca Cillis -. Per noi il modello organizzativo va ripensato complessivamente. La maggiore flessibilità di cui può aver bisogno l’azienda va coniugata con la tutela e la salute dei lavoratori››. A dieci anni di distanza Ditolve prova a tirare le somme: «Con la crescita esponenziale dei carichi di lavoro, su un totale di circa 4.900 addetti abbiamo ormai più di mille lavoratori “limitati” (coloro, cioè, che non possono fare le operazioni più pesanti, ndr), con ernie del disco, tendiniti, sindromi del tunnel carpale. E questo numero, con l’aumento dell’età media degli addetti, salirà sempre di più se non s’interviene. La gente è stanca: ogni anno, mediamente, 200 persone lasciano l’azienda. E non è che la diminuzione della produzione alleggerisca il ritmo anzi.

A Melfi in settimana  hanno abbassato la produzione di 30 vetture , <ma insieme hanno tolto 25 persone dalla linea – commenta il delegato – e i tempi di lavoro, in questo modo sono sempre più saturi>.

A MIRAFIORI NESSUNA PROSPETTIVA

Nel panorama Fiat spicca poi la situazione di Mirafiori. Si tratta dell’unico sito produttivo dove all’introduzione del Tmc-2 non è seguita nessuna indicazione di sviluppo. Lo dicono i dati: l’impianto funziona ormai al 45 per cento; tre turni si fanno solo sulla Punto, mentre per Multipla, Lybra e Thesis si lavora solo su un turno giornaliero e la Panda è migrata in Polonia; la Punto, poi, sarà progressivamente sostituita dal monovolume Idea, ma si passerà da 800 a 300 vetture al giorno.

Entro fine anno, gli addetti superstiti saranno 14.000: erano 29.000 solo tre anni fa. Nonostante questo, Fim Uilm e Fismic hanno firmato il 18 marzo l’accordo che ha dato via libera al Tmc-2 e, contestualmente, a quasi duemila mobilità. A giugno sono iniziati gli scioperi contro la nuova metrica. «hanno protestato racconta Rocco Moscato, delegato Fiom da quindici anni, anche tanti lavoratori iscritti a sigle firmatarie dell’accordo››. Ma come si vive il passaggio al Tmc-2 da una tempistica di lavoro più tradizionale? «Male – ammette Moscato -, anche perché l’età media qui a Mirafiori è alta, 45 anni. Molti non ce la fanno a star dietro alla linea e così tante vetture rimangono sul piazzale incomplete. E questo a dispetto di quella qualità di cui la Fiat continua a parlare tanto».

Prima dell’estate, Guariniello ha avviato un’inchiesta, a seguito di un esposto della Fiom, per verificare gli effetti della nuova organizzazione del lavoro sulla sicurezza e salute degli addetti; effetti che per i sindacati sono nocivi soprattutto in relazione alle patologie da sforzo ripetuto (vedi l’articolo di Perini nella pagina). L’azienda, accusa la Fiom, non ha aggiornato il documento di valutazione dei rischi, previsto dal dlgs 626/94 e, soprattutto, rifiuta ogni approccio partecipativo al problema della sicurezza: <I rappresentanti dei lavoratori nella Commissione fabbrica integrata – accusa Moscato – hanno segnalato criticità su una ventina di postazioni. Ma la Fiat ha detto che andava tutto bene e, anzi, su alcune di esse ha addirittura aumentato i carichi.

Ora, come è noto, il Tmc-2 «tocca» a Termini Imerese e Pomigliano D’Arco. Ancora è presto per dare giudizi; tuttavia, proprio per evitare i conflitti, nello stabilimento napoletano l’azienda ha iniziato a applicare il sistema metrico solo sulla linea dell’Alfa 147 e in maniera soft: «Ma – spiega Andrea Amendola, responsabile Fiat della Fiom napoletana, – abbiamo già annunciato mobilitazioni se e quando le cadenze saranno intensificate». E, mercato permettendo, c’è da scommetterci che lo saranno.

Cesare Cosi Fiom Piemonte

Uno dei motivi che hanno costretto la Fiom a non sottoscrivere alcun accordo con la Fiat in questo periodo è la pretesa aziendale di mutare la metrica del lavoro esistente passando dal Tmc-1 al Tmc-2. Per metrica del lavoro, va chiarito, s’intende quell’insieme di criteri con cui gli analisti intervengono in officina per determinare come si deve lavorare e in quanto tempo il lavoro deve essere eseguito. Questi criteri si sono evoluti nel corso del Novecento, affondano le loro radici negli studi di Taylor, dei coniugi Gilbreth, di Maynard: sono modelli operanti da decenni e in uso in tutto il mondo industrializzato.

Quello metrico è un sistema usato per quantificare, tramite la determinazione del tempo d’esecuzione, la quantità di produzione che ogni addetto deve obbligatoriamente fare nel turno di lavoro (pena il licenziamento per scarso rendimento), a prescindere dalla (differenza di genere, dall’età, e dalle condizioni psicofisiche, dato che si fa riferimento ad lavoratore astratto, sempre sano, asessuato e senza età.

Da tutto ciò ne consegue che la contrattazione della metrica usata (e il sistema di regole che lo sottende), si incentra principalmente sull’entità delle pause nel turno per bisogni fisiologici e per presenza di nocività o vincolo impiantistico, sui fattori di riposo per reggere la fatica, sugli indici di rendimento e salario, e sono da sempre l’oggetto primario della contrattazione di gruppo e stabilimento.

Si tratta dell’architrave da cui si diparte la più complessa contrattazione dell’organizzazione del lavoro, la difesa della salute e della qualità della vita dei lavoratori in fabbrica.

Il modello metrico più diffuso è l’MTM (Methods time measurement) che con le sue due versioni è da sessant’anni il riferimento primario in materia. L’Mtm si basa sulla microgestualità, cioè sulla scomposizione del lavoro in 13 gesti elementari (Raggiungere, Afferrare, Muovere, Posizionare, i movimenti del corpo eccetera), e con l’attribuzione di un determinato tempo. La somma dei gesti e dei tempi determina il ciclo e il tempo di lavorazione di ogni singolo prodotto e/o di ogni singola fase di produzione.

I tempi d’esecuzione sono espressi in centesimi di minuto: partendo, dunque, da una base 100 considerata come lavoro normale, il sistema Mtm prevede la possibilità di un «di più di lavoro», incentivato, che può arrivare fino a 144,3. Il Tmc-1, elaborato dalla Fiat già nel corso degli anni Cinquanta, e rimasto in vigore per decenni, è una corretta semplificazione dell’Mtm (accorpamento della microgestualità in 5 macromovimenti) con l’adeguamento dei «pagati» (cioè il tempo ciclo assegnato a ciascuna operazione) in millesimi di minuto e a rendimento massimo di 133,33. Questo adeguamento dei pagati era un passaggio obbligato per fruire del modello americano nel contesto italiano dove la scala di incentivazione del tempo d’esecuzione di un lavoro è 100- 133. Questa scala è frutto di usi e consuetudini consolidate nel tempo e suffragate da studi di medicina del lavoro che sanciscono che la maggiorazione di un terzo della normale velocità d’esecuzione «non procura nocumento alla salute››. Oltre non si può andare.

La scala d’incentivazione 100-133,33 è stata da sempre concordata tra le parti; sin da prima della seconda guerra mondiale, da quando cioè è stata riconosciuta la possibilità del cottimo. L’intervallo tra 100 e 133,33 è però oggetto di contrattazione: in alcuni tipi di lavorazioni, per esempio, il massimo del tempo incentivato possibile è 125. L’operazione che ha portato al Tmc-1 è coerente e trasparente, dato che nel manuale ufficiale aziendale tutti i passaggi sono esplicitati e verificabili. Per il Tmc-2 coerenza e trasparenza non sono possibili, e in effetti tutte le dimostrazioni matematiche presenti sul manuale del Tmc-1, in quello Tmc-2 (edito dall’Isvor) sono completamente assenti.

Ma come si arriva al Tmc-2? Nel corso degli anni Ottanta il servizio lavoro della Fiat mette allo studio una sua propria metrica con il solo intento di incrementare drasticamente lo sfruttamento, non più tramite il violento arbitrio della gerarchia d’officina ma dandogli una parvenza di scientificità. Già nel 1987 eravamo a

conoscenza dell’esistenza di questa nuova metrica fatta in casa che la Fiat sperimentava nell’indotto (Marelli e altri), contrabbandandola come un generico Tmc. Ma il primo affondo è stato portato durante la contrattazione per gli stabilimenti di Melfi e Pratola Serra. In quella contrattazione, oltre che stravolgere regole consolidate dal 1971 sulle pause, sui recuperi di produzione, sul salario e sull’orario, Fiat ha preteso, minacciando la non costruzione degli stabilimenti, l’assunzione della sua metrica fatta in casa.

Proprio durante quella contrattazione, ufficialmente e con prove provate anche aziendali, si è evidenziato che l’incremento dello sfruttamento, nel passaggio tra Tmc-1 e Tmc-2, è di circa il 20 per cento, se le mansioni prese in esame sono di pura gestualità. Questo incremento è facilmente documentabile, utilizzando lo stesso esempio di rilevazione dei tempi accluso al manuale Fiat sul Tmc-1: il montaggio in contemporanea di due pompe alimentazione carburante. Ebbene, se la stessa operazione viene effettuata con il Tmc-2 il volume produttivo passa da 141,5 a 173,4 pezzi/ora e, quindi, la velocità d’esecuzione passa da 133,33 a 163,38.

Dal giugno 1993 al 2001 la Fiat non ha trovato l’occasione giusta per estendere il Tmc-2 al resto del gruppo. Poi, il 15 marzo del 2001, a fronte di difficoltà e aspettative nello stabilimento di Cassino, l’azienda ha ottenuto un accordo separato dove, tra altri peggioramenti, viene inserito anche il Tmc-2; la Fiom, messa sull’avviso dei disastri che detto sistema procurava, rifiuta la firma e pretende un referendum che non sarà poi concesso. Nel frattempo, il dato conoscitivo sulla nuova metrica si diffonde e sempre più lavoratori, delegati e sindacalisti prendono atto dei rischi che il Tmc-2 comporta. Tutto questo aggiunge un ulteriore motivo alla non firma degli accordi che la Fiat ha proposto per superare la crisi in tutti gli stabilimenti, da Termini Imerese a Mirafiori. Tutti accordi separati anche se Fim, Uilm e Fismic sapevano benissimo cosa il Tmc-2 comportava e comporta.

Per concludere è bene non dimenticare che dissenso, lotte, contestazioni e iniziative sono in corso, ma se il tutto malauguratamente passasse e si consolidasse, i lavoratori Fiat saranno costretti a produrre, a parità di organico, mediamente il 15 per cento in più di vetture o, parimenti, lo stesso volume con il 15 per cento di addetti in meno, con un sistema di regole stravolto e non più gestibile, e a una velocità d’esecuzione, appunto, non più del 133,33 ma bensì al 163,38, che collocherebbe questi lavoratori al vertice dello sfruttamento mondiale.

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Fulvio Perini Fiom Piemonte

È sicuramente la malattia da lavoro più diffusa tra le lavoratrici e i lavoratori italiani e si chiama in modi diversi: per esempio «lesione da sforzo ripetuto›› o Ctd, cumulative trauma desorder. Molte volte, nel nostro linguaggio profano, la indichiamo genericamente come tendinite. L’introduzione del Tmc-2 rischia di peggiorare ulteriormente la situazione.

Si tratta di un gruppo abbastanza nutrito di disturbi o danni agli arti superiori correlati alla professione svolta: patologie a eziologia multifattoriale, le cui origini, cioè, possono essere di origine diversa e non legate esclusivamente al lavoro svolto. Proprio questo rende molte volte difficile il riconoscimento della patologia come malattia professionale, anche se le ricerche epidemiologiche tendono ogni giorno di più a evidenziare il lavoro come fattore determinante. Se si considera il territorio, poi, si vedrà che queste patologie si presentano classicamente a macchia di leopardo. E le «macchie» sono proprio i territori caratterizzati dalla presenza dell’industria manifatturiera.

Il carattere multifattoriale fa sì che le donne siano colpite dalla malattia molto più dei maschi, visto che l’uso dei contraccettivi e la maternità favoriscono l’insorgere del danno. Con questo pretesto si può evitare il riconoscimento della malattia professionale per le donne e continuare ad assegnare loro i lavori più ripetitivi e veloci: si produce così un rischio più alto proprio per quelle figure di lavoratori più esposte.

Il gruppo di malattie in questione si caratterizza per tre tipi di alterazioni: ai tendini, ai nervi e neurovascolari. I disturbi o danni più diffusi colpiscono la spalla (esempio classico la tendinite e la sindrome dello stretto toracico), il gomito (l’epicondilite, la sindrome del tunnel ulnare e del tunnel radiale ), il polso, la mano e le dita (malattia di De Quervain, la tenosivite dei muscoli flessori, il dito «a scatto», la cisti tendinea, la sindrome del tunnel carpale, la sindrome di Guyon, l’aneurisma alla arteria ulnare, la sindrome di Reynaud).

Ciascuna di queste malattie, per le sue specificità, è indicativamente collegabile a determinate mansioni o professioni. La ricostruzione dell’effettiva modalità di svolgimento del lavoro è indispensabile per individuarne la pericolosità ai fini del danno agli arti superiori. Nella modalità di analisi va considerato lo sforzo derivante dal peso movimentato, dalle posizioni assunte dal corpo e dagli arti, dalla velocità di esecuzione del lavoro e dalla possibilità di riposarsi durante il lavoro.

Esistono metodi scientifici per valutare singolarmente e cumulativamente questi fattori di rischio, come ad esempio il cosiddetto «indice Ocra», una sorta di check list della pericolosità del lavoro di notevole efficacia per valutare il rischio. Dal punto di vista sindacale tradizionalmente più empirico, possiamo esaminare il problema  secondo questi criteri:

  1. quanto tempo si lavora, quante sono le pause durante il lavoro, come sono distribuite;
  2. quante volte si ripete il gesto durante il tempo di lavoro. Questo dipende dal «tempo ciclo›› (cioè il tempo necessario per realizzare l’obiettivo unitario del lavoro) che, a sua volta, porta al numero di pezzi prodotti durante il tempo di lavoro giornaliero;
  3. quale forza si impiega per svolgere il lavoro. Un fattore misurabile non solo con il peso dei pezzi o degli attrezzi movimentati, ma anche in rapporto al modo di lavorare. Per questo è utile chiedere ai lavoratori un giudizio di fatica secondo uno schema di classificazione internazionale denominato «scala di Borg››;
  4. in quali posizioni si lavora, in riferimento al corpo e agli arti, sapendo che esistono posture e movimenti compiuti in posizioni sbagliate, se non addirittura estreme ai fini della fatica. Esistono poi fattori ambientali (come il freddo) e condizioni di lavoro (come la presenza di vibrazioni, l’uso di guanti, il dare colpi o compiere movimenti a strappo) che possono favorire il danno.

Con il Tmc-2 si esaspera il punto 2 senza, tuttavia, le compensazioni di riposo: dunque, ci si ammalerà prima.