Impostazione e formazione dei Comitati Unitari di Base a Torino

Estratto dal libro 1969-1977. Lotte operaie a Torino. L’esperienza dei Cub, Comitati Unitari di base, Milano, Punto Rosso, 2009, pp. 89-102

INTRECCI E COSTRUZIONI

Le lotte condotte nelle fabbriche nel biennio 1968-69 divennero una scuola di formazione per le nuove avanguardie operaie che erano emerse. Da quell’esperienza impararono molte cose. Era possibile controllare l’organizzazione del lavoro e entrare nel merito delle scelte produttive dell’azienda attraverso l’istituzione del consiglio di fabbrica, composto da delegati eletti liberamente dai lavoratori; i delegati rappresentavano una forma di contropotere operaio immediato nei confronti del caposquadra nel reparto, nell’officina, negli uffici e, più in generale, verso il padrone. L’istituzione dei consigli, potenzialmente, forniva l’esempio di una rete consiliare di governo che avrebbe potuto estendersi fuori e dentro le fabbriche in tutto il paese. I consigli rifondavano il sindacato e il suo modo di essere nei luoghi di lavoro riconoscendo «il primato della classe sulle sue organizzazioni».

I tre sindacati storici della categoria, Fim-Fiom-Uilm, attraverso una serie di passaggi, dettero vita ad una forma di “ unità organica” molto avanzata, seppure ancora parziale, che prese corpo nella Federazione lavoratori metalmeccanici, la Flm, nata ufficialmente nell’ottobre 1972 aGenova, ma in via di realizzazione già da due anni. Attraverso un forte dibattito interno delegati e consigli di fabbrica venivano riconosciuti dal sindacato come sue istanze di base. Tutto questo comportava l’unità sindacale, cioè il superamento di quelli che apparivano steccati ideologici che dividevano i lavoratori, mentre nelle lotte era avvenuta la riscoperta di interessi, valori, obiettivi comuni.

Manifesto dei CUB

La centralità operaia, termine che divenne di moda, venne a significare «centralità della classe nei confronti delle sue organizzazioni: i lavoratori le contestano ma non le abbandonano del tutto perché ritengono di avere la forza di rinnovarle». A partire dalla fabbrica scoprivano tanti altri aspetti della vita sociale e personale: il rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero, tra privato, pubblico e collettivo, l’uso della scienza, della tecnologia, dell’informazione, la produzione, la presenza dello Stato nella forma delle sue istituzioni, a cominciare dalla polizia e dai carabinieri, e poi il territorio, cioè il quartiere, i servizi, la casa, la scuola, l’università, la cultura, la religione. Ne conseguì una diffusione della partecipazione politica a tutti i livelli e «la politica cessò di essere monopolio dei professionisti e le masse se ne riappropriarono». Infine si poté ipotizzare che la società socialista fosse possibile e realizzabile non in tempi storici, ma in un divenire prevedibile e che essa sarebbe stata caratterizzata dall’estensione della democrazia di base e della partecipazione, dalla soppressione della divisione sociale del lavoro, dall’egualitarismo.

Quel ciclo di lotte durante il quale si erano creati rapporti e relazioni tra avanguardie operaie e “esterni”, così erano definiti genericamente i compagni non operai che intervenivano alle porte, costrinse a riconsiderare alcune metodologie d’intervento, al fine di dare una dimensione stabile, organizzata e duratura nel tempo, a quel tipo di lavoro. Il neonato Collettivo Lenin in proposito non intendeva essere il partito che dall’esterno portava la giusta linea ai lavoratori, deducendola dai “classici”, riteneva occorresse «l’azione organizzata delle avanguardie nelle fabbriche, non un gruppo di intellettuali e studenti che insegna[sse] agli operai». Se mai erano proprio gli operai più combattivi che dovevano organizzarsi per svolgere un lavoro di orientamento e di educazione verso gli altri lavoratori. A tal fine però non era più sufficiente la sola iniziativa «coraggiosa di piccoli gruppi di operai per sviluppare spontaneamente la lotta, come era avvenuto nel maggio-giugno del 1969». Occorreva un’organizzazione di base, politicamente orientata, capace di collegarsi con i lavoratori di altre fabbriche e soggetti sociali esterni alla realtà produttiva.

A Torino nell’inverno del 1970-71 si consumò rapidamente il tentativo di ricostruire un organismo di massa autonomo, simile alla già fallita Assemblea operai e studenti, con l’Assemblea operaia unitaria, promossa dal Collettivo Lenin, Lotta Continua e Potere Operaio. Si trattò di in tentativo di unire le avanguardie vicine ai gruppi della nuova sinistra rivoluzionaria, legandole all’organizzazione dei delegati in vista dell’elaborazione di una piattaforma alternativa per l’imminente vertenza aziendale. Quel tentativo rivelò due punti deboli: «si voleva dar vita a un organismo coinvolgendo gruppi che non avevano tra loro una sufficiente omogeneità politica; si voleva creare un organismo di massa integralmente alternativo al sindacato, cioè capace di sostituirsi ad esso». Quell’organismo ebbe vita breve: durò il tempo necessario per valorizzare il momento del dibattito in fabbrica sulla piattaforma aziendale, dopo non esercitò più una influenza reale a livello di massa. La vertenza sindacale della Fiat rappresentò dal canto suo un passo importante nelle relazioni industriali di quell’azienda. L’accordo che venne stipulato alla sua conclusione, che aveva visto tra il marzo e l’agosto del ’71 una ampia partecipazione dei lavoratori, riconosceva nei fatti i delegati, che l’azienda si ostinava a chiamare ancora “esperti”. Per i delegati era stabilito un monte ore per l’attività sindacale, si riconoscevano tre sfere ambiti specifici rispetto ai quali gli “ esperti” erano titolati a contrattare in fabbrica: cottimi, qualifiche ed ambiente. Si trattava dei temi su cui in fabbrica era nata e si alimenterà in seguito, anche in conseguenza di questo accordo, la conflittualità permanente.

Gli organismi di massa

A questo punto il Collettivo Lenin si orientò verso la costruzione degli organismi di massa (odm), definendoli strumenti «per realizzare una linea di massa nel perseguire l’obiettivo della costruzione del partito, per combattere il revisionismo, per radicarci, per superare la distorsione della divisione meccanica tra lotta economica e politica effettuata dai revisionisti, per affrontare già oggi il problema direzione-spontaneità». Nell’occuparsi delle lotte economiche e sindacali di fabbrica essi dovevano assumere il ruolo di un organismo “largo” della organizzazione politica, non riducibile solo ai militanti del Collettivo Lenin, ma capace di coinvolgere anche altri lavoratori e avanguardie di lotta.

L’odm deve raccogliere un numero elevato di operai; deve conquistarsi  una credibilità tale da poter diventare un punto di riferimento per la maggioranza degli operai e poter guidare le lotte quando questo si renda necessario. Non ha la caratteristica della rappresentanza operaia (cioè non è un’istanza organizzativa eletta da tutti gli operai) ma deve divenire rappresentativo della realtà operaia di quella fabbrica; esso sarà composto da tutti gli operai combattivi, con motivazioni di classe, che ne accettano la linea di intervento

Quindi, dove già esistevano gruppi di lavoratori del Collettivo Lenin, cioè “cellule” di fabbrica, essi dovevano far parte di questi organismi i quali avrebbero mantenuto una loro reale e ampia autonomia dall’organizzazione politica. Compito, in questo caso dei militanti operai del Collettivo Lenin era, se mai, quello di “vigilare” affinché gli organismi di massa non diventassero «organismi spontanei», mantenessero sempre «un ruolo politico» non scadessero nell’economicismo, nel corporativismo, in «posizioni di avanguardismo tradunionistico o anarcosindacalista». Una volta costituiti essi avevano funzioni specifiche da svolgere quali: favorire la presa di coscienza politica generale partendo dalle contraddizioni concrete vissute dagli operai; premere sul sindacato affinché i contenuti, i modi e la chiusura delle lotte fossero effettivamente rispettosi della volontà e degli interessi dei lavoratori; là dove il sindacato non c’era oppure veniva meno al suo ruolo, tali organismi dovevano assumersi il compito di costruire piattaforme di lotta e condurre le agitazioni dei lavoratori.

A differenza di Milano dove i Comitati Unitari di Base (Cub) erano nati prima e, in molti casi, indipendentemente dalla presenza dell’organizzazione politica Avanguardia operaia, – la quale aderì all’operato dei Cub dove già c’erano e ne favorì la formazione dove non c’erano -, a Torino un ruolo importante nella costruzione di quelli che furono originariamente chiamati organismi di massa (poi comitati di base e infine Cub), fu svolto dal Collettivo Lenin, grazie ai contatti stabiliti nel corso delle lotte operaie del biennio 1968-69 con alcune avanguardie di fabbrica.

Bruno Canu e Liberato Norcia che nelle lotte erano diventati come «una sola persona» frequentavano le riunioni del Collettivo Lenin. Norcia ricorda:

a noi sembrava che questo collettivo, per quanto si identificasse come gruppo rivoluzionario, affrontasse  tanti problemi di fabbrica e sociali molto reali. In seguito si aggregarono molti altri militanti di fabbrica di altre realtà,  c’erano anche  molti studenti e laureandi . Nelle riunioni uscivano proposte su come affrontare i programmi dei giorni seguenti e in merito a questo si stilavano i volantini che poi erano distribuiti davanti ai cancelli della Fiat e nelle officine. Fu in queste riunioni che vennero fatte le proposte di creare i Cub.

L’interesse suscitato dalla lettura dei volantini del Collettivo Lenin portò all’“autoreclutamento” di Franco Laudano, che così divenne in breve tempo, secondo la definizione di Vittorio Rieser «uno dei pilastri del Cub Mirafiori alle Carrozzerie», dove lavorava alle preparazioni della lastroferratura, come Liberato Norcia, ma al turno opposto.

Lo conobbi alla porta 1 di Mirafiori  – rammenta Vittorio Rieser – era un attento lettore dei nostri volantini, fu lui a dirmi che voleva conoscere meglio il Collettivo Lenin. Venne alla riunioni, e in breve tempo aderì. Fu allora che seppi che – quando nel giugno 69 terminò lo sciopero “spontaneo” al montaggio della 500, e noi in un volantino chiedemmo che qualcuno “ne prendesse la staffetta” – lui organizzò sciopero “spontaneo” delle preparazioni che, con nostra felice sorpresa, fece seguito a quello del montaggio della 500. Non era un “capo carismatico di massa” come Bruno Canu o Liberato Norcia, ma era molto stimato e seguito nel suo reparto, e faceva sempre analisi acute e ponderate della situazione, non viziate da ideologismi, per cui divenne il mio “operaio di riferimento”. Spesso mi diceva: «gli operai della mia squadra, qualsiasi cosa io faccia, mi seguono». Io “facevo la tara”, pensando che fosse un comprensibile aspetto di “autocompiacimento”, ma pochi giorni dopo -mentre parlavo con lui alla porta 1- si avvicinò un operaio che gli disse: «Franco, oggi dimmi cosa dobbiamo fare e io ti seguirò».

Molte le testimonianze che concordano nel rilevare l’importanza dell’impulso dato dal Collettivo Lenin alla costruzione dell’intervento organizzato in fabbrica e alla costituzione dei Cub, a partire dalla formazione delle “cellule” del Collettivo nei luoghi di lavoro. Esse concordano anche nell’attribuire al Collettivo la funzione formativa dei militanti, una «scuola di formazione politica e culturale» la definisce ancora oggi Silvio Biosa, Non indottrinamento, ci tiene a precisare Bruno Canu, «non studiavamo come dice qualcuno i testi sacri, ma utilizzavamo quegli strumenti applicandoli al momento. Studiavamo la situazione italiana e mondiale, la fabbrica, l’organizzazione sociale, le rivoluzioni proletarie, quella cinese, i testi teorici, e poi discutevamo molto».

Tra i compiti che fin dall’inizio si pose il Collettivo Lenin vi erano:

il rafforzamento dei quadri esistenti, la formazione di un gruppo dirigente omogeneo, la trasformazione di tutti i compagni in quadri politici autonomi e disciplinati attraverso la formazione politica e l’appropriazione del metodo marxista d’analisi, l’acquisizione del metodo d’intervento dell’inchiesta nell’applicazione della linea, la costruzione del partito e la coscienza comunista

Nelle carte del Collettivo Lenin restano tracce evidenti dell’attività di formazione quadri come si diceva allora. Si ritrovano opuscoli ciclostilati per la formazione teorica, politica e sindacale, che spaziano da: Il Salario, al Passaggio di categoria, dalla Situazione politica a come funziona La giustizia dei padroni, dalle Prospettive delle forze rivoluzionarie, alla Scuola e lotta di classe, da Note sulla crisi economica e politica attuale ad Alcuni principi del leninismo, Materialismo dialettico e storico, Sul centralismo democratico, La rivoluzione culturale in Cina. Altri ancora più specifici e circoscritti riguardavano le lotte contrattuali in corso e L’organizzazione sindacale in fabbrica e i nostri compiti, prodotto quest’ultimo dall’organismo di base della Fiat Mirafiori. Il Collettivo Lenin stimolò il confronto con altre esperienze di base simili che verteva sulla questione riguardante la metodologia di costituzione e la loro funzione. Si aprì un confronto e una discussione attorno a una questione concreta, operativa e funzionale, non ideologica, quale la costruzione di un organismo di massa e di un partito. Nell’ambito di questa riflessione emerse, secondo un documento del Collettivo Lenin, l’insufficienza dell’analisi sulla situazione di fabbrica, sulla condizione operaia, sullo stato del capitalismo italiano e sulla struttura di classe. Rimproverarono poi ad Avanguardia operaia una certa ambiguità in alcune sue formulazioni, «l’empirismo e la mancanza di sistematizzazione teorica»; pur riconoscendo la correttezza di questa organizzazione nella costruzione e nel lavoro nei Cub e quindi una «omogeneità tra la sua linea e la nostra», ritenevano rimanessero «irrisolti il problema del rapporto col sindacato, quello dell’autonomia e delle funzioni politiche del CUB».

Effettivamente, per lo loro caratteristiche e per le ragioni che avevano motivato la loro nascita, i Cub, come ammetteva un documento di Avanguardia operaia, avevano svolto «un insieme di funzioni: di partito, di sindacato, di organismo sindacale rappresentativo retto con criteri democratici». Col diffondersi pero dei consigli di fabbrica i Cub si “specializzarono”

nella funzione di formazione politica e ideologica dei militanti, di agitazione e orientamento classisti a livello di massa nella lotta sindacale, di agitazione e propaganda rivoluzionarie a livello di massa, mentre i consigli di fabbrica si configurano, stimolati dai Cub, come tendenza a ricostruire il movimento sindacale di massa su basi classiste, egualitarie e democratiche

Diventava fondamentale difendere ed estendere l’esperienza dei consigli di fabbrica, pertanto chi apparteneva al Cub doveva partecipare attivamente ai consigli, agli esecutivi di fabbrica, a quelli  di zona e ai loro direttivi. Parallelamente occorreva coinvolgere nei Cub i militanti migliori della sinistra sindacale, quelli della Acli, del Pdup, del Manifesto, del Gruppo Gramsci, di Lotta Continua, delle assemblee autonome e di altri nuclei di area marxista-leninista, e «sollecitare almeno un atteggiamento di simpatia in settori della base dei sindacati e del PCI».

In queste affermazioni e indicazioni il Collettivo Lenin coglieva positivamente la progressiva chiarificazione politica in corso in Avanguardia operaia e nei Cub milanesi evidenziava la loro funzione di organismo politico largo, lasciando cadere «le iniziali intenzioni di essere un’alternativa al sindacato», posizione che evolveva verso il riconoscimento della necessità «di militare nel sindacato». All’interno della riconosciuta funzione dei Cub come organismi politici di massa larghi, il Collettivo Lenin offriva il suo contributo per definire meglio il ruolo di tali organismi che considerava vitali

per realizzare una linea di massa nel perseguire l’obiettivo della costruzione del partito, per combattere il revisionismo, per radicarci, per superare la distorsione della divisione meccanica tra lotta economica e politica effettuata dai revisionisti, per affrontare già oggi il problema direzione-spontaneità.

Pur occupandosi di lotte economiche e di fabbrica, gli organismi di base dovevano assumere un ruolo «essenzialmente politico» per di evitare che decadessero in un «nucleo iniziale di un sindacato rosso, oppure frazione organizzata della corrente sindacale comunista». Essi non dovevano dipendere dalla cellula o dall’organizzazione politica, anche se la presenza in quegli organismi di cellule di militanti dell’organizzazione fosse una garanzia del fatto che non cedessero alle lusinghe spontaneiste o alle velleità di proclamazione di un nuovo sindacato. Col suo operare l’organismo di massa doveva raccogliere un numero elevato di operai, conquistarsi  una credibilità tale da poter diventare un punto di riferimento e poter guidare le lotte quando ciò fosse necessario Esso non aveva come compito quello della «rappresentanza operaia», cioè un’istanza organizzativa eletta da tutti gli operai, ma doveva diventare «rappresentativo della realtà operaia di quella fabbrica» e radunare gli operai più combattivi e motivati da coscienza di classe.

Metodologia di costruzione

A Milano i Cub esistevano già da alcuni anni, dove invece non c’erano ancora, come a Torino, come costituirli? In due modi rispondeva il Collettivo Lenin. Là dove in una fabbrica già esisteva una cellula di operai legati al collettivo, l’organismo di base si costruiva a partire da essa. La cellula doveva avviare un duplice lavoro: di chiarificazione politica e di impegno, di sviluppo diretto nella lotta economica, e attorno ad esso coagulare una cerchia più vasta di persone. Dove non esistevano cellule dell’organizzazione si doveva cominciare col lavoro d’inchiesta e di volantinaggio davanti alle porte per prendere contatto con gli operai più coscienti. Dall’avvio e dallo sviluppo di questa discussione si passava alle cellule operaie e da queste a gruppi più larghi di lavoratori con cui dibattere la prospettiva di creazione dell’organismo di base coinvolgendoli nella formazione politica:

quando la cellula avrà forze sufficienti per garantire la sua egemonia (preparazione teorica marxista-leninista, sicura militanza, elementi di linea politica del nostro collettivo e dell’area leninista, conoscenza delle questioni sindacali, numero adeguato di compagni) si formerà un gruppo operaio della fabbrica che inizierà ad essere responsabile della gestione dell’intervento; infine, conquistata una certa credibilità a livello di massa si proporrà come organismo di base autonomo.

In questa metodologia di costruzione entrava un terzo elemento, spesso sottaciuto e sottovalutato: il ruolo degli “esterni”, cioè quelle persone, militanti dell’organizzazione, che non erano operai, che l’organizzazione mandava a fare a fare intervento da “esterno” alle porte delle fabbriche. Questi compagni si occupavano soprattutto della diffusione di volantini e di materiali documentari, prodotti dal Cub e/o dal Collettivo Lenin, davanti alle fabbriche a secondo dei turni di lavoro. Contattavano in questo modo operai e impiegati, collaboravano a pieno titolo con i lavoratori che già erano dei Cub all’interno della fabbrica, partecipavano alle riunioni, stabilivano collegamenti con altri organismi di base. Insomma, anche loro, erano considerati membri a tutti gli effetti dell’organismo di base.

A favorire il ruolo e il lavoro degli “esterni” era il clima stesso dell’epoca. Significativo il racconto di un’esperienza vissuta da Riccardo Barbero, e le riflessioni che ne trae. Nei primissimi anni Settanta egli iniziò a intervenire da “esterno alla Bertone, una fabbrica di Grugliasco. Il primo giorno distribuì un volantino all’ingresso del turno, poi ritornò all’uscita dei lavoratori per vedere se c’era qualcuno che lo aveva letto e voleva parlarne:

vidi  un folto gruppo di operai che si dirigeva verso di me con aria non rassicurante. Erano del consiglio di fabbrica. Iniziarono ad apostrofarmi direttamente e anche malamente: “tu non devi più venire qui, cosa sei venuto a fare, perché hai dato questo volantino?”. Replicai e discutendo venni a sapere che in seguito al mio volantino, quelli del reparto cabine di verniciatura avevano organizzato uno sciopero  autonomo. Ciò aveva allarmato il consiglio di fabbrica, composto da delegati del Pci e del Psiup. Si erano arrabbiati, perché una situazione che loro pensavano di controllare gli era scappata di mano. Questo per dire il clima che c’era, che svela anche il fatto che la figura dell’ “esterno”, del giovane studente che andava lì a dare i volantini, era in alcuni casi un pretesto che tutto sommato serviva a una certa fetta di operai per prendere la “palla al balzo” ed esprimere autonomamente le loro esigenze rivendicative e di lotta.

Lo strumento considerato necessario e decisivo per la costruzione degli organismi di massa era l’inchiesta, definita in un documento interno «unica maniera per conoscere bene quali sono le esigenze e le idee degli operai» e unico strumento capace di «stabilire un corretto rapporto con le masse». L’inchiesta doveva tener conto del parere della maggioranza degli operai, non bastava cioè consultare i compagni e le avanguardie: non si faceva inchiesta per «cercare conferme delle proprie idee»:

Per noi l’inchiesta è un momento politico più generale, l’inchiesta serve anche: a farci conoscere dagli operai, a cominciare a trasmettere agli operai quegli strumenti teorici necessari a comprendere i vari meccanismi, salari, prezzi, ecc. […] Chi promuove l’inchiesta su un problema deve avere gli strumenti teorici su quel problema. Sul problema della contrattazione occorre conoscere: la situazione politica attuale, la linea politica del sindacato, gli obiettivi più sentiti dagli operai.

Ottenuti dati esaurienti e rappresentativi bisognava saper trarne delle conclusioni onde poterne ricavare gli obiettivi politici e rivendicativi da proporre:

Le conclusioni è meglio trarle con tutti gli operai consultati (possibilmente), sia per fornire loro strumenti di conoscenza generale, sia per far si che gli obiettivi non siano calati dall’alto; quindi quando l’inchiesta è ormai a buon punto occorre: organizzare riunioni larghe; discutere fra noi, incominciare a formulare obiettivi di lotta.

Fatta l’inchiesta si doveva procedere al volantinaggio e alla discussione davanti alle porte con gli operai. Dai contatti così stabiliti, con quelli più interessati e sensibili si costituivano le cellule operaie. Attorno ad esse si costruivano i gruppi di operai con cui dibattere la prospettiva della costruzione dell’organismo di massa, organizzando appositi corsi di formazione politica fino a coinvolgerli definitivamente nella gestione dell’intervento in fabbrica come gruppo operaio autonomo e responsabile del lavoro politico sindacale, capace di proporre l’organismo di massa quale luogo di più ampia unità operaia di base. In questo approccio importante e determinante era il ruolo che doveva svolgere la cellula del Collettivo Lenin:

L’esistenza e l’attività di una cellula comunista nella fabbrica è una condizione indispensabile per avviare un processo di formazione dell’organismo di base la cui esistenza è data da un nucleo anche ristretto di operai, ma sufficientemente radicati nella massa e centralizzati attorno ad alcuni elementi fondamentali di una linea politica, che siano in grado quindi di esercitare in fabbrica una presenza incisiva e politicamente caratterizzata

Una volta costituiti, tali organismi di base avevano due compiti da svolgere:

-di chiarificazione politica generale e orientamento politico. Tutti quei problemi che vanno al di là della dimensione antipadronale, della lotta economica spontanea, e richiedono una risposta in termini politici di analisi complessiva, un orientamento anticapitalistico generale e, di conseguenza, antirevisionista. Si tratta di partire dalle esperienze concrete delle masse per sviluppare un orientamento in tre direzioni: indicazioni concrete per la lotta immediata; una linea che va oltre il momento immediato e comincia a porre elementi di prospettiva per le lotte future non solo economiche, ma politiche; quest’ultimo aspetto corrisponde alla funzione di scuola di comunismo che l’organismo di massa largo deve svolgere, cioè elevare progressivamente il livello di coscienza politica;

-di intervento specifico nella lotta economica in senso stretto dove il sindacato resta il fondamentale strumento di rappresentanza e di lotta della classe operaia, e non vi è quindi uno spazio oggettivo per un’organizzazione che pretenda di sostituirsi globalmente al sindacato. Il sindacato tende a raccogliere certe esigenze più avanzate di lotta economica solo sotto la pressione della parte avanzata della classe operaia esercitata in forma relativamente autonoma. Quindi, compito degli organismi di base è l’orientamento e l’organizzazione di questa pressione sul sindacato attraverso:

  •     orientamento e organizzazione dell’azione all’interno del sindacato;
  •      propaganda e agitazione diretta a livello di massa;
  •      iniziative dirette di lotta.

Questo progetto di lavoro verso le fabbriche si accompagnò a una discussione più ampia che si svolse nel Collettivo Lenin.

Noi criticavamo da sinistra il Pci e i sindacati ma in una logica dialettica e non di contrapposizione frontale. La nostra intenzione era incidere e contare partecipando ai nuovi organismi sindacali che si andavano costituendo attorno alla figura del delegato: i consigli di fabbrica e di zona. Certo al nostro interno discutemmo a lungo sugli organismi di massa, su come strutturarli e sul rapporto che essi dovevano avere coi sindacati [Riccardo Barbero].

A differenza di Lotta Continua tutti concordarono che il lavoro di massa da svolgersi doveva partire dal riconoscimento della struttura dei delegati e dei consigli e con essi intrecciarsi. Rimaneva però aperto un dilemma circa il ruolo dei delegati e dei consigli di fabbrica. Quelle figure nuove di rappresentanza dei lavoratori e quegli organismi consiliari non andavano forse appoggiate e sostenute in alternativa al sindacato tradizionale e confederale? Ai suoi apparati dirigenti considerati burocratizzati e conservatori? Oppure, l’impegno e la partecipazione dei Cub ai consigli di fabbrica comportava anche l’accettazione del sindacato, almeno della Flm, (Federazione lavoratori metalmeccanici) che si stava formando in quei mesi, come sindacato unitario imperniato sulla struttura dei consigli?. Su questo punto, ha ricordato Vittorio Rieser, ci fu un dibattito approfondito, come testimoniano le lunghe relazioni dattiloscritte dello stesso Rieser, di Riccardo Barbero, Massimo Fazzari, Bruno Canu e Marco Bajardi, risalenti al 1971. Vittorio Rieser sosteneva che se si era per i delegati e i consigli di fabbrica, si doveva essere anche nel sindacato «come scelta strategica, di fondo, e non tattica, lasciata cioè ad una valutazione situazione per situazione, perché la difesa delle condizioni minime elementari degli operai passa ancora attraverso le strutture sindacali e noi dobbiamo starci dentro e, soprattutto, dobbiamo stare nell’organizzazione dei delegati». La sua proposta sollevò un certo sconcerto. Marco Bajardi obiettò che se si decideva di stare nei sindacati, allora bisognava conseguentemente operare per costruire una «corrente sindacale». E Riccardo Barbero obiettò:

I sindacati sono egemonizzati dalla linea revisionista, noi dobbiamo porci in modo antagonista rispetto a quella linea. Certo, Vittorio ha ragione, non si tratta di costruire il sindacato rosso, ma sbaglia quando trae la conclusione allora stiamo nel sindacato così com’è. Certo i compagni operai devono stare nel consiglio di fabbrica, ma il problema è come riusciamo a distinguerci concretamente, di fronte alle masse, dalla linea politica revisionista; chiarito questo e precisato bene il nostro profilo, allora conduciamo pure la battaglia nelle organizzazioni sindacali, ma senza illusioni perché il revisionismo non è il tradimento di quattro burocrati all’interno del PCI e dei sindacati. E’ una prassi politica generale, un modo di concepire l’attività politica e l’organizzazione della lotta […]. I consigli di fabbrica non sono solo un’organizzazione degli operai, sono un’organizzazione di controllo dei sindacati sulle avanguardie operaie.

Perplessità vennero anche da Bruno Canu che veniva da un’esperienza lavorativa dove il sindacato era assente e le lotte erano state costruite a partire dall’organizzazione autonoma dei lavoratori; egli lamentava poi le difficoltà che emergevano nel rapporto tra “esterni” e operai:

gli operai hanno degli elementi analitici che partono dalla fabbrica, a volte ci si trova con degli esterni che non capiscono nemmeno la busta paga, mentre noi ci troviamo con operai che non riescono ad abbozzare un discorso politico generale coi compagni di lavoro e nella cellula

Il dibattito proseguì e trovò una sua provvisoria sistematizzazione in una impostazione che riconosceva la necessità di militare nel sindacato, principalmente nelle sue istanze di base, come i consigli di fabbrica e condurre le battaglie al suo interno. Questo perché, argomentava il documento,

finché non esiste un partito rivoluzionario che cominci realmente a scuotere l’egemonia complessiva dei revisionisti sulle masse, sarebbe assurdo proporsi obiettivi di direzione generale del movimento sindacale […] L’azione verso il sindacato sarà quindi di condizionamento e di pressione per spingerlo a fare propri gli obiettivi rivendicativi più corrispondenti alle esigenze delle masse […] Poiché il sindacato è un’organizzazione di massa e raccoglie la parte quantitativamente e spesso qualitativamente più importante delle masse, esso è un importantissimo terreno di lavoro politico di massa. L’obiettivo di tale lavoro non potrà essere in questa fase quello di cambiare dall’interno la linea revisionista, ma sarà quello di smascherarla di fronte a strati sempre più vasti di militanti, in modo da conquistarne un numero crescente a posizioni antirevisonistiche.

Condurre la lotta all’interno del sindacato e delle sue istanze rappresentative non voleva affatto significare «costruire una corrente rossa nel sindacato, intesa come battaglia coordinata a livello nazionale per rovesciare la direzione revisionista». Non era questa la loro intenzione, ritenevano perdente tale ipotesi di lavoro perché avrebbe significato chiudersi dentro una battaglia tutta interna al sindacato, invece volevano valorizzare il peso e l’importanza delle lotte operaie, le loro esigenze, raccolte attraverso gli organismi di massa, e fatte pesare nella «lotta all’interno del sindacato». Condizionare quindi le scelte rivendicative e di lotta del sindacato partecipando alle istanze dove si poteva esercitare un peso effettivo sulle decisioni attraverso uno scontro chiaro di posizioni, sostenuti dalla effettiva presenza di avanguardie di lotta e rifiutare, infine, ogni funzione di copertura della linea sindacale di fronte alla classe.

Il dibattito venne a intersecarsi con l’analisi e il confronto con l’esperienza sorta a Milano e nel milanese dei Comitati Unitari di Base  e del loro rapporto con l’organizzazione politica Avanguardia operaia. I torinesi sottolineavano come i primi Cub non fossero un’invenzione di Avanguardia operaia, ma il prodotto dell’azione di molti fattori

quali la spontaneità delle masse, l’azione di determinate avanguardie di lotta, ecc. Ao ha avuto la capacità di partire da questo prodotto reale della lotta in fabbrica e con questa scelta ha gettato le basi per una presenza leninista nelle situazioni di lotta di classe. Però, la stessa linea di Ao e la sua impostazione teorica riflettono spesso alcune caratteristiche dell’originaria spinta spontanea dalla quale sono nati i Cub: in particolare il forte urto coi sindacati che si traduce spesso nella tendenza a vedere i Cub come embrione di un nuovo sindacato, “un sindacato rosso”.

Diversamente da Milano, a Torino un ruolo importante nella messa in opera di un progetto di intervento nelle fabbriche per costruire i Cub lo assunse il Collettivo Lenin «disciplinando» i compagni, rafforzando le cellule, formando una «direzione del settore fabbriche». Un impegno che iniziò a dare i suoi frutti: già nell’agosto del 1971 il Collettivo torinese registrava «un salto in avanti nei nuclei d’intervento di massa e nella costruzione delle cellule, e quindi un rafforzamento e allargamento del collettivo». Un lavoro di costruzione che registrò però anche difficoltà di realizzazione e di organizzazione. Nel 1972, in un documento interno che traeva un primo bilancio dell’operato, si poteva leggere che le cellule operaie non erano ancora del tutto integrate nella vita politica complessiva del Collettivo, erano spesso sommerse «dalla pratica spicciola e da discussioni politiche troppo generali», mentre la commissione fabbriche, che avrebbe dovuto coordinare e organizzare il lavoro, non aveva funzionato «come vera direzione» non era stata capace «di collegare ed unificare i diversi settori d’intervento, di produrre una tattica generale».

Nell’intenzione di costruire un «gruppo nazionale», il Collettivo Lenin decise di aprire in quegli anni «contatti e confronti con altri gruppi per la costruzione di un partito» fondato su una linea di massa, a cominciare dal confronto sul ruolo e la funzione degli organismi politici di base larghi. C’era in questa scelta, secondo Riccardo Barbero, la consapevolezza che

la crescita del Collettivo Lenin aveva raggiunto il suo limite massimo. Non era più pensabile che da soli potessimo svilupparci e crescere ancora. Era quindi necessario costruire un’organizzazione con caratteristiche nazionali, più ampia. Questa prospettiva suscitò al nostro interno un lungo dibattito che si concluse con una decisione unitaria, cosa non scontata, che unì e favorì l’integrazione.

Il confronto fu avviato fin dall’ottobre 1971 con Avanguardia operaia, il Centro di Coordinamento Campano e Sinistra Operaia, e fu facilitato, come recitava un documento del Collettivo Lenin, non solo dalla comune matrice marxista-leninista, ma anche da una «reale vicinanza nella linea dell’intervento»; essi trovarono una prima convergenza «nel rifiuto dell’estremismo piccolo borghese, dell’avventurismo, del dogmatismo e nella necessità di sviluppare la linea di massa, come base per lo sviluppo di una strategia rivoluzionaria». Il confronto si concretizzò in diverse iniziative a livello nazionale: un convegno degli organismi di base, un seminario sui contratti, una costante consultazione tra le organizzazioni per trovare momenti di unità d’azione, una serie di iniziative sulla strage di stato, nella ricorrenza del 12 dicembre 1969, quando l’esplosione di una bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano provocò 16 morti e molti feriti.


Coscienza operaia oggi, a cura di G. Girardi, Bari, De Donato, 1980, p. 69

Quello di Genova 1972 era in realtà già il quarto incontro a livello nazionale. Le conferenze di quadri e delegati metalmeccanici, promosse da Fim, Fiom e Uilm, erano state già nel 1970 a Genova nel marzo di quell’anno, a Roma nel marzo del 1971 e a Brescia nel maggio del 1972. Su questo periodo di incubazione della Flm, ed in generale sulla storia della Flm, si veda N. De Amicis, La difficile utopia del possibile. La Federazione lavoratori metalmeccanici nel decennio operaio, tesi di dottorato conseguita presso l’Università di Torino, 2009.

Coscienza operaia oggi, cit., p. 69

Ivi, p. 67

Cfr., Le recenti lotte operaie e le idee rivoluzionarie, Torino, 15 luglio 1970, ciclostilato, in cartella B, Vittorio Rieser, Faldone n. 12, Fondazione Vera Nocentini, Torino, pp. 3-4.

Note per una discussione sul problema della crisi economica, Torino, 25 gennaio 1970, ciclostilato, in cartella B, Vittorio Rieser, cit., pp. 8-9.

Documento interno sugli organismi di massa, opuscolo ciclostilato 1971, in cartella B, Vittorio Rieser, cit. Questo documento interno divenne un opuscolo ciclostilato dal titolo: L’organizzazione operaia di massa e i compiti dei militanti rivoluzionari, marzo1971, in cartella E, Vittorio Rieser, Faldone 14

Quell’accordo legittimò, nell’agosto del 1971, la presenza del sindacato in fabbrica e permise la costruzione delle sue strutture nei luoghi di lavoro. Esso fu importante non solo nelle fabbriche del gruppo Fiat, dove di fatto alimentò negli anni successivi quella che è stata chiamata la conflittualità permanente, e che in realtà era l’espressione del controllo operaio sui processi produttivi, ma anche per altre aziende per cui venne a rappresentare un modello per la contrattazione aziendale. Cfr. T. Dealessandri, M. Magnabosco, Contrattare alla Fiat, Edizioni Lavoro, Roma, 1997, pp. 25-26; C. Damiano, P. Pessa, Dopo lunghe e cordiali discussioni, Ediesse, Roma, 2003, pp.152-56.

Collettivo Lenin, Note conclusive sul dibattito sugli organismi di massa, ottobre 1971, ciclostilato, in cartella B, Vittorio Rieser, Faldone n. 12, Fondazione Vera Nocentini, Torino, p. 1

Ivi, p. 2

Ibidem.

Collettivo Lenin, La situazione attuale e la nostra tattica, settembre 1972, cicl.,  Fondazione Gramsci Torino, Fondo Collettivo Lenin, Avanguardia operaia, Cub, fasc. 1, 1971-1973, p. 18, 19 e 23.

In Fondazione Gramsci Torino, Fondo Collettivo Lenin, Avanguardia operaia, CUB, fasc. 1, 1971-1973.

Ottobre 1972, cicl., Fondazione Gramsci Torino, Fondo Collettivo Lenin, Avanguardia operaia, CUB, fasc. 4, 1972-1974.

Cfr., Collettivo Lenin, I rapporti nazionali e i nostri compiti, giugno 1972, ciclostilato,  in cartella C, Vittorio Rieser, Faldone n. 14, Fondazione Vera Nocentini, Torino, pp. 2-3

I CUB e il rapporto col sindacato, a cura della Commissione fabbriche del Collettivo Lenin, Torino, luglio 1973, ciclostilato,  in cartella C, cit, p. 20

Per la rifondazione del partito rivoluzionario del proletariato (documenti della 2° Conferenza nazionale dell’OCAO, La configurazione della sinistra rivoluzionaria e la linea dei marxisti-leninisti, vol. II, Milano, Sapere Edizioni, 1973, p. 158.

Ivi, p. 159.

Ivi p. 166.

Documento interno sugli organismi di massa, cit. p. 22

Collettivo Lenin, Note conclusive sul dibattito sugli organismi di massa, ottobre 1971, ciclostilato, in cartella B, Vittorio Rieser, Faldone n. 12, cit., p. 1

Ivi, p. 2

Ibidem.

Cfr., Documento interno sugli organismi di massa, cit., p. 28

Collettivo Lenin, Note conclusive sul dibattito sugli organismi di massa, cit., p. 4

Comitato di base Fiat Mirafiori, ciclostilato, 13 settembre 1972, in Nota interna per i CUB, a cura del coordinamento dei CUB, cicl. Torino, 24 luglio 1973, Fondazione Gramsci Torino, Fondo Collettivo Lenin, Avanguardia operaia, CUB, fasc. 1, 1971-1973, p. 4

Ivi, p. 3. Seguivano una serie di dati tecnici necessari a condurre seriamente l’inchiesta: «prendere appunti: numero di operai consultati, idee espresse; inquadrare politicamente l’operaio che risponde, sapere la sua posizione nei confronti delle lotte in fabbrica e se milita in partiti politici o se è iscritto al sindacato; conoscere la collocazione degli operai nel processo produttivo: linea, reparto, idee della squadra» (ibidem).

Ivi. p. 5

Cfr., Collettivo Lenin, Note conclusive sul dibattito sugli organismi di massa, cit., p. 4

Documento interno sugli organismi di massa, cit., p. 29

Ivi, pp. 24- 25.

(s.d. e s.l., ma 1971) in cartella B, Vittorio Rieser, Faldone n. 12, Fondazione Vera Nocentini, Torino.

Ibidem.

Ibidem.

Ibidem.

Documento interno sugli organismi di massa, cit., p. 25

Ivi, p. 26

Ivi, p. 27

Ivi p. 26

Cfr., ivi, p. 28

Ivi, p. 21. Nel sostenere questa tesi il documento faceva riferimento a un articolo comparso sulla rivista «Avanguardia operaia», n. 4-5, maggio 1969.

Collettivo Lenin, Note conclusive sul dibattito sugli organismi di massa, cit., p. 4

Lettera circolare ai compagni del Collettivo Lenin, ciclostilato, Torino 31 agosto1971, in cartella B, Vittorio Rieser, Faldone n. 12, cit., p. 1

Proposte per la rettifica organizzativa del collettivo, febbraio 1972, ciclostilato, in cartella B, Vittorio Rieser, Faldone n. 12, cit.

Lettera circolare ai compagni del Collettivo Lenin, cit., p. 4

Documento interno sugli organismi di massa, cit., p. 23

Collettivo Lenin, I rapporti nazionali e i nostri compiti, giugno 1972, ciclostilato,  in cartella C, Vittorio Rieser, Faldone n. 14, cit., p.1.