Commento all’accordo del 5 dicembre 2002

La crisi di Fiat Auto si è aggravata nel corso del 2002, anche per effetto di un certo clima di sfiducia che si è diffuso sulle capacità di ripresa dell’azienda che, come sostengono alcuni esperti del settore, associa un’immagine negativa al prodotto amplificando i problemi di vendita oltre le difficoltà derivanti dalla stagnazione economica.

A riconferma della precarietà della situazione il 9 ottobre 2002 l’azienda ha presentato un nuovo piano di ristrutturazione per gli stabilimenti di Fiat Auto in Italia, con pesanti tagli produttivi e occupazionali, che hanno inevitabili conseguenze sulle aziende della componentistica. L’annuncio del nuovo piano Fiat ha l’effetto di ricompattare provvisoriamente i sindacati e inasprire il conflitto sindacale, mentre nello stesso mese di ottobre in cui l’azienda richiede lo stato di crisi e l’intervento della cassa integrazione straordinaria (Cigs) si riapre la questione degli assetti proprietari di Fiat Auto, con i sindacati che propongono anche l’ipotesi di un intervento diretto dello stato italiano nel capitale della Fiat, per condizionarne le scelte industriali. La proposta dell’intervento dello stato nel capitale Fiat suscitò un notevole dibattito, ma non ebbe effetti concreti nell’immediato, anche per l’opposizione delle banche creditrici. Invece un fatto che ebbe pesanti conseguenze nel restringere le possibilità di scelta della Fiat fu la svalutazione operata dalla General Motors, a metà di ottobre del 2002, della partecipazione in Fiat Auto da 2,4 miliardi a 220 milioni di dollari. Dal punto di vista della General Motors ha significato svalutare il valore complessivo di Fiat Auto da 12 miliardi a 1,1 miliardi di dollari: una riduzione enorme che dava un’indicazione precisa ai mercati finanziari e probabilmente si proponeva anche l’obiettivo di diminuire la convenienza economica della Fiat nell’utilizzare l’opzione put dopo il 2004.

Il forte conflitto sindacale è caratterizzato particolarmente dalle lotte dei lavoratori di Termini Imerese, che diventano il simbolo della resistenza dei lavoratori al piano di ristrutturazione della Fiat. Nonostante l’elevato livello di conflitto, il 5 dicembre, l’azienda sottoscrive con il governo un accordo di programma, che viene giudicato particolarmente negativo dall’insieme dei sindacati, che esprimono un parere negativo sulla concessione della Cigs per crisi aziendale. Tra l’altro, anche in questa circostanza vi è una chiusura assoluta al confronto sindacale nel merito delle scelte produttive e occupazionali. L’accordo tra Fiat e governo stabilisce i seguenti punti:

  • la collocazione in Cigs per 5.551 lavoratori di Fiat Auto, Comau e Magneti Marelli dal 2 dicembre 2002;
  • ulteriori 2.057 lavoratori di Fiat Auto e Comau saranno collocati in Cigs al 30 giugno 2003;
  • la procedura di mobilità per 396 lavoratori della Magneti Marelli, Powertrain e alcune società di servizio;
  • un nuovo provvedimento legislativo che autorizza la procedura di mobilità “lunga” per 2.400 lavoratori del Gruppo;
  • un processo di formazione e outplacement che dovrebbe riguardare 544 lavoratori, in particolare dello stabilimento di Arese.

L’accordo di programma non prevede una modifica sostanziale del piano industriale annunciato in precedenza, se non per qualche modifica del processo di ristrutturazione di Termini Imerese, che può consentire di abbreviare il periodo di Cigs a zero ore per una parte dei lavoratori di quello stabilimento. Sono indicati degli interventi a favore della formazione dei lavoratori e a sostegno dell’innovazione tecnologica, ma questi aspetti sono molto vaghi, mentre solamente le riduzioni degli organici sono veramente precise. L’accordo stabilisce che il periodo di crisi aziendale termina nel dicembre del 2003, ma non fornisce concrete garanzie per quanto riguarda il rientro di tutti i lavoratori posti in Cigs, soprattutto considerando che viene confermato il processo di riduzione della capacità produttiva nel complesso degli stabilimenti italiani di Fiat Auto. Per l’insieme di questi motivi le organizzazioni sindacali hanno espresso formalmente un giudizio negativo sulla concessione dello stato di crisi.