Commento all’accordo del 26 giugno 1969

Gli scioperi spontanei si prolungavano spesso a oltranza con effetti che venivano moltiplicati dalla rigidità del processo produttivo, che si fermava completamente anche per l’azione di un piccolo gruppo. Le difficoltà delle organizzazioni sindacali a governare le vertenze non derivavano solamente dalla debolezza organizzativa, ma si evidenziava anche uno scontro di culture: da una parte la massa dei giovani operai con scarsa esperienza sindacale o con un’esperienza fondata sulle lotte contadine del Sud, che individuavano obiettivi semplici, immediati e uguali per tutti; dall’altra un quadro di militanti sindacali più anziani che avevano maggiore consapevolezza delle complesse procedure contrattuali, delle differenze reali esistenti tra i lavoratori e della necessità di conquistare strumenti di controllo sull’organizzazione del lavoro per consolidare i diritti e migliorare le condizioni di lavoro. In altre parole da una parte vi era il “tutto e subito” dall’altra l’obiettivo di costruire un “potere” sindacale effettivo.

Un primo accordo viene raggiunto il 28 maggio, concludendo le vertenze delle Officine ausiliarie, dei carrellisti e delle Grandi Presse con una perequazione delle paghe individuali che allineava i salari a parità di anzianità aziendale, passaggi di categoria, paghe di posto e la trasformazione del regime d’orario per le Presse dalla rotazione su tre turni a quella con un turno notturno ogni cinque settimane. Questo primo accordo ha un effetto amplificatore delle vertenze, con un moltiplicarsi delle iniziative di sciopero.

La conclusione definitiva delle vertenze viene raccolta in un unico accordo, sottoscritto all’Unione Industriale di Torino tra Fim Fiom Uilm Sida e Fiat, il 26 giugno 1969, che raccoglie l’insieme delle intese progressivamente definite nelle settimane precedenti; per questi motivi l’intesa fu ribattezzata “l’accordone”. Un aspetto particolare è quello concernente la data di sottoscrizione, che nella pubblicistica sindacale è quella del 30 giugno 1969, mentre quando negli accordi successivi si cita la normativa contenuta nell’intesa il riferimento è sempre al 26 giugno 1969. Tale distinzione deriva probabilmente dal fatto che in quella fase i sindacati introdussero la pratica di “siglare” gli accordi al termine della trattativa, sottoponendoli al giudizio e all’approvazione dei lavoratori e solo successivamente procedendo alla firma definitiva. Si trattava di un importante aspetto di democrazia sindacale, che in quella fase fu comunque molto contestato dalla Fiat, che polemizzava accusando le organizzazioni sindacali di essere scarsamente rappresentative.

L’intesa sui profili professionali regola i passaggi di categoria e supera il “capolavoro” come sistema di valutazione della professionalità per gli operai qualificati, introducendo anche un livello salariale differenziato all’interno della 3a categoria (la cosiddetta 3a super) per una serie di mansioni che presentavano complessità maggiori, le paghe di posto per le lavorazioni più nocive, i superminimi e le modifiche dell’incentivo di rendimento, pause supplementari per alcune lavorazioni particolarmente pesanti; ma soprattutto la parte relativa alla regolamentazione delle linee di montaggio, in cui si definiscono aspetti molto importanti, tra cui un rapporto molto rigido tra organici presenti e produzione giornaliera, il non recupero delle fermate tecniche per imprevisti, la saturazione massima individuale (96%), un arricchimento delle informazioni contenute nel tabellone di linea, già definito nell’accordo del 1968, che consentiva un effettivo controllo della velocità della linea (cadenza media della linea, produzione per turno, organici necessari, rimpiazzi per pause, sostituiti assenti, tipologia allestimenti, ecc.), introducendo un complesso di norme che sono sostanzialmente in vigore ancora oggi. In particolare fu definito il diritto a una pausa individuale del 4% per “fattore fisiologico”, aggiuntiva ai 10 minuti di fermata collettiva della linea; inoltre si stabilì la possibilità di variare la cadenza massima della linea fino al limite del 118% della cadenza media; questo 18% di prestazione aggiuntiva derivava da un 5% di variazione per composizione della produzione (alcuni tipi di vettura richiedevano delle operazioni aggiuntive di montaggio), più un 13% derivante dalla possibilità di variare la velocità della linea nell’arco del turno per la cosiddetta “curva biofisiologica”, cioè regolare la velocità della linea su quelle che sono i normali parametri fisiologici dell’attività lavorativa (più lenta all’inizio del turno di lavoro, più veloce nella parte centrale, di nuovo rallentata nella parte finale). È necessario aggiungere che questa parte dell’accordo non fu mai applicata in Fiat.

Il punto più importante fu lo strumento sindacale individuato per controllare l’applicazione della regolamentazione delle linee: il Comitato linea, che era composto da un membro di C.I. per ciascuna organizzazione sindacale più una serie di esperti individuati tra i lavoratori, nella misura di uno ogni mille operai per ciascuna organizzazione sindacale. Gli esperti avevano diritto a permessi retribuiti per espletare i loro compiti di controllo nell’applicazione dell’accordo; l’accordo prevedeva che fossero nominati dalle organizzazioni sindacali, tuttavia queste, con un’abile iniziativa, approfittarono di questa occasione per indire le elezioni dei rappresentanti tra tutti i lavoratori, tra i quali sarebbero stati scelti i 56 esperti riconosciuti dall’accordo: erano nati i delegati sindacali. Complessivamente saranno circa 200 i delegati eletti dai lavoratori in questa prima elezione. In un corso di formazione sindacale nel luglio del 1969 Sergio Garavini affermò: “Dei 199 delegati eletti alle linee della Fiat, ce ne sono 70 iscritti ai sindacati, 28 iscritti alla Cgil, e noi consideriamo questo fatto un successo …”.

I delegati offrivano la possibilità di organizzarsi sindacalmente all’interno della fabbrica, di controllare l’organizzazione del lavoro sulle linee di montaggio, di costruire una nuova e diffusa leva di quadri sindacali.

L’accordo fu immediatamente oggetto di una violentissima polemica da una parte dei gruppi extraparlamentari, così definiti poiché molti studenti e intellettuali che facevano propaganda politica davanti alle fabbriche si erano costituiti in formazione politiche esterne ai tradizionali partiti politici presenti in Parlamento. L’accordo era contestato da “sinistra”, essendo considerato un tentativo sindacale di integrare la classe operaia nel sistema capitalista; in particolare fu attaccato il sistema dei delegati di linea, con la parola d’ordine “siamo tutti delegati”, proponendo la ripresa del conflitto con l’azienda. In realtà l’accordo può essere considerato un successo delle organizzazioni sindacali, che hanno saputo ricondurre a risposte concrete il disagio sociale e la rabbia dei lavoratori, traducendo un conflitto spesso radicale e confuso in strumenti contrattuali di gestione, anche per merito delle conoscenze acquisite sull’organizzazione della produzione. Si deve aggiungere però che non tutti i problemi erano superati, permanevano elementi di disagio sindacale rispetto a certe forme radicali di lotta operaia, che la debolezza organizzativa dei sindacati e la continua competizione con l’insieme delle formazioni politiche extraparlamentari, non consentivano di superare immediatamente.