Commento all’accordo del 18 ottobre 1980

La vertenza dei 35 giorni

Nei primi mesi del 1980 la situazione della Fiat si presentava controversa, mentre nei primi mesi erano continuate le assunzioni di lavoratori, giustificate con un mercato che era considerato ancora in crescita, improvvisamente l’azienda denuncia una crisi estremamente grave, nella primavera del 1980. Non è stata mai fornita una spiegazione plausibile di questo comporta­mento aziendale, di sostanziale normalità fino al mese di aprile, per cambiare improvvisamente dal mese di maggio. Su questo punto vi sono interpretazioni sindacali diverse tra chi ritiene che in realtà la Fiat voleva far precipitare la situazione per usare l’aggrava­mento della crisi contro il sindacato, in una sorta di “tanto peggio, tanto meglio”; chi invece pensa che la Fiat non avesse realmente compreso fino in fondo le nuove situazioni di mercato che si andavano a determi­nare, accumulando errori su errori.

Nel corso di alcuni incontri informali la Fiat aveva chiesto alla Flm di applicare un’interpretazione diversa dell’accordo del 5 agosto 1971, che consentisse di incrementare la produttività del lavoro passando dalle saturazioni massime individuali alle saturazioni medie di squadra. Si trattava di reinterpretare una materia che, come è stato già detto, era definita molto sommariamente nel testo dell’accordo, ma dai contorni pratici molto incerti perché la norma della saturazione individuale era applicata rigorosamente solamente alle Mec­caniche di Mirafiori, mentre si aveva la sensazione che negli altri stabilimenti fosse oggetto di minore at­tenzione da parte dei delegati sindacali. In ogni modo il confronto non ebbe un seguito, anche perché da parte sindacale vi era l’impressione che la Fiat fosse alla ricerca di modalità contrattuali che consentissero successivamente un governo unilaterale della forza lavoro, piuttosto che di concordare i modi e regole per incrementare la produttività.

È necessario considerare che la Fiat nel frattempo aveva proceduto a una prima operazione di “pulizia” interna licenziando alcune migliaia di lavoratori per superamento del periodo di comporto; in genere si tratta­va di lavoratori anziani con patologie gravi che avevano accumulato lunghi periodi di assenza per malattia. In quel periodo sono stati stimati complessivamente circa 2.000 licenziamenti con queste motivazioni.

La sensazione di un aggravarsi della situazione economica e di mercato della Fiat è un aspetto presente nella Flm, anche se vi erano valutazioni dissimili sulla profondità della crisi; in ogni modo il sindacato ri­ven­dicò al Governo e al Parlamento, nel febbraio del 1980, un “piano nazionale dell’auto”. Nell’ipotesi sinda­cale il piano avrebbe comportato sostanziosi contributi statali alla Fiat, soprattutto nel campo della ricerca e dell’in­nova­zione del prodotto, in analogia a quanto era stato fatto in altri paesi europei. Ciò sembrò destare qualche interesse da parte della Fiat, che però, per bocca dello stesso Giovanni Agnelli, restava dubbiosa sulla effettiva tempestività del governo nell’intervenire in relazione ai tempi della crisi.

Nel frattempo, con il Coordinamento Fiat del 15 febbraio 1980, si era avviata la discussione preparatoria di una nuova vertenza nazionale del Gruppo Fiat, all’interno della quale era collocata la proposta sindacale del “piano nazionale dell’auto”. L’avvio della vertenza è preceduto dalla rielezione generale dei delegati nel mese di marzo 1980: un modo per dare anche una risposta alle accuse di scarsa rappresentatività della Flm che erano seguite alla vicenda dei 61 licenziamenti. Alle elezioni parteciparono circa l’85% dei lavoratori Fiat dell’area torinese, che elessero 1.345 delegati, di cui 707 di prima nomina e 77 non iscritti al sindacato.

Il confronto interno preparatorio della vertenza sarà molto acceso su tutti gli aspetti delle scelte rivendicative; infatti, in relazione alle richieste aziendali di rivedere gli accordi del 1969 e 1971 sulla prestazione di lavoro, la Flm si proponeva di presentarsi al confronto chiedendo una innovazione dell’organizza­zione del la­voro con l’adozione dei gruppi integrati di produzione, ai quali si potevano applicare indici di satu­razione collet­tiva. Vi erano com­prese anche rivendicazioni economiche: la Segreteria nazionale della Flm proponeva di introdurre un premio particolare per gli operai di 3^ categoria, il cosiddetto “correttivo“, all’interno di una riven­dicazione eco­nomica parametrata sui livelli contrattuali. La proposta rappresentava la monetizzazione di una particolare condizione lavorativa, ma verrà bocciata nelle discussioni preparatorie di elaborazione della piattaforma, perché rischiava di aprire evidenti tensioni con gli operai qualificati.

In ogni modo lo stesso incalzare della crisi e le scelte della Fiat finiranno per accantonare la piattaforma rivendicativa. L’8 maggio, nella stessa giornata in cui è convocato il Coordinamento Fiat per varare la piattaforma, l’azienda an­nuncia il ricorso massiccio alla Cassa integrazione per sette giorni da distribuire tra maggio e giugno, per 78.000 lavoratori dell’Auto. Da parte sindacale è rimasta la convinzione che la concomitanza della comunicazione aziendale con la riunione del Coordinamento fosse un preciso segnale politico di sfida, mentre la Dire­zione aziendale ha sempre negato la circostanza. Successivamente, in un’intervista su “La Repubblica” del 21 giugno, Umberto Agnelli indicò esplicitamente la svalutazione della lira e la riduzione sostanziale degli or­ga­nici attraverso i licenziamenti per risolvere i problemi connessi con una crisi di lunga durata e la necessità di riequilibrare i bilanci della Fiat. In un successivo incontro con la Flm, il 2 luglio, Umberto Agnelli proporrà il ricorso alla Cassa inte­grazione speciale e alla “mobilità esterna” per migliaia di lavoratori, una norma che prevedeva la possibilità di riassun­zione presso altre aziende dei lavoratori in Cigs ma, in assenza di tale possibilità preve­deva in ogni caso il licenziamento del lavoratore dopo un certo periodo. La risposta sindacale è negativa, con­temporaneamente la Flm chiede l’intervento del governo. È necessario aggiungere che nel sindacato permane­vano ancora valutazioni diverse sull’atteggiamento della Fiat; infatti, una parte considerava ancora stru­mentale l’atteggiamento della Fiat, finalizzato ad ottenere contropartite dal governo: finanziamenti pubblici e un ostacolo all’accordo Alfa Romeo – Nissan. La trattativa continua per tutto il mese di luglio arrivando molto vicino all’accordo alla fine del mese: alcuni protagonisti sindacali ritengono che quella sia stata un’occasione mancata per evitare il drammatico scontro successivo. D’altra parte alcuni dirigenti aziendali confermano che vi erano spazi per trovare un’intesa su una ristrutturazione consensuale prima delle ferie e che solamente alla fine di luglio matura la convinzione aziendale sull’impossibilità di un accordo sindacale e sulla necessità dello scontro frontale.

Da parte sua il governo Cossiga si mosse chiedendo alla Fiat di non procedere ai licenziamenti, ma non ottenne ri­sposte positive e il 31 luglio Umberto Agnelli rassegnò le dimissioni dalla carica di amministratore delegato del Gruppo. La mossa fu interpretata, anche alla luce di dichiarazioni successive dei protagonisti, come un defilarsi di un rappresentante della famiglia Agnelli da un’operazione rischiosa e impopolare, che comportava evidenti problemi di immagine pubblica. I poteri furono affidati a Cesare Romiti, un manager che proveniva dalle aziende a Partecipazione Statale, assunto nel 1974 in Fiat, che governerà l’impresa fino al 1998.

Nel mese di settembre, al rientro dalle ferie, si aprì immediatamente lo scontro con l’azienda che ormai aveva deciso di andare fino in fondo. La strategia aziendale, secondo le interpretazioni sindacali, non riguar­dava solamente l’esigenza di un riequilibrio economico, ma si proponeva anche di ri­acquistare mano libera nel campo della gestione della forza lavoro e assestare un colpo mortale al sindacato. Come si seppe in seguito, la strategia aziendale venne decisa con una parte importante del capitalismo italiano, vale a dire quella Mediobanca di Cuccia che preparava il rilancio finanziario della Fiat, subordinandolo però al ridimensionamento del sindacato in azienda.

Con la ripresa del lavoro post-feriale negli stabilimenti Fiat inizia anche il confronto tra la Flm e la Dire­zione aziendale, che sarà preceduto da un incontro tra Fiat e Governo in cui l’azienda ribadirà la sua intenzione a licenziare. Il primo incontro azienda – sindacato si tiene il 4 settembre a Roma, dove si stabilì di ritrovarsi a Torino per il 7 settembre. Negli stessi giorni alcune interviste di dirigenti Fiat sui giornali citano un esubero di 24.000 lavoratori. Negli incontri la Fiat insiste sul ricorso alla mobilità esterna, argomentando che la situa­zione del mercato del lavoro torinese consentiva il riassorbimento dei lavoratori eccedenti; la Flm invece pro­pone la Cassa integrazione a rotazione, il blocco del turn over, le dimissioni incentivate e corsi di riqualifica­zione professionale. Ma la scelta aziendale non prevedeva mediazioni con il sindacato: nei fatti la trattativa si interrompe il 9 settembre e l’11 settembre la Fiat annuncia l’avvio della procedura per il licenziamento di 14.469 lavoratori tra il Settore Auto e la Teksid. La Fiat fece l’annuncio poco prima di presentarsi al tavolo del Ministero del lavoro dove le parti erano state convocate per una proposta di mediazione: in quella sede il sindacato, dopo una complessa discussione interna, accettò di affrontare la possibilità di utilizzare la mobilità esterna purché da posto a posto di lavoro, senza quindi il rischio che i lavo­ratori si ritrovassero licenziati senza una prospettiva d’impiego. In ragione di questa disponibilità il Ministro del lavoro, Franco Foschi, elaborerà una proposta di mediazione che sarà consegnata alle parti il 20 settembre. Nel frattempo la preoccupazione della Flm riguardava le forme di lotta e il rischio di uno sciopero a oltranza, che era considerato un elemento di debolezza a fronte uno scontro che si preannunciava di non breve durata. Per questo furono dichiarate iniziative di sciopero articolato per tutta la Fiat, ma in molte situazioni lo sciopero era stato prolungato oltre le ore dichiarate.

La proposta di mediazione del Ministro del lavoro prevedeva, tra l’altro, il ricorso immediato alla Cassa integrazione per 24.000 lavoratori che, dall’inizio del 1981, sarebbe stata applicata a ro­tazione. La proposta venne giudicata accettabile da parte del sindacato, sia pure con alcune riserve, mentre venne respinta dalla Fiat, che insisteva sulla sua posizione iniziale. È necessario aggiungere che la proposta di mediazione del Ministro sarebbe stata senz’altro accettata dalle segreterie nazionali della Flm e della Federa­zione Cgil Cisl Uil, ma probabilmente avrebbe avuto notevoli problemi con la maggioranza dei militanti sinda­cali della Fiat, che si erano espressi in senso contrario al contenuto della mediazione ministeriale, nell’assemblea del 24 set­tembre sulla pista di Mirafiori, con la partecipazione di migliaia di lavoratori e delle forze politiche.

Il 25 settembre fu attuato lo sciopero generale della categoria dei metalmeccanici; mentre per il Piemonte e la Campania fu dichiarato lo sciopero generale di tutte le categorie, con manifestazioni a Torino e Napoli. Il giorno dopo, il Se­gretario generale del Pci, Enrico Berlinguer, era a Torino a portare la solidarietà e l’appoggio del suo partito ai lavoratori in lotta, cosa che darà l’avvio a un fiume di polemiche poiché alcuni passi del discorso di Berlinguer verranno interpretati come un avallo all’ipotesi sindacale di occupare la Fiat.

Nei fatti all’inizio della vertenza vi fu un ampio e crescente movimento di soli­darietà politica e pratica nei confronti della lotta dei lavoratori Fiat da parte dell’insieme del movimento sinda­cale, di associazioni e di forze politiche.

Il 27 settembre cade il Governo Cossiga e viene meno l’interlocutore istituzionale della vertenza: l’azienda coglie l’occasione per sospendere i licenziamenti e mettere in Cassa integrazione 24.000 lavoratori per tre mesi dal 6 ottobre. La mossa dell’azienda sarà comunemente interpretata come un modo per sottrarsi all’isolamento in cui era caduta dopo l’annuncio dei licenziamenti. A fronte della revoca dei licenziamenti il sindacato decise di sospendere lo sciopero generale di tutte le categorie a sostegno della vertenza Fiat, indetto per il 2 ottobre: ciò generò delle polemiche nei confronti delle Confederazioni sindacali da una parte dei delegati sinda­cali di Torino, che vedevano in questa decisione un segno di minor convinzione sindacale. Questa divaricazione di valutazioni avrà una progressione costante per tutta la durata della vertenza e peserà anche successivamente.

Il 29 settembre la Fiat annuncia che è disponibile a prendere in esame soluzioni alternative ai licen­zia­menti, ma il 30 settembre rende pubbliche le liste dei lavoratori posti in Cassa integrazione. Le “liste di pro­scrizione”, come vennero battezzate da parte sindacale per i criteri discriminatori con cui erano state compi­late, furono esposte ai cancelli della Fiat mentre era in corso l’assemblea dei delegati al Teatro Nuovo a Torino. La decisione unilaterale della Fiat viene interpretata dall’assemblea dei delegati come uno schiaffo al sinda­cato, poiché tutti comprendono che con questa scelta, vengono selezionati i lavoratori da escludere e la discussione può avvenire solamente sui cri­teri scelti dall’azienda. Nei fatti il tentativo evidente è di dividere coloro che sono colpiti dal provvedimento da quelli che invece rimangono a lavorare.

Pur respingendo l’ipotesi, presentata dalla parte più radicale dei delegati, di occupare la fabbrica, l’as­semblea dei delegati decise il presidio dei cancelli e lo sciopero a oltranza. Come è noto la decisione sulle forme di lotta è una polemica che divise e continua a dividere i sindacalisti, tra chi ritiene che era impossibile qualsiasi alternativa alla scelta fatta, proprio per la tipologia di quadri sindacali della Fiat; mentre altri riten­gono che sarebbe stato possibile e necessario una strada diversa nelle gestione delle forme di lotta con il ricor­so all’articolazione, soprattutto dopo l’annuncio aziendale del ritiro dei licenziamenti. Nei fatti molti dirigenti sindacali sostengono che fu proprio il ricorso allo sciopero a oltranza che determinò le condizioni per il suc­cessivo isolamento della lotta operaia e generò le reazioni negative come la cosiddetta “marcia dei quaranta­mila”.

Il 3 ottobre le trattative ripresero in sede ministeriale, ma le posizioni erano immutate. Nel frattempo continuava lo sciopero a oltranza, sia pure con segnali preoccupanti, come lo sfondamento dei picchetti a Rivalta il 7 ottobre da parte di un gruppo di capi Fiat. Il 6 ottobre iniziava la sospensione dei 23.000 lavora­tori: il sindacato decise che tutti sarebbero entrati in fabbrica avrebbero bollato la cartolina e si sarebbero re­cati a presidiare i cancelli, cosa che avvenne puntualmente.

Il 10 ottobre fu attuato lo sciopero generale che ebbe una grande adesione, con manifestazioni in molte città italiane e in particolare a Torino, dove la manifestazione si tenne a Mirafiori davanti alla porta 5.

Le trattative ripresero il 13 ottobre presso l’Hotel Boston di Roma. Il giorno dopo un corteo di capi e la­voratori Fiat, con la partecipazione anche di altre persone, sfila per Torino in una manifestazione antisinda­cale: è la cosiddetta “marcia dei quaran­tamila” che è oggettivamente un sostegno alle posizioni dell’azienda. In realtà la cifra dei partecipanti è gonfiata dai mezzi d’informazione, ma gli effetti sulla trattativa, che era quasi conclusa, sono consistenti.

Nei fatti, l’azienda irrigidisce le proprie posizioni contrattuali, inoltre è arrivata l’ingiunzione della Procura della Repubblica di Torino, su istanza della Fiat presentata il 2 ottobre, di consentire il libero accesso agli ingressi della fabbrica: l’accordo venne raggiunto nella notte tra il 14 e il 15 ottobre al Ministero del lavoro, quindi fu richiesto di sottoporlo alla verifica delle assemblee dei lavoratori; ma prima delle assemblee, il giorno 15, fu convocata un’assemblea di delegati al cinema Smeraldo a Torino, dove fu evidente l’impossibilità di risolvere l’insieme delle contraddizioni che si erano accumulate dall’inizio della vertenza. Il mattino seguente si tennero le assemblee negli stabi­limenti che, nonostante alcuni tentativi di aggressione nei confronti di alcuni dirigenti sindacali (in partico­lare quello a cui fu soggetto Pierre Carniti alla Meccanica di Mirafiori) approvarono l’accordo.

Ancora oggi non vi è un giudizio unanime sulla vicenda dell’ottobre del 1980 e su quella conclusione della vertenza: vi sono accuse polemiche su una mancanza di democrazia nell’approvazione dell’accordo, che arrivano ad adombrare anche il “trucco” nella conta dei voti nell’assemblea della Meccanica di Mirafiori, ma la cosa viene decisamente contestata dai delegati sindacali che parteciparono all’assemblea. La precipitosa conclusione della vertenza e la mancanza di un tempo adeguato per un confronto sull’accordo finale, in altre pa­ro­le il fatto di aver “strozzato” la discussione, viene indicato da Pio Galli come uno dei principali ele­menti negativi che ha determinato la “sindrome della sconfitta”. Da parte sua Tom Dealessandri sostiene che “tra quello che si pensava alle porte, e quello che, in realtà, era stato possibile scrivere a Roma, il divario era enorme e lo sapevamo bene”. In generale i protagonisti politici e sindacali di quella vicenda espressero successivamente delle valutazioni molto diverse e contraddittorie sull’andamento della vicenda stessa e sulle possibili cause dell’esito finale. Spesso è stata utilizzata polemicamente la categoria del “tradimento” da parte dei “vertici” sindacali per spiegare l’esito finale della vertenza. Sono interpretazioni semplifica­torie che in pratica allontanano la ricerca di una spiegazione razionale dei reali limiti culturali e organizzativi del sindacato alla Fiat che, nei fatti, assolvono ciascuno dagli errori com­messi (se la colpa è di pochi “traditori” tutti gli altri sono “salvi”). In ogni modo era evidente che all’interno del movimento operaio vi erano opinioni diverse su come condurre la vertenza e le forme di lotta, ma, si deve ag­giungere, che questa è stata una costante anche delle vertenze degli anni precedenti, fin dal 1969; però, quando si “vince”, questi aspetti risultano meno evidenti; mentre la vertenza del 1980 fece precipitare tutte le debolezze e i limiti che il movi­mento operaio aveva accumulato nel corso del tempo. In altre parole anche per il 1980 vale la lezione di Di Vittorio del 1955: le sconfitte sono certamente causate dalla violenza dell’avversario, ma hanno sempre delle radici nei propri limiti e contraddizioni.

Per quanto riguarda questa ricerca due sono gli aspetti che si possono constatare: il primo è che il testo dell’accordo (firmato formalmente il 18 ottobre 1980), se viene considerato al di fuori della complessa vicenda che lo ha generato, rappresenta effettivamente un “compromesso onorevole”, come lo hanno definito Pio Galli e Bruno Trentin. In effetti l’accordo prevede gli strumenti sindacali classici di gestio­ne di una situazione di crisi aziendale con le necessarie tutele per i lavoratori coinvolti:

  • ritiro dei licenziamenti,
  • dichiarazione di crisi aziendale,
  • utilizzo della cassa integrazione per 23.000 lavoratori di Fiat Auto e Teksid con la garanzia del rientro per una data definita (30 giugno 1983),
  •  prepensionamenti volontari,
  • dimissioni incentivate,
  • corsi di riqualificazione professionale,
  • mobilità esterna da posto a posto di lavoro con criteri di equivalenza professionale,
  • verifiche trimestrali.

Naturalmente è necessario considerare che la rotazione veniva applicata a un numero limitato di lavora­tori, quelli delle linee della 131 e 132, che richiese successivi accordi applicativi il 19 novembre e il 16 gen­naio; mentre la stragrande maggioranza era “a zero ore” per l’intero periodo di Cigs. Le motivazioni professionali e organizzative assunte dalla Fiat, per non ricorrere alla rotazione, erano molto deboli, stante la bassa qualificazione professionale della maggioranza dei lavoratori inte­ressati, che erano sostanzialmente operai comuni. Vi era invece una motivazione di ordine politico legata ai criteri di scelta dei lavoratori interessati alla Cig, in parte sindacalizzati e in parte con ridotte capacità lavora­tive dopo anni di lavoro alla Fiat.

Fondamentale fu invece il fatto che l’accordo fu considerato dalla maggioranza dei lavoratori, anche quelli che lo approvarono, con rassegnazione, come una scelta senza alternative, o come una sconfitta, al di là dei suoi specifici contenuti; la stessa iniziativa della Fiat incentivò questi sentimenti per imporre una gestione uni­laterale della ristrutturazione aziendale. Quindi sarebbe stato il modo con cui fu vissuto l’ac­cordo, più che il suo contenuto, a determinare la sensazione di “sconfitta”.