Ricordo di Bruno Trentin

Intervento di Paolo Franco

Intanto vi devo ringraziare per questa iniziativa. Può aiutare a correggere un revisionismo che ormai trasforma il ’69 in cortei violenti e terrorismo, cancellando quanto di positivo è stato fatto in quegli anni.

Hanno detto tutti prima di me: gli anni fino al ’69 sono stati caratterizzati da una intensa battaglia politica, sicuramente dentro la Cgil, ma è meglio dire nella sinistra italiana:

Nella analisi della situazione economica e nel giudizio sul capitalismo italiano. Tema sul quale si è aperto uno scontro aspro tra Trentin e Amendola, proprio ad un convegno del Gramsci nel ’62.

Nello sforzo di adeguare le politiche rivendicative a cominciare dalla scelta della contrattazione articolata

Nello sforzo conseguente di adeguare i contenuti rivendicativi, fatto su cottimi, premi di produzione, orari, ambiente di lavoro, salute e sicurezza, con elaborazioni che ancora oggi mantengono tutto il loro valore. Penso ai 4 fattori, al giudizio del gruppo omogeneo, o comunque del lavoratore, cose che adesso appaiono anche troppo accantonate, al concetto così forte della non delega.

Nella scelta di nuove regole di democrazia , necessarie in primo luogo alla conduzione di vertenze che sempre più andavano a toccare la condizione di lavoro e quindi dovevano passare per un rapporto stretto con i lavoratori. Attraverso un decentramento spinto delle sedi decisionali, sempre più verso la fabbrica. Ricordiamo le decisioni sulle sezioni sindacali che dovevano affiancare le CI, o le prime assemblee, anche di strada.

Nel ringiovanimento dei quadri del sindacato, anche attraverso l’ingresso di militanti che provenivano dai movimenti universitari del ‘60\’62.

E più in generale nello sforzo di cogliere tutte le possibilità che offriva una rapida e profonda evoluzione del quadro degli interlocutori. Nasce l’associazione delle aziende PPSS e si distacca dalla Confindustria sulle strategie contrattuali. Si creano nuove possibilità di azione unitaria. Cresce l’unità sindacale specie in alcune categorie dell’industria, come i metalmeccanici.

Si sviluppano lotte e movimenti che colpiscono l’immaginazione e creano fiducia nuova nei lavoratori, come gli elettromeccanici a Milano. Ma anche la rivolta di Genova contro Tambroni. In un mondo dove c’era l’Ungheria e il Vietnam.

Una battaglia politica che univa gran parte delle forze più giovani della Cgil. Sicuramente il gruppo torinese della Cdl e la Fiom di Bruno Trentin. Nel fondo rimaneva una diffidenza, verso chi non era operaio, verso chi non aveva subito i reparti confino, verso i “romani”. Spesso i nostri torinesi raccontavano che con BT, nei momenti difficili, litigavano o discutevano in torinese stretto, per marcare la differenza, e farla pesare. E il dialetto era la lingua “ufficiale” del sindacato.

Noi arriviamo al ’68, (che indubbiamente ha accelerato moltissimo tutte le spinte di libertà ed antiautoritarie, non solo nella scuola ma anche nelle fabbriche, dove continuavano ad arrivare migliaia di giovani), ben preparati, e con una grinta ed un entusiasmo che ancora ricordo, con la voglia di stare davanti ai cancelli a tutti i cambi turno, per discutere, verificare ipotesi, imparare e se possibile convincere. Perché anche quello c’era: la certezza che solo attraverso la scelta dei lavoratori, e la loro testa, la situazione poteva cambiare. La non delega, certo, ma anche la convinzione che il sindacato non era una macchinetta della Coca cola, che ci mettevi la moneta e dava la bottiglia, come, sempre in lingua stretta, diceva Pugno.

In tutto questo la Fiat, ed in particolare la Mirafiori, rimanevano off limits. La Fiom ebbe un successo importante nelle elezioni di C.I. Ma dentro la fabbrica si comunicava solo con comunicati alla radio nelle ore di mensa in un casino mostruoso. Non si poteva girare nei reparti se non con sotterfugi. Caruso alle Fonderie credo che abbia preso più multe che ore lavorate. Alle elezioni la lista doveva essere presentata da un’altra lista ed anche quella era a rischio perché gli iscritti dovevano firmarla personalmente. E quelli che lo facevano erano sottoposti a ricatti e pressioni di ogni tipo. Ricordo ancora i viaggi con Pugno nelle valli, a casa di vecchi compagni che bisognava convincere alla presenza dei nonni della moglie e dei figli.

In più la Mirafiori era davvero un mondo a parte., grande come Alessandria, 66.000 dipendenti, in gran parte sui due turni, molti anche sul turno di notte. Un lavoro d’inferno .

Abbiamo lavorato a tempo pieno su diversi filoni, che ricordo solo nei titoli.

Le categorie per le officine ausiliarie. C’era ancora il capolavoro, cioè richiesta di una prova gestita direttamente dai capi

L’ambiente di lavoro, specie alle fonderie. Volantini numerati che bisognerebbe tornare a studiare.

Presse con rumori, infortuni e rotazione sui turni di notte che si voleva ogni 5 e non ogni 3 settimane.

E infine linee di montaggio, con uno sforzo meticoloso per individuare le richieste da fare e gli strumenti di controllo da privilegiare. Tutti hanno aiutato. Porte e membri CI. Però ricordo la particolare lucidità di Aldo Surdo che aveva capito come funzionavano e quindi che cosa dovevamo chiedere.

Con una tensione anche esasperata verso l’autonomia delle decisioni. Alla fine, quando già si avvertivano rombi del terremoto in arrivo, ricevemmo il via libera da una riunione con CISL e UIL e CGIL, sulla possibilità di decidere in lega. La piattaforma delle linee di montaggio è stata firmata in lega e definita negli ultimi dettagli sulle scale del Bambi, La balera che era qui a fianco. Poi la portammo al guardione della porta 5, con ricevuta di ritorno.

Gli scioperi sono partiti prima dalla sala prova motori per richieste che non ricordo. Poi sono partite le ausiliarie. 8000 lavoratori che facevano sciopero articolato di 2 ore almeno un paio di volte la settimana. Lasciavano le linee ed i reparti nei quali erano impegnati, con precisione cronometrica. Una sorpresa anche per noi. Ma una miccia e corta, perché gli altri li vedevano andarsene e per lo sciopero. Una cosa mai vista.

Poi comincia il casino. Partono anche le linee. Anche se c’era la nostra piattaforma, la gran parte dei lavoratori si muoveva convinto di volere altro. Soldi e categorie. Con tutti i gruppi che tuonavano contro il delegato bidone e che urlavano che il loro delegato era il corteo. E con volantini dei partiti che spesso non aiutavano perché insistevano sui soldi e certo non sostenevano la richiesta del delegato.

Trattativa 10 giorni filati e poi accordo. 56 delegati e libretto rosso.

Segreteria Nazionale e Trentin seguono passo passo la vicenda.

Portano, ad accordo concluso, il CC della Fiom a compiere la scelta dei delegati. Ricordo che faceva molto caldo e che eravamo nella periferia di Firenze.

Allora ci sembrava un fatto normale. Ma non era un fatto scontato perché non tutta la categoria era come a Torino e come la Mirafiori. Il grosso della organizzazione era sintonizzato sulle sezioni sindacali. Certo ha pesato il fascino e la forza di un rappresentante eletto direttamente e su scheda bianca da tutti i lavoratori, nei loro reparti. Ma va anche ricordato che proprio Trentin ha influito in modo determinante su quella decisione.

Perché democrazia e crescita del sindacato richiedevano il consolidamento e la crescita di un potere reale nella fabbrica e nel luogo di lavoro. Metteva addirittura questo obiettivo in alternativa alle illusioni programmatorie sostenute dai socialisti. Il delegato era la realizzazione pratica delle sue teorie.

Sottolineava sempre e con forza la necessità di uscire dalle soluzioni precostituite e dagli schemi propri della esperienza sovietica, allora dominanti. Ci esortava a non subire passivamente le scelte imposte dalla politica . Neanche in Urss il taylorismo poteva essere accettato come strumento neutro, addirittura oggettivo, che lì andava bene perché c’era il comunismo.

Pensiamo alla attenzione con la quale ci faceva seguire quanto avveniva nella CFDT, oppure alla esperienza che andava crescendo delle CCOO i Spagna. Ma pensiamo anche al Vietnam o alle esperienze del sud del mondo. La cura e la attenzione con cui ci ha fatto incontrare con quella signora fragilina che capeggiava la delegazione a Parigi e che spiegò tra le altre cose che avevano bisogno di una camera operatoria mobile, per intervenire sulle ferite provocate dalle mine o dalle bombe a frammentazione. Quando tornai entusiasta, gli esperti ci dissero che eravamo matti che non era possibile. La cosa fu risolta da G Longo che in tipico stile operaio professionale, in lingua, disse: Hanno studiato e devono farlo. Consegnammo la sala operatoria in un Ducato o quello che c’era allora, in una manifestazione al Palasport, organizzata dalla nostra ala creativa, con tre schermi e tutto.

Sono temi che avevano dietro riflessioni e studio. Su di essi ci stimolava, per esempio con lezioni all’università : quella su K.Korsh. Consigli di fabbrica e socializzazione.

Prende corpo, in sostanza quella scelta di autonomia del sociale che si è poi sviluppata per varie strade dalla incompatibilità, alla crescita di potere e di prestigio del sindacato e di molte organizzazioni sociali.

A volte, e se abbiamo tempo vediamo perché, queste spinte sono divenute autosufficienza. Un errore che si è pagato caro. Ma sull’altro versante, quello della politica e dei partiti questa spinta non è mai diventata stimolo per una risposta alta, cioè di come si costruisce una crescita di poteri veri e realmente autonomi, sui quali esercitare appunto il gioco della politica. Ma consapevoli che solo così si attiva la partecipazione, e solo così si costruisce un progetto che abbia forza e che attiri consensi e mobilitazione. Il quadro desolante di oggi dice che ci siamo frantumati in mille pezzi ,in tanti particolarismi. Di macchine della Coca oggi ce ne sono 100.

Ma è anche per tutto questo che Trentin in primo luogo, con tutte le segreterie di Fim e Uilm, intervenne con tanta decisione, quando, subito dopo le ferie, prendendo lo spunto da uno sciopero a oltranza della officina 32, mise in libertà Mirafiori e Rivalta. Doveva cominciare la vertenza del contratto. A Torino da soli non potevamo cavarcela. Si decise di anticipare la vertenza contrattuale con la dichiarazione dello sciopero generale e manifestazione nazionale a Torino, in Piazza Castello. Fu il vero inizio dell’autunno caldo, segnato da momenti di grande intensità e drammaticità, dalla prima manifestazione a Roma, alla strage di Piazza Fontana. Una vertenza conclusa, questo forse lo ricordiamo tutti con una nuova forzatura delle segreterie nazionali, Trentin in testa, che decisero che non ci sarebbe stata conclusione di un contratto praticamente già firmato, senza il rientro in fabbrica dei 62 che la Fiat aveva licenziato. Una scelta che fece scorrere un brivido di paura nella schiena di molti ma che poi si rivelò vincente. Dimostrazione di forza, ma anche affermazione di dignità di fronte ad un padrone che non aveva mai ritirato nessun provvedimento, e anche affermazione di una nuova dignità del mondo del lavoro

Perché così efficace quella soluzione nell’accordo sulle linee di montaggio? E perché, almeno nei primi anni i famosi 56 sono stati così forti e così fortemente legati ai lavoratori che peraltro li avevano tutti eletti su scheda bianca? Malgrado le forzature che sono state fortissime: dei gruppi esterni che erano presenti in massa durante e dopo la vertenza contrattuale

Difficile pensare nel mese di luglio che sarebbe stato così forte il legame con quel sindacato che andava così rapidamente cambiando fin dalle radici. Se non fosse stato così, cosa sarebbe stata la vertenza contrattuale. Ma, di più, cosa sarebbe successo a Torino negli anni successivi?. Non avremmo avuto quel ruolo, ma certo non sarebbe cresciuta la sinistra fino alla conquista del Comune. Ricordiamoci di cosa c’era dentro LC. Anche il sostegno dei boia chi molla. Oltre alla snobistica sottovalutazione della importanza della professionalità e delle competenze nella vita di un operaio, che si ritrovano ancora oggi negli scritti di Sofri. Operai sono solo carne da macello.

Ha contato la grande precisione delle cose da fare, i controlli da eseguire,i conti sugli uomini, sulle saturazioni, sul controllo della produzione. Era un contropotere effettivo, capace di contrastare l’autorità dei capi e della Fiat.

A questo si lega la seconda grande intuizione di Bruno Trentin, che ha influito su Torino, certo, ma su tutto il sindacato e sull’intero paese. Non più soltanto sfruttati, ma capaci di esercitare controllo sulla produzione, produttori appunto. Con tutte le cose che ne seguivano. Il diritto alla consultazione sugli investimenti, la forza della cosiddetta prima parte dei contratti,lo sforzo gigantesco compiuto per consolidare gli investimenti al sud, per rafforzare quello che allora veniva considerato come l’anello debole della nostra struttura produttiva e della nostra economia. Era una cosa ben compresa dai lavoratori non fosse altro per il fatto che tanta parte di loro veniva appunto dal Sud. Fino alla manifestazione di Reggio Calabria, sulla quale lo mettemmo in minoranza, perché le troppe assenze, i segnali di diffidenza dei partiti, le paure delle confederazioni e il fatto che c’era solo la Cgil, le minacce dei fascisti e pure quelle di LC che appoggiava la rivolta, lo avevano portato a proporre lo slittamento ad ottobre.

Non poteva reggere questo sforzo solo su atti emblematici che pure sono stati importantissimi come nelle centinaia di vertenze per dirottare investimenti al Sud. Doveva innescarsi una dinamica virtuosa su due terreni, quello della modifica della organizzazione del lavoro e quello di un parallelo sforzo di formazione, di intreccio con la scuola e con l’università, certamente mantenendo l’autonomia delle strutture di fabbrica, dei delegati.

Abbiamo tentato questa strada, della modifica contrattata e condivisa della odl, con le 1000 vertenze del ’95, ma non riuscimmo. In primo luogo perché non vi era la stessa sintonia con il nazionale impegnato su troppi fronti, e poi soprattutto perché la Fiat scelse un’altra strada, quella della decisione centralizzata, quella del decidere tutto da sola. Se riflettiamo un secondo ricordiamo che il punto più controverso e di rottura degli accordi di quel periodo fu il punto unico di contingenza firmato però dalle confederazioni e da Agnelli. Per noi 2 punti sarebbero stati un successo straordinario. Agnelli fece leva proprio su quell’accordo per concordare con Governo e Banca d’Italia quella strategia della svalutazione competitiva che è stato uno dei primi esempi di finanziarizzazione dell’economia. Da lì una parte importante dei nostri guai come paese. Certo più importante di Roma ladrona. Una strategia che poi si incrementò a dismisura con la frantumazione della struttura produttiva ed i paralleli processi di internazionalizzazione. In ogni caso proprio quella scelta ha rigettato in secondo piano ogni sforzo per trovare soluzioni decentrate. Chi ci credeva fu emarginato e preso in giro.

Anche sul nostro versante si è accentuata la spinta verso metodi e scelte sempre più centralizzate. Sembravano le più semplici ma in realtà non era così. Contribuirono progressivamente a imballare il motore, a tentare sempre più vertenze generali risolutive, piuttosto che soluzioni ragionevoli e vicine. Portarono ad un aumento di tutti quegli atteggiamenti di sufficiente arroganza che poi hanno eroso il rapporto di fiducia con i delegati. In realtà la battaglia dell’80 è stata persa prima, e non certo perché non si fece lo sciopero articolato. Ovvero, non si fece lo sciopero articolato perché non c’era più la forza e la convinzione necessaria per farlo, come era avvenuto nel ‘69

Fatti ancora oggi importanti. Se vogliamo prepararci ad una fase di rinnovato interesse per l’economia reale. Già allora una parte importante della intellettualità laica come Visentini, per limiti di comprensione sul futuro, di fatto liquidò la Olivetti. E poi quale economia reale? Quella della precarizzazione esasperata di oggi? E questo recupero non potrà essere soltanto il risultato di un regalo di un qualche padrone illuminato.

Tutto quel periodo me lo ricordo come una storia di uomini, concreti, reali, nei loro slanci e nelle loro debolezze. Non ho mai conosciuto un operaio massa. Forse all’officina 32. Perché reagisco così ancora oggi. Magari per Regazzi.

Ricordo che ciascuno di loro portava nella esperienza di tutti pezzi di storia del paese, per una associazione quasi naturale. Alfano che ci accusa di essere quelli che hanno portato una forza di occupazione di 500.000 uomini al Sud, contro cui combattevano i briganti di Carmine Crocco, oppure Caruso delle presse che ricordava i racconti di suo nonno sulla rivolta di Bronte, mimando anche il rumore che fanno i sassi quando schiacciano la testa dei latifondisti.

E infine l’italiano. Riunione drammatica del Consiglione, nella conca della Camera del Lavoro, in via Principe Amedeo, al momento dei 61 licenziamenti, alla fine del contratto, verso la fine del suo intervento G.Longo slitta sul torinese …..” a custa situation sì venta buteie el manic..” Casino etc. e Norcia : “el manic nel culo del sindacato”.