1989-2003

Chiudono Chivasso e Desio. Aprono Melfi e Pratola Serra. L’Eur e la concertazione. Fine della scala mobile. Scoppia tangentopoli. Prima vittoria elettorale di Berlusconi

Il 1989 fu anche l’anno in cui un’iniziativa del Pci sui diritti dei lavoratori in Fiat mise in particolare difficoltà la Direzione aziendale, per il risalto che ebbe sugli organi d’informazione. La cosa era nata all’Alfa di Arese alla fine del 1988 con accuse di discriminazioni nei confronti di militanti sindacali e del Pci e si sviluppò successivamente in tutti gli stabilimenti Fiat, anche con strascichi giudiziari. L’inchiesta del Pci provocò un’indagine da parte del Ministero del Lavoro che inviò i propri Ispettori nell’azienda; inoltre l’iniziativa generò un dibattito pubblico che coinvolse una parte della Chiesa e alcuni prestigiosi intellettuali come Norberto Bobbio. Dopo questa vicenda la Direzione Fiat fu molto più accorta nelle politiche del personale e rimosse i casi più evidenti di discriminazione.

La qualità totale

Nell’autunno del 1989 si tenne il famoso seminario di Marentino, in cui Cesare Romiti annunciò la svolta della “qualità totale”. Il seminario era riservato ai massimi dirigenti Fiat, ma poche settimane dopo le videocassette registrate degli interventi integrali di Romiti e del top management Fiat erano in circolazione, annunciando la “rivoluzione dall’alto”. In realtà la svolta della “qualità totale” era anche implicitamente un’ammissione del fallimento del precedente modello produttivo basato sulla “fabbrica ad alta automazione”, come ammise in seguito anche lo stesso Cesare Romiti.

Le nuove modalità organizzative si basavano su un insieme molto complesso di progetti di cambiamento, tra questi il più famoso era quello denominato “Fabbrica Integrata”, che si proponeva di cambiare l’organizzazione produttiva. Il modello di riferimento era quello dei produttori giapponesi, come il just in time, il miglioramento continuo del processo e del prodotto, in sostanza gli aspetti caratteristici della lean production,

sciopero unitario

In Fiat Auto, per effetto dell’apertura dei nuovi stabilimenti al Sud (Melfi e Pratola Serra) fu attuato una riduzione della capacità produttiva al Nord con la chiusura dello stabilimento di Desio, con l’accordo 19 dicembre 1991, e quello della Lancia di Chivasso, con l’accordo del 2 luglio 1992.

Il rinnovo del contratto nazionale di lavoro

Nel 1990 si sviluppò anche la vertenza per il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro. La piattaforma fu varata il 12 marzo 1990, dopo un faticoso confronto tra Fim, Fiom e Uilm; le divisioni sindacali comportarono un’incapacità a selezionare le rivendicazioni, perciò la piattaforma dava la sensazione di essere una sommatoria delle proposte rivendicative di ciascun sindacato. La Federmeccanica oppose immediatamente un atteggiamento dilatorio, mentre si evidenziavano i segnali negativi nella congiuntura economica. La vertenza fu molto lunga: gli scioperi iniziarono nel mese di maggio; inoltre furono dichiarati tre scioperi generali della categoria, il 27 giugno, l’8 ottobre e il 9 novembre; quest’ultimo fu anche lo sciopero generale dell’industria con la manifestazione nazionale a Roma. L’accordo fu sottoscritto il 14 dicembre 1990, con la mediazione del Ministro del lavoro, Carlo Donat Cattin, dopo 90 ore di sciopero. La conclusione contrattuale comportò molti strascichi polemici tra i lavoratori, tra i quali era largamente diffuso un giudizio d’insufficienza sui risultati conseguiti, almeno rispetto alle rivendicazioni iniziali. In sostanza furono conquistati un rafforzamento dei diritti d’informazione, ulteriori 16 ore annue di riduzioni d’orario e 217.000 di aumento medio mensile dei minimi retributivi con parametrazione 100 – 250 e una “una-tantum” di 840.000.

Nel 1989 la Fiat si presentava come un’azienda vincente avendo anche conquistata la prima posizione nel mercato comunitario con la quota del 14,9%, contro il 14,8% della Volkswagen; contemporaneamente aveva accumulato risorse tali da consentire un’attiva politica di acquisizioni societarie nei settori più diversi. Lo sviluppo produttivo era stato accompagnato anche da un incremento occupazionale, non solo per effetto dell’acquisizione dell’Alfa, ma anche per la riapertura delle assunzioni, che erano iniziate con la fine della Cigs “a zero ore” e avevano coinvolto oltre 50.000 nuovi assunti (circa la metà entrati in Fiat Auto); di questi circa il 55% erano contratti di formazione e lavoro, mentre il resto erano lavoratori già operanti in altre aziende assunti con la formula del “passaggio diretto”. Anche Mirafiori ebbe un incremento occupazionale arrivando a 37.800 dipendenti nel 1990. Le stesse preoccupazioni per la fine di un ciclo economico espansivo apparivano contenute, almeno nei confronti formali tra sindacati e Fiat; nessuno prevedeva che nel giro di pochi anni la situazione economica dell’azienda si sarebbe drammaticamente rovesciata.

Lastratura

La crisi economica e il “patto di sindacato”

All’inizio degli anni novanta Fiat Auto, forse per la crisi che aveva interessato il suo management dopo l’estromissione di Vittorio Ghidella, ritardava l’avvio una politica di rinnovo del prodotto: ciò comportò una continua perdita di quote di mercato; infatti, se nel gennaio del 1988 era uscita la Tipo, il lancio di una nuova vettura, la Punto, fu possibile solamente nell’agosto del 1993, dopo molti rimaneggiamenti di un progetto che era stato rinviato di anno in anno. A questo si deve aggiungere che già all’inizio del 1990 si era modificata la congiuntura economica internazionale con l’evidenziarsi di alcuni aspetti negativi che annunciavano la recessione, anche per effetto della “guerra del golfo”. Per la Fiat, però, il peggioramento della situazione sarà maggiore degli effetti derivanti dal rallentamento dell’economia; infatti, il mercato dell’auto continua a “tirare” in Italia e in Europa fino al 1992, mentre la caduta della Fiat inizia già nel 1990. La riduzione produttiva in Fiat Auto fu realizzata inizialmente con il ricorso alla Cassa integrazione e la sospensione di migliaia di lavoratori per brevi periodi, già dal 1990 (alla fine di agosto furono sospesi 35.000 lavoratori); mentre negli anni successivi assumerà dimensioni ancora più allarmanti: nel 1992 furono 50.000 i lavoratori che si alternavano in Cassa integrazione.

La situazione debitoria della Fiat era ancora più grave degli anni settanta, tanto che nel 1993 la Fiat dovette procedere a una forte ricapitalizzazione, sotto la regia della solita Mediobanca. Il riassetto finanziario fu accompagnato dalla vendita di alcune società controllate dalla Ifil, per fare “cassa”; ma anche da alcune condizioni poste da Mediobanca, come la continuazione dei mandati di Giovanni Agnelli e Cesare Romiti per altri tre anni e la costituzione di una nuova struttura di controllo azionario, un “sindacato di blocco” costituito dai principali azionisti (Ifi-Ifil con il 30% del pacchetto azionario, Mediobanca con il 3,1%, Deutsche Bank con il 2,4%, Assicurazioni Generali con il 2,4%, Alcatel con il 2,1%); ciascuno dei quali avrebbe avuto potere di veto sulle decisioni più importanti: per la prima volta la famiglia Agnelli doveva condividere con altri il governo dell’azienda. Tra l’altro la continuazione dei mandati di Agnelli e Romiti significò anche l’accantonamento della già annunciata successione di Umberto Agnelli.

Tangentopoli e la fine della prima repubblica

Gli anni novanta furono anche gli anni della fine della “prima Repubblica” e del sistema dei partiti che l’aveva guidata. I tradizionali partiti di governo furono travolti da “tangentopoli”, che arrivò a coinvolgere il vertice Fiat negli stessi anni in cui era più profonda la crisi economica (1993 – 1994). Nel settembre del 1992 la lira fu costretta a svalutare del 30% per effetto della speculazione internazionale; un’ulteriore svalutazione si realizzò nel 1995. Sono anni in cui leggi finanziarie eccezionali incidono profondamente nelle tasche dei contribuenti, ma sono anche gli anni in cui si realizza l’accordo di Maastricht (1992), la piena liberalizzazione del mercato europeo (con il definitivo superamento delle quote di contingentamento delle auto giapponesi) e la convergenza nella moneta unica europea che darà stabilità all’economia italiana.

Dopo molti mesi, in cui i dati della crisi e della cassa integrazione settimanale si aggravano, alla fine del 1993 la Fiat annunciò un nuovo piano di ristrutturazione con un elevato numero di esuberi, che tra quelli transitori e quelli strutturali assommavano a circa 15.000 lavoratori, tra cui circa 3.800 tra gli impiegati e i quadri.

Il 1993 è stato l’anno peggiore per la Fiat, poiché al pessimo andamento delle vendite si aggiunse il coinvolgimento dei dirigenti aziendali e dell’amministratore delegato nelle inchieste connesse con “tangentopoli”, accomunando con le perdite economiche anche una caduta dell’immagine pubblica. Dopo tre anni e molti colpi di scena il procedimento giudiziario terminerà con la condanna degli imputati per falso in bilancio e finanziamento illegittimo ai partiti.

La cessazione della scala mobile e il Protocollo del 23 luglio 1993

La grave crisi economica e produttiva dei primi anni novanta, che portò il paese sull’orlo della bancarotta, impose la necessità di nuove regole nel sistema di relazioni industriali. Due accordi interconfederali hanno rappresentato il punto di svolta: il primo fu quello del 31 luglio 1992 che decretò la cessazione definitiva della scala mobile, dopo che il relativo accordo sindacale era stato denunciato dalla Confindustria. Il secondo fu il Protocollo del 23 luglio del 1993 sulla politica dei redditi, sottoscritto dalle Confederazioni sindacali, da quelle degli imprenditori e dal governo. Quest’ultimo accordo rappresentò un punto fermo e un’ancora di salvezza per il paese rispetto alla grave crisi economica e politica della prima metà degli anni novanta, inoltre stabilì i cardini della politica di concertazione sociale e definì un ruolo forte per il sindacato confederale, con un sistema di relazioni industriali basato su due livelli di contrattazione. Tutto ciò contribuì in modo decisivo a creare le condizioni per consentire all’Italia di essere accettata nel sistema della moneta unica nel 1998, assieme al primo gruppo di paesi dell’Unione Europea. A completamento del Protocollo fu sottoscritto un accordo interconfederale, il 20 dicembre 1993, che regolamentò le elezioni della rappresentanza sindacale in azienda, denominata Rappresentanza Sindacale Unitaria (Rsu) con specifiche competenze contrattuali. Anche a Mirafiori iniziarono a tenersi con regolarità triennale le elezioni delle Rsu.

1994 – FIAT – Montaggi motori innovati

Il successivo rinnovo contrattuale dei metalmeccanici del 5 luglio 1994 presentò la positiva novità di essere il primo rinnovato senza il ricorso al conflitto. Nell’accordo furono recepite le norme del Protocollo del 23 luglio 1993, stabilendo i diritti di contrattazione a livello aziendale; tra le altre cose furono stabilite normative più precise sull’utilizzo delle riduzioni d’orario e sul trattamento di malattia; inoltre fu concordato un nuovo sistema di previdenza integrativa finanziato mediante quote di Tfr; infine, in linea con le nuove regole del Protocollo, fu concordato un aumento medio mensile di 135.000 lire dei minimi retributivi, con parametrazione 100 – 250.

Primo governo Berlusconi

Nelle elezioni del 1994, le prime della seconda Repubblica, il centro destra ottiene la maggioranza e Berlusconi forma il suo primo governo. L’abbandono della Lega, nel 1996, determinerà la caduta del governo Berlusconi e le successive elezioni politiche anticipate vinte dal centro sinistra: si formerà il primo governo Prodi. All’inizio del 1996 avviene il rinnovo del vertice aziendale: il 28 febbraio Giovanni Agnelli lascia formalmente la presidenza della Fiat e lascia il posto a Cesare Romiti; mentre Paolo Canterella assume il ruolo di amministratore delegato.

Il processo di rilancio della Fiat fu aiutato dal successivo provvedimento legislativo del governo Prodi in favore della cosiddetta “rottamazione” delle autovetture nel 1997. Si trattava di un provvedimento già adottato da altri paesi europei che consisteva nell’assegnare una cospicua incentivazione fiscale a coloro che decidevano di rottamare la propria vettura, con almeno 10 anni di anzianità, e acquistarne una nuova. In favore del provvedimento si spesero anche i sindacati per gli effetti positivi che implicava in termini di stabilizzazione occupazionale; ma anche per favorire la conclusione della vertenza per il rinnovo del biennio economico del Contratto nazionale di lavoro.

Questa vertenza era iniziata nella primavera del 1996 e aveva come questione centrale il recupero dell’incremento dei prezzi nel biennio precedente, che aveva generato tassi d’inflazione notevolmente superiori a quelli programmati, su cui si erano concordati gli aumenti dei minimi contrattuali del 1994. Il confronto con Federmeccanica fu molto duro, poiché quest’ultima negava il diritto al recupero salariale; alla fine dopo 45 ore di sciopero fu raggiunto un accordo, con la mediazione del Ministero del lavoro il 4 febbraio 1997, per un aumento medio di 200.000 lire mensili.

La strategia delle esternalizzazioni

Nel 1997 l’occupazione a Mirafiori è scesa a 26.000 dipendenti, nel frattempo l’azienda ha avviato dei processi di esternalizzazione di una serie di attività con relativi trasferimenti ad altre aziende dei rapporti di lavoro, riducendo ulteriormente i dipendenti Fiat.

A metà del 1998 è stato completato il rinnovo dei vertici aziendali con il passaggio della carica di Presidente da Cesare Romiti a Paolo Fresco. Quasi contemporaneamente la Fiat annunciò che il patto di sindacato, che aveva governato l’azienda dal 1993 e giungeva a scadenza nel giugno del 1999, non sarebbe stato rinnovato, rompendo la tradizionale alleanza che la legava a Mediobanca.

Il Contratto nazionale di lavoro scadeva il 31 dicembre 1998, ma il rinnovo fu particolarmente difficile per la complessità degli argomenti posti nella piattaforma rivendicativa. L’accordo fu raggiunto l’8 giugno 1999, dopo sette mesi di trattative e 36 ore di sciopero, con la mediazione del Ministero del lavoro. Oltre ad adeguare i minimi contrattuali ai tassi d’inflazione, l’accordo prevede alcune significative innovazioni sul versante dell’orario di lavoro, affrontando il delicato tema delle flessibilità d’orario e stabilendo nuovi strumenti per i lavoratori per poter gestire le riduzioni d’orario e trasformare gli straordinari in riposi compensativi (conto ore e banca ore).

L’alleanza con la General Motors

La criticità della situazione Fiat Auto è confermata dai risultati costantemente negativi nei bilanci degli anni successivi al 1997, che confermano la caduta di competitività. La svolta nella strategia della Fiat avviene in modo clamoroso: il 13 marzo del 2000, la Fiat annuncia l’alleanza strategica con la General Motors, il più grande produttore mondiale di autovetture. Tuttavia questa alleanza sembra arrivare troppo tardi rispetto ai processi che hanno messo in crisi l’azienda che hanno radici molto lontane. La riduzione delle risorse a disposizione di Fiat Auto, combinata con problemi non risolti nel campo della qualità dell’organizzazione produttiva e della partecipazione dei lavoratori, aveva generato una miscela esplosiva per la competitività aziendale.

Nella primavera del 2001 il centro destra vince le elezioni e si forma il nuovo governo Berlusconi.

non ci stiamo

Il contratto nazionale di lavoro “separato”

Nel rinnovo del biennio economico del luglio 2001, i tre maggiori sindacati del settore non trovano l’unità sull’accordo contrattuale. Per la prima volta dal 1962, la Fiom Cgil non sottoscriverà l’accordo: si apre una stagione di rinnovi contrattuali separati. L’intesa raggiunta tra Federmeccanica, Fim e Uilm stabilì un aumento medio lordo di 130 mila lire e una una-tantum di 450mila lire a pagamento del periodo non coperto dal rinnovo contrattuale.

La crisi più grave

L’annuncio di una nuova fase di ristrutturazione, deciso dal Consiglio di amministrazione della Fiat del 10 dicembre 2001, confermò la gravità della crisi aziendale, che aveva al proprio centro il settore auto: tra l’altro, viene annunciata la cessazione della produzione di auto nello stabilimento di Rivalta. Gli interventi previsti sono una diretta conseguenza della presa d’atto che gli obiettivi di rientro del debito per il 2001, sono stati completamente mancati, con un generale peggioramento della situazione aziendale, già prima delle conseguenze economiche derivanti dall’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. In Borsa i titoli Fiat vengono completamente svalutati dalle agenzie di rating.

Nei primi mesi del 2002 (in concomitanza con il passaggio all’euro) interviene un gruppo di banche in soccorso della Fiat, fornendo nuove risorse finanziarie per tre miliardi di euro, per un’operazione di ricapitalizzazione. L’accordo tra banche e Fiat, raggiunto il 28 maggio 2002, subordinava esplicitamente il rifinanziamento a un contenimento del debito netto, che doveva ridursi entro il 31 dicembre 2002 da 6,6 miliardi di debito a 3 miliardi di euro.

La morte di Giovanni Agnelli, il 24 gennaio 2003, sembra segnare un spartiacque nella storia della Fiat, che risulta fortemente indebolita sul piano economico e costretta a un cospicuo piano di dismissioni, mentre il continuo ricambio delle posizioni di vertice dell’azienda denunciano l’incertezza delle strategie e delle prospettive.