UOMINI CONTRO: NELL’EPILOGO IL FUTURO

CENTRO CITTÀ

Torino, piazza Castello: il restauro è riuscito perfettamente, Palazzo reale ha un color vaniglia accattivante e abbagliante, sulle strade che portano al nuovo salottino della città a natale spuntano luci colorate che compongono giochi di pianeti e costellazioni. Nel mezzo, Palazzo Madama non è più circondato dalle automobili, che si devono accontentare di sottili passaggi tra via Roma e via Po. Ogni tanto grandi costruzioni di plastiche e metalli occupano il campo per permettere a migliaia di persone di gonfiarsi di Nutella o cioccolato Peyrano, pattinare su un artificioso ghiaccio, ammirare ex campioni volanti trasformati in saltimbanchi dell’asticella o mettersi in fila per stare tre secondi di fronte a un panno macchiato chiamato Sindone: la severità del barocco si concede al consumo di massa. Potesse rientrare in Italia, Vittorio Emanuele di Savoia sarebbe fiero del centro della «sua» capitale, tornato ordinato, pulito e futile. Nobiltà e miseria si alternano secondo un preciso calendario, senza contaminarsi. Lontana è la tristezza delle periferie, invisibile il vuoto delle grandi fabbriche chiuse, impercettibile il rumore degli «quartieri neri» di porta Palazzo e san Salvario. Il passeggio consumistico del sabato è l’unica trasgressione concessa, l’unica occupazione legittima del centro, il solo momento di disordine possibile.

Piazza Castello, mattina del 14 ottobre 1980: di fronte a Palazzo reale una dozzina di uomini stringono uno striscione ancora fresco di vernice, «No ai licenziamenti, questo è il vero diritto al lavoro». Urlano slogan, lanciano qualche monetina e fischiano quei «buffoni» che sfilano a pochi metri. In dodici riescono a far più rumore delle migliaia assiepati attorno a Palazzo Madama. Un sottile cordone di polizia tiene a bada gli arrabbiati, operai venuti dai picchetti di Mirafiori, portando sulle spalle più di trenta giorni di scioperi, manifestazioni, cortei. Quelli di fronte a loro sono al debutto; è la prima volta che occupano la piazza, sarà anche l’ultima. Hanno le facce tristi e i vestiti della domenica; camminano con l’aria di chi porta a spasso il cane o come nelle passeggiate del giorno di festa al Valentino, borsello a tracolla e parenti al seguito, cartelli in rima a sostituire la radiolina per ascoltare la partita della Juve o del Toro. Sono una massa silenziosa, ordinata dietro le sigle di rappresentanza: «Mirafiori presse», «Mirafiori carrozzerie»… Nessuno varca il proprio recinto, come nei reparti della fabbrica non si oltrepassano le linee che delimitano il confine del luogo di lavoro. Sono i capi: è il giorno dei piccoli uomini venuti a riportare l’ordine della gerarchia e della disciplina.

Il corteo è partito dal Teatro Nuovo. Convocati per un’assemblea nazionale dal Coordinamento capi e quadri intermedi Fiat, si sono ritrovati in così tanti da decidere di marciare sul centro, dopo aver evocato i valori dell’operosità torinese e impedito di parlare al vice-sindaco socialista, mandato lì da Novelli per offrire un riconoscimento istituzionale a quella giornata: «Torna a Mosca», hanno gridato a quella pasta d’uomo di Biffi Gentili.

In testa al corteo, Luigi Arisio: «Non siamo il partito dei capi. Siamo il ben più grande partito della voglia di lavorare, di produrre, di competere con la concorrenza». Il capo dei capi – che tra qualche anno, candidato dal Pri, riceverà in premio un seggio parlamentare – ha già previsto tutto: con la benedizione aziendale è riuscito a mettere insieme una marcia militare che si avvia a occupare il centro della città. Per chiedere al prefetto di far aprire i cancelli, al sindaco comunista di riconoscere quel «nuovo soggetto» sociale. Erano giorni che Arisio preparava questa manifestazione, giorni passati a discutere con Carlo Callieri, a organizzare i pullman, a fare telefonate di convocazione innestando una sorta di catena di sant’Antonio che, seguendo la scala gerarchica, ha mobilitato tutti i fedeli dell’Avvocato, dall’alto al basso, dai quadri agli operai più disponibili. E, ora, Arisio schiera quelle truppe che non hanno mai combattuto, ma a cui basterà una parata per ottenere una rivincita attesa da dodici anni, da quando l’ordine della fabbrica è stato invertito da lavoratori che si permettono di disobbedire, che reagiscono e non rispettano le regole del comando, che non riconoscono più l’autorità della «medaglietta» appuntata sulla giacca a segnalare la distanza dai subordinati. Operai che parlano dialetti lontani, che non capiscono il piemontese, «terroni» che si ribellano arrivando a costruire un altro potere. Anni di umiliazioni, per capi e impiegati, con le officine attraversate da cortei rumorosi e violenti, gli uffici invasi da tamburi di latta e le porte blindate abbattute. Con l’impossibilità, per i capi, di cambiare la velocità della catena a loro discrezione, di spostare un lavoratore da una postazione a un’altra, di giocare sui ritmi per far più pezzi e ottenere il premio aziendale. Anni in cui le gerarchie si sono sentite abbandonate dalla direzione che ha avuto paura dello scontro, preferendo discutere con i sindacati piuttosto che imporre la disciplina. Anni d’inferno, che oggi si chiudono nella ritrovata sintonia tra l’azienda e i suoi più fedeli sudditi, chiamati a dare la spallata finale al decennio operaio. Una vera liberazione.

In testa al corteo, una 127 diffonde la voce metallica dell’altoparlante: «I quadri intermedi Fiat si fanno interpreti della volontà di operai, impiegati, dirigenti, che pretendono libertà di lavoro. Per questo motivo scendono oggi in piazza per la prima volta allo scopo di far conoscere la verità all’opinione pubblica, ai partiti, alle istituzioni. Il lavoro oggi come ieri si deve difendere lavorando… Sollecitiamo le autorità affinché un patrimonio quale quello della Fiat, che ha rappresentato anni di lavoro e sacrificio di tutti non venga disperso per la volontà di una minoranza prevaricatrice che blocca da un mese ogni attività di lavoro…». Sfilano lenti e silenziosi: spinti a superare l’incertezza iniziale, si sentono ancora insicuri su quel territorio aperto che fino a oggi avevano attraversato solo per lo shopping del sabato o il bicerin della domenica. Portano cartelli con infantili rime: «Novelli, Novelli, riaprici i cancelli», «Lavoro e libertà garantisca l’autorità», «Il reddito aziendale è anche nazionale», «Non siamo dei picchiatori, ma dei lavoratori». Qua e là si intravede una bandiera italiana, o uno striscione che richiama altri copioni: «maggioranza silenziosa». Il loro nemico è il sindacato: «L’Flm non ci rappresenta», «vogliamo lavorare» sono le sole cose che sanno ripetere al cronista. «Perché sfilate oggi?» «Per il diritto al lavoro». «Contro chi protestate?» «Contro la violenza e chi impedisce la libertà di lavorare». «A chi vi rivolgete?» «All’opinione pubblica». «Ma cosa può fare l’opinione pubblica per la vertenza Fiat?» «Non saprei…». E se il giornalista insiste per raccogliere qualche frase in più e rendere più colorita la sua cronaca, per capire com’è che sono arrivati lì, chi li ha convocati, come pensano si debbano affrontare gli «esuberi», si sente laconicamente rispondere «vada a chiedere a quelli in testa al corteo».

Sono una truppa disciplinata, perché l’ubbidienza è l’unico vero credo di questi uomini che camminano in silenzio. «Gente – così li definirà Giovanni Agnelli – la cui sola gratificazione è il successo dell’azienda e la soddisfazione nel proprio lavoro». Qualcuno di loro, nei giorni precedenti, ha più volte cercato di scavalcare il muro di cinta, per aggirare i picchetti, per entrare in una fabbrica che, senza quelli assiepati ai cancelli, non avrebbe comunque potuto produrre. «Perché – spiegavano – dà una sensazione di grande pena vedere un impianto così perfezionato in tutte le sue parti, immobile per colpa di quella gente». Sono stati fermati, ma una volta dentro avrebbero acceso qualche macchina, messo in ordine gli attrezzi, pulito per terra: qualunque cosa pur di adempiere al dovere. È stata la disperazione e la speranza di un nuovo patto con la Fiat a spingerli a fare ciò che non avevano mai fatto in vita loro, scendere in piazza, usare lo strumento proprio del «nemico», il corteo. Ma la chiamano marcia, come le maratone domenicali per amatori, talmente distante da loro è la logica dell’evento politico: «Io faccio solo il mio dovere e i fatti miei. Se tutti facessero così le cose andrebbero meglio». Questa è la cultura che attraversa una manifestazione muta, che non ha bisogno di comunicare suoni perché ha la forza di un’inedita presenza fisica.

Nel silenzio rotto dalla monotonia dell’altoparlante che, come un disco rotto, ripete le stesse frasi, i capi attraversano tutto il centro con le loro facce grigie come il cielo di questo giorno d’ottobre: corso Marconi, via Roma, piazza san Carlo, piazza Castello, sotto gli sguardi stupiti di chi ne incrocia il percorso e la compiacenza dei bottegai che li osservano da dietro vetrine dai prezzi a loro inaccessibili. Quando si fermano sotto la prefettura per chiedere al rappresentante del governo di mettere in atto la promessa fatta di far sgomberare i picchetti, sono in diverse migliaia, non solo dipendenti Fiat, ma anche commercianti e passanti che raccolgono lo spirito della giornata: 10-12.000 secondo la questura; 15-20.000, dice l’ufficio-stampa Fiat ai giornalisti, e quella diventa la cifra dei primi telegiornali. Ma nel corso del pomeriggio, come una pasta gonfiata dal lievito, la cifra sale a 30-40.000, su indicazione del gruppo dirigente Fiat che a Roma tratta. Perché l’impatto sull’opinione pubblica deve essere forte, bisogna esaltare l’evento di una Torino diversa da quella operaia, è un’occasione da non perdere, che non si ripeterà mai più. I media quell’occasione non la perdono: i capi rappresentano il nuovo, un evento mediatico che rompe la monotonia di un decennio di lotte operaie, lo spirito profondo di Torino che emerge e si prepara a dilagare ovunque. Repubblica è il giornale che più di ogni altro rilancia l’idea del capitale che si fa movimento: è il quotidiano di Scalfari a santificare la «marcia dei 40.000», a farli diventare l’icona degli anni ’80, fissando quei volti grigi e silenziosi nell’immaginario collettivo come emblema dell’era degli individui che soppianta quella delle aggregazioni di massa.

Loro, i capi, mentre sfilano da piazza Castello verso il Municipio, tutto questo non lo sanno. Percepiscono solo la soddisfazione di essere protagonisti per un giorno e intuiscono di aver vinto: la notizia è già stata comunicata a Roma, alla delegazione della Fiat alle prese con i sindacati, e presto la giornata darà i suoi frutti. «Ormai la città ha preso coscienza di quello che siamo e di quello che vogliamo – gracchia l’altoparlante, mentre Arisio e i suoi scendono lo scalone della sede comunale, dopo essere stati ricevuti e legittimati dalle autorità locali – Non diamo adito alle provocazioni e stiamo calmi. Non accettiamo la provocazione da qualsiasi parte venga. La manifestazione è sciolta». Silenziosamente se ne vanno, ognuno per suo conto. Tra di loro una bella signora sui trent’anni, Maria Teresa Arisio, nessuna parentela con il «capo dei capi», da quindici anni impiegata a Mirafiori. Mentre se ne va ricorda il primo giorno di lavoro: vestito bianco a pois rossi, grande emozione per poter entrare nella fabbrica che è stata di suo padre, nel vero cuore della città in cui «tutto è Fiat», dopo l’infanzia agli asili Fiat, le vacanze alle colonie Fiat, i pomeriggi della domenica al cinema Giovanni Agnelli; ricorda i brividi delle visite in palazzina dell’Avvocato – una volta l’anno, per la commemorazione dei defunti –, ma anche la paura degli scioperi di quegli operai «sconosciuti, di cui non si sa nulla, come dei vicini di casa con cui l’unico rapporto è quello del frettoloso saluto nell’androne», l’incubo dei picchetti e di quei «cordoni» fatti di delegati attraverso cui, per uscire dagli uffici nei giorni di sciopero, bisognava passare sotto gli insulti e tra gli sgambetti di una folla arrabbiata. Incubi notturni da cacciare per sempre. Oggi è convinta di aver fatto la cosa giusta, di aver chiesto pubblicamente di poter tornare al lavoro con il suo bravo cartello che una mano sconosciuta le ha consegnato all’ingresso del Teatro nuovo: «Prendi, così ti vedranno anche in televisione». Per lei la marcia è una necessità naturale, la richiesta di ritornare a una normalità che da domani niente potrà più scalfire. Fino al giorno della pensione, della festa di congedo in palazzina, con l’abbraccio affettuoso dei colleghi e dei dirigenti; per diventare un’anziana Fiat e proseguire così la sua «storia d’amore con l’azienda». Torna a casa sollevata, Maria Teresa; non le importa nulla di ciò che scriveranno i giornali, di tutte le parole che si faranno su quella sua giornata. Aspetta solo di rientrare in ufficio, attraverso quei cancelli che presto torneranno a essere liberi, come ha appena promesso il procuratore capo di Torino con un’ordinanza che carabinieri e polizia dovranno mettere in atto il giorno dopo. E ci saranno tanti giorni sempre uguali e tranquilli ad aspettarla in quegli uffici, intervallati solo dalla settimana bianca al Sestriere e dalle ferie d’agosto al mare. Fino a quando, quattordici anni dopo, riceverà anche lei una lettera della Fiat per informarla, improvvisamente, che non serve più, che l’amore è finito perché diventato troppo costoso, che dovrà andarsene per sempre insieme a tanti altri suoi colleghi di questo 14 ottobre di festa. Proprio come quegli operai che, dall’altra parte di piazza Castello, ormai senza voce e pieni di cupi pensieri, se ne tornano ai picchetti di Mirafiori per l’ultima notte d’assedio.

PERIFERIA INDUSTRIALE

Torino, via Tunisi 92: un supermercato anonimo, come tanti, ai bordi del quartiere Mirafiori-Santa Rita. Casalinghe e pensionati entrano ed escono con i loro sacchetti di plastica. Da un lato il vuoto lasciato dalle ruspe che hanno abbattuto il Filadelfia, lo stadio del «grande Torino» – quello dei cinque scudetti di fila, di Valentino Mazzola, Loik, Gabetto, Grezar – finito su una collina che ha il nome di una marca di scarpe. Dall’altro, un lunghissimo corso che – dal centro barocco al gigante industriale di Mirafiori – porta ancora il nome di uno stato che non esiste più, Unione sovietica. Tra questi due vuoti di memoria, quell’edificio grigio: come per una pietosa rimozione, la ristrutturazione dello stabile ne ha trasformato la destinazione, travestendo di niente il luogo di una tragedia operaia. Così quasi nessuno oggi ricorda che lì – dove ora dominano barattoli, lattuga, formaggi e carni – vent’anni fa si concludeva la stagione della conflittualità sindacale, finiva il ’68-69. La cancellazione fisica del luogo aiuta a dimenticare. E a sopravvivere.

Cinema Smeraldo, pomeriggio del 15 ottobre 1980: la scena è quella dell’atto finale. La sala che di lì a qualche mese sarà riempita da carrelli per la spesa, é gremita di operai. È l’assemblea del Consiglione Fiat, quel migliaio di delegati delle fabbriche torinesi che per un decennio hanno governato gli stabilimenti, che per 35 giorni hanno trasformato i cancelli di Mirafiori in una trincea in difesa del loro potere e della loro storia. Per la Fiat l’ostacolo da abbattere, il nemico da mettere in rotta riconquistando il dominio sul lavoro; per il sindacato la base della propria forza in fabbrica, ma anche un corpo difficile da governare. Qualcosa di irriducibile, indipendente e ostico per tutti.

All’alba, con il primo notiziario Rai, quei lavoratori hanno appreso che la battaglia è finita, che la guerra è perduta. Le direzioni di Cgil, Cisl, Uil e quelle della Fiat hanno firmato l’accordo che chiude la vertenza sul futuro delle fabbriche dell’avvocato: 23.000 cassintegrati a zero ore, una promessa di reintegro cui nessuno crede, l’espulsione di gran parte di loro dal lavoro e da quelle fabbriche. Per sempre. Quel testo, scritto personalmente da Cesare Romiti, a suo dire, su invito di Luciano Lama («così facciamo prima»), per i delegati è solo la certificazione formale di una resa, sotto l’impatto della «marcia dei 40.000» capi. Meno di ventiquattrore prima. E ora sono lì, dopo aver fronteggiato per tutta la mattinata l’andirivieni di plotoni di carabinieri pronti a rendere esecutivo l’ordine della magistratura: far entrare in fabbrica la massa dei capi che attende, grigia, sul fondo dei piazzali e delle strade che circondano i cancelli.

Sono lì, operai e delegati, in quel cinema di periferia, furiosi e avviliti, ad aspettare i vertici sindacali: già sanno che non sarà possibile invertire il corso degli eventi, che le confederazioni non intendono reagire. Ma vogliono almeno dare voce alla propria rabbia, testimoniare l’ultima denuncia di fronte a Lama, Carniti, Benvenuto. Battersi ancora. Con le energie rimaste dopo 35 giorni di guerra.

I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil sono arrivati a Torino in tarda mattinata. Hanno dormito poche ore dopo la firma al ministero. Quando entrano in una sala calda e umida, strapiena di lavoratori, hanno il volto di chi si sottopone a un atto dovuto quanto inutile, badano più a rispondere alla domande dei tanti giornalisti accalcati all’ingresso che affrettarsi al palco per iniziare il confronto: quanta invidia, in queste ore, per la controparte, lasciata tranquilla a riposare, che non deve fare riunioni e assemblee, cui basta una telefonata alla proprietà per contemplare il perfetto combaciare dell’esito finale con gli obiettivi iniziali. Sanno, Lama, Carniti, Benvenuto e gli altri, che quell’assemblea sarà infuocata, ma, almeno, hanno la certezza che non sposterà di una virgola quanto deciso la notte prima; come le assemblee di stabilimento del giorno dopo. Tutto è già stabilito. Si tratta solo di adempiere a un faticoso rituale; forse l’ultimo. Di quel pomeriggio Luciano Lama, alcuni anni dopo, vorrà ricordare un solo episodio: «una ragazza e un ragazzo, due giovani operai seduti di fronte al palco, immersi in lunghi baci, quasi indifferenti a tutto ciò che accade intorno». Nella memoria del dirigente sindacale quell’assemblea non valeva nulla come se quei delegati e quegli operai non vivessero alcun dramma, erano incomprensibili: persone qualsiasi, non «classe operaia», quindi inevitabilmente perduti.

L’assemblea dello Smeraldo comincia a stento: avrebbe dovuto essere una riunione chiusa, di soli delegati, ma il precipitare degli eventi l’ha trasformata in appuntamento per tutto il popolo dei cancelli. Non può esserci filtro all’ingresso e i vertici sindacali decidono che non può avere alcun valore formale: la si fa perché ormai è stata convocata. Difficile per Pio Galli aprire il dibattito, complicato chiedere alla stampa di uscire – come pretende una platea che urla «stampa, Rai, contro gli operai» – difficilissimo dare la parola a Enzo Mattina, mentre ossessivamente la sala rimbomba di uno slogan che scandirà tutto il pomeriggio: «Lama, Carniti, Benvenuto, il posto di lavoro non va svenduto».

Per una ventina di minuti Mattina, spesso interrotto e fischiato, illustra i termini dell’accordo. Parla una lingua diversa da quella comune, tenuta assieme da espressioni burocratiche, creata per essere fredda, distante, poco comprensibile: «subordinatamente a quanto previsto dalla legge…», «secondo gli istituti previsti…». Di chiaro dice solo che l’ipotesi iniziale dei licenziamenti è rientrata, assicura che tutti i 23.000 ritorneranno in fabbrica, spiega che non era possibile fare di più dopo la manifestazione dei capi. Ripete ossessivamente, tra i fischi, ciò che finge sia una garanzia per il futuro, l’impegno «esplicito» della Fiat a far rientrare tutti al lavoro, al massimo entro tre anni. Un compito ingrato, il suo: non deve convincere, solo blandire, evitare che si allarghi il fossato che già separa presidenza e platea, dire bugie. Non usa mai la parola sconfitta, non può e non deve farlo, forse non sa farlo: quel termine è una bestemmia riservata alle conversazioni private, un’affermazione che ricorrerà nel dire sincero o cinico dei vent’anni successivi, ma che è bandito dalle rappresentazioni pubbliche, false o passionali. Per questo il discorso del sindacalista stride di fronte a una platea che pretende verità e partecipazione; sembra arrivare da un altro mondo. E, alla fine, Mattina si siede stremato, tra le urla, forse già pensando a un futuro da imprenditore che affitta il lavoro altrui.

Poi inizia una straordinaria manifestazione di preveggenza collettiva: i delegati del Consiglione hanno già capito tutto, quale sarà il destino di ognuno di loro, che fine farà il sindacato alla Fiat, in quale direzione si ristrutturerà l’azienda. E, soprattutto, cosa significa per il movimento operaio quella sconfitta, quale deserto lascia, quale svolta imprime. Perché tutti quegli operai sono talmente «legati» alla loro fabbrica, ne vivono così a fondo le pulsioni e ne comprendono i destini, che vedono e dicono ciò che i vertici sindacali non possono ammettere, accecati come sono dalla presunzione di poter gestire ogni cosa, o dal sollievo di liberarsi di un peso. Più operai che quadri sindacali, quei lavoratori raccontando se stessi narrano la fine di un ciclo e annunciano l’inizio del dominio dell’impresa su tutta la società.

Comincia Rocco Papandrea. Lavora a Mirafiori dal 10 maggio del 1969 (giorno del primo corteo interno, vera data d’inizio dell’autunno caldo alla Fiat), non è nell’elenco dei cassintegrati, ma spiega subito che quella «è una lista di proscrizione». E mette il dito nella piaga, la sorte dell’organizzazione sindacale dei delegati che viene smantellata: «L’elenco è stato fatto su basi discriminatorie. Molti delegati messi fuori, oppure delegati rimasti soli in mezzo a squadre desertificate, con l’espulsione di decine di compagni che sono la nostra forza. Per questo abbiamo detto no alla cassa integrazione a zero ore. Perché il gioco è esattamente questo: se passa la cassa integrazione per quei 23.000, magari fra qualche anno qualcuno tornerà, però troverà un’altra fabbrica, un’altra Fiat». La rivoluzione dall’alto decisa da corso Marconi distrugge la struttura del gruppo omogeneo, scardina un assetto di rappresentanza d’interessi che per dodici anni ha fatto del delegato il punto di riferimento dei suoi compagni di lavoro nella condivisione della condizione quotidiana e nell’aspirazione al suo controllo. Un delegato senza la sua squadra è impotente, una squadra senza il suo delegato è cieca. È il senso della stagione del sindacato dei consigli che viene gettato alle ortiche.

Nella platea affollata, intrisa di rabbia e stanchezza, in un umido calore che sfoga urla e slogan, la pensano tutti così. O quasi. Fanno eccezione alcuni militanti del Pci. Per loro l’appartenenza politica prevale su quella alla «comunità operaia»: voci isolate nel Consiglione, ma molto pesanti negli apparati, che si levano a difesa dell’accordo – in nome della logica del meno peggio – in ossequio all’indicazione della federazione torinese del partito, cui Piero Fassino ha impartito l’ordine di «far passare l’accordo a tutti i costi». Il primo a riassumere questo «dover essere» è un delegato delle meccaniche, Farano. Per dire che quell’intesa è quasi un successo, perché i licenziamenti non ci sono più, perché se «la Fiat riesce a organizzare 20.000 capi in un corteo vuol dire che stare dalla parte della ragione non basta», perché «per tener fuori la gente abbiamo dovuto organizzare i picchetti». Banalità anche sensate, per sancire che non c’è più benzina, che ci si deve fermare, anche se – ammette in un rovesciamento schizofrenico – quell’intesa «è piena di ombre e molti punti devono essere rivisti». C’è in questa posizione la convinzione che, una volta passata la tempesta, il sindacato e il partito possano ancora riprendere in mano la situazione, persino che – cacciati gli irriducibili – riescano a gestire meglio la vita in fabbrica, a contrattare con più efficacia perché guidati dalla «scienza» politica.

Non sarà così e Pasquale Inglisano, delegato delle carrozzerie, lo dice a chiare lettere: «Non si possono vendere botti vuote, bisogna avere il coraggio di dire che cosa ci aspetta». È l’ammissione di una sconfitta consumata, di un rivolgimento dei rapporti di forza che va guardato in faccia e spiegato. Con le sue conseguenze materiali – «con tutta questa gente fuori, la Fiat ristrutturerà e chi rimane dentro rischia di fare i tempi di Mennea» – e quelle sindacali: «Le sconfitte vanno chiamate con il loro nome, perché se si è chiari con i compagni non ci sono problemi… anche quando si perde, se si discute chiaramente, i compagni rimangono nell’organizzazione. Ma quando si perde e non si ha il coraggio di dirlo, i compagni abbandonano l’organizzazione». Luciano Lama prova a interrompere Inglisano, per ribadire che quell’accordo è buono, garantisce il futuro, per impedirgli di pronunciare quella bestemmia, «sconfitta». Ma il delegato gli risponde con domande che sono un atto d’accusa, che mettono in discussione il senso della rappresentanza sindacale: «Perché nell’organizzazione in cui ho creduto e in cui continuo ancora a credere ci devono essere dei meccanismi uguali a quelli contro cui mi batto in questa società? Perché di fronte a quest’accordo devo provare un senso d’impotenza, perché noi delegati dobbiamo chinarci di fronte a quello che voi decidete senza avere alcuna possibilità di farvi cambiare idea?». Il corto circuito con l’autunno caldo del ‘69 è completo: vertice e base non si riconoscono più, il primo si libera della seconda fingendo di cercarne ancora il consenso. Ma alla fine decide, da solo.

Liberato Norcia, delle carrozzerie di Mirafiori, vuole almeno ricordare a questi dirigenti qual è stato per più di un decennio il senso di un rapporto che oggi si spezza: «Erano dodici anni che aspettavo questo momento, che ci fossero tutti qui i dirigenti, che ci fossero Lama, Carniti, Benvenuto, per dir loro che ogni mattina, quando entra in fabbrica alle sei, il delegato oltre a portare con sé i suoi problemi, a misurarsi con i problemi degli altri delegati, degli altri lavoratori, a scontrarsi con il lavoro e con il padrone, alla fine deve anche sopportare le malefatte dei suoi dirigenti sindacali… È vero che il delegato è una parte nevralgica dell’organizzazione sindacale, ma è altrettanto vero che voi potete fare le trattative perché nella fabbrica ci sono delegati come me che vi danno la forza per farlo. Ed è anche vero che noi delegati contiamo qualcosa perché ci sono compagni che ci danno forza all’interno della fabbrica». E, poi, non rassegnato, chiede che alle assemblee del giorno dopo i consigli di fabbrica vadano con un loro punto di vista, non solamente con l’illustrazione dell’ipotesi di accordo. Unico modo per dire che la partita non è chiusa, che una risposta è ancora possibile, che se c’è una sconfitta, almeno la si gestisca. Proprio quello che i vertici dei sindacati non vogliono. Lo si capisce, prima ancora che dagli interventi, dal modo in cui subiscono il confronto con la sala.

Parlano, uno dopo l’altro, gli uomini delle officine, di Mirafiori, del Lingotto, della Spa, dell’Iveco, quelli che per anni hanno contrattato con i capi ogni ritmo della produzione, che hanno governato la fabbrica senza mai possederla, che hanno gestito l’ultima lunga battaglia, per 35 giorni e notti. Parlano per precisare il senso distruttivo di quella resa, per rivendicare dodici anni di pratica sindacale, per un ultimo estremo richiamo ai loro dirigenti, costruito su quel ritrovarsi lì, quasi che in quel cinema di periferia possa rigenerarsi la loro forza e si riavvii un rapporto di comprensione con l’organizzazione. Interrogati, uno a uno, nemmeno ci credono a quella possibilità, ma nel riconoscersi come gruppo provano a rovesciare ciò che viene detto definitivo. Accusano il sindacato di non voler capire il significato generale della partita che si sta perdendo, ben la di là della Fiat, nelle sue ripercussioni su tutto il movimento operaio. Con il dubbio che quelle conseguenze, quel «ripiegamento» siano perfettamente compresi e accettati; o, addirittura, voluti. Citriniti, Mosca, Guarcello, De Montis, Aloia, Vidoni, Laudano: ci provano, tra rabbia e disperazione, a chiedere che le assemblee del giorno dopo siano gestite dai consigli di fabbrica e non dalle confederazioni, che si vada al voto con una proposta alternativa a quella firmata a Roma, che non si consideri chiusa la partita, che il sindacato organizzi una risposta alla marcia dei capi. Ma nel susseguirsi degli interventi, sempre più spazio trova la convinzione che il gruppo dirigente di Cgil, Cisl e Uil non abbia nessuna intenzione di tornare sui suoi passi e nemmeno quella di ascoltare davvero. La macchia dell’inevitabilità si allarga e lascia spazio solo alla denuncia, all’invettiva: qualcuno dice di essere pronto a strappare la tessera sindacale, qualcun altro chiede che ad andarsene siano i dirigenti.

Su tutto prevale l’incubo del domani, la sorte di quelli che dovranno lasciare la fabbrica e la solitudine di coloro che ci resteranno; in balia della Fiat, gli uni e gli altri. Angelo Caforio, uno dei sessantuno licenziati l’anno prima con l’accusa di essere dei violenti (sottintendendo dei terroristi), usa quella sua recente esperienza per ricordare a tutti che il sindacato in fabbrica, privato del suo «corpo», non conterà nulla e che nessuno potrà gestire l’accordo firmato a Roma, che quel testo è «solo cartaccia» senza le persone che sappiano farne valere le promesse: «Con chi? Con chi gestiremo questo accordo? Quale struttura consiliare rimarrà in fabbrica? Quale controllo operaio se viene messa fuori la parte più importante della classe operaia alla Fiat? Accettare quest’intesa significa semplicemente piegarsi, con lo sfrangiamento dell’organizzazione, lo smarrimento dei compagni, la sfiducia, le denunce, i licenziamenti, nuovamente con gli anni duri». Ed è facile anche prevedere, come fa un delegato dell’Iveco, quale sarà la gestione dei licenziamenti incentivati, quei quattro soldi dati per rinunciare a se stessi: «Chiameranno i più combattivi in direzione e gli offriranno dieci milioni per andarsene. Gli diranno che o si prende quei soldi e se ne va, o lo sbatteranno via senza neanche quelli». Qualcuno riuscirà a trattare, a strappare qualche milione in più, ma senza alcuna reale alternativa all’abbandono.  Piccola fine di un grande potere contrattuale.

Denunce e discorsi ormai vani, quelli dei delegati dello Smeraldo: quando interviene Fausto Bertinotti, segretario regionale della Cgil – uno dei dirigenti a opporsi fino all’ultimo alla cassa integrazione a zero ore – si capisce che non c’è più alcun margine di ripensamento, che la strada è segnata. Fuori dal cinema la sera è arrivata veloce e il buio circonda i gruppetti di giornalisti in attesa; dentro si spegne la luce sulla vita del Consiglione. L’intervento di Bertinotti è uno sforzo di dover essere, per dire cose che probabilmente non pensa, quelle imposte dalla funzione ricoperta, dal dovere di trovare un senso al domani, al di là dei disastri dell’oggi: un continuo richiamo a ritrovare un agire unitario, a evitare la rissa, a preservare il «corpo» dell’organizzazione, se proprio la sua anima non può essere salvata. Una sottolineatura delle difficoltà degli ultimi giorni, delle divisioni provocate da una lotta troppo lunga e dall’approfondirsi della frattura tra chi è destinato a rimanere in fabbrica e chi ne viene messo fuori; con la manifestazione dei capi che diventa l’atto finale da cui non si può prescindere, l’accettazione di una perdita d’egemonia sulla fabbrica e sulla città. Così quell’intesa subita nella notte diventa «l’unico compromesso possibile» e l’arretramento dei 23.000 cassintegrati viene compensato dal ritiro dei licenziamenti e dalle promesse di reintegro. Insomma, la Fiat sta vincendo, ma non stravince, i giochi non sono chiusi e anche Bertinotti non usa mai la parola maledetta, non parla mai di «sconfitta». Anni dopo dirà che quell’intervento rappresenta l’unico atto sindacale della sua vita di cui sente il dovere di pentirsi.

Poi tocca a Bruno Trentin portare le sue ragioni a difesa dell’accordo; o, meglio, a spiegarne ancora una volta l’inevitabilità, «perché – dice – rappresenta esattamente il rapporto di forza che abbiamo costruito alla Fiat, nel paese, tra i lavoratori della Fiat, fra i lavoratori italiani e sul piano politico». Un lungo e argomentato intervento, quello del segretario nazionale della Cgil (che gli operai di Torino considerano ancora il leader dei metalmeccanici degli anni Settanta), svolto nel silenzio generale, con il timoroso rispetto che incute il personaggio a spegnere sul nascere fischi e contestazioni. Un lungo richiamo, il suo, alle responsabilità di un gruppo dirigente che deve avere la capacità di ragionare guardando le cose da lontano, che deve evitare in primo luogo le lacerazioni, che sono il «pericolo maggiore» per il futuro del movimento operaio. Perché, crede Trentin, c’è sempre un domani da gestire. Un domani su cui peseranno gli obiettivi su cui «non siamo passati», la mancata rotazione della cassa integrazione, l’incertezza sul rientro in fabbrica a tempi brevi. Ma se è stato così – argomenta il dirigente sindacale – è perché hanno pesato le divisioni tra i lavoratori, l’incapacità del movimento di allargare il proprio consenso, l’uso che la Fiat ha fatto di tali divisioni. Tutte ragioni che spingono ad accettare il «compromesso» firmato a Roma, perché la continuazione del conflitto «porterebbe tra qualche giorno a un accordo ancora peggiore», perché non c’è possibilità di nuove lotte che «coinvolgano tutti i lavoratori in un rapporto che oggi si è logorato». Sottolineando tutte le debolezze Trentin dice ai delegati del Consiglione che sono isolati nel movimento operaio e sempre meno rappresentativi alla Fiat; e conclude azzardando che l’intesa «garantisce l’obiettivo centrale di questa battaglia, cioè la continuità del movimento, dell’azione di controllo, di governo, di contrattazione all’interno della fabbrica», se il sindacato ottiene «il reingresso reparto per reparto di un gruppo di delegati nel rapporto di produzione» assicurandosi la continuità delle relazioni sindacali, la memoria dei lavoratori che restano, la possibilità di tenere. Una lista di «garantiti» da opporre alla lista dei «proscritti», nella convinzione di poter sempre gestire tutto grazie all’egemonia degli «eletti», paradossalmente proprio mentre si denunciano i limiti di quegli «eletti».

Il quadro è ormai chiaro, i giochi sono davvero fatti: parlano ancora alcuni delegati, parlano i militanti del Pci in difesa dell’accordo, rinfrancati dai ragionamenti di Trentin, parla – tra mille contestazioni – Bentivogli, segretario generale dell’Flm, perché non ci siano dubbi sulla determinazione a chiudere dei vertici sindacali, per non lasciare spazio a ripensamenti. Ma il confronto – se mai c’è stato – è già finito.

L’assemblea no: c’è ancora spazio per l’ultimo messaggio, per il testamento politico del Consiglione e di quella generazione operaia. Il compito dell’ultimo «urlo» se lo assume Giovanni Falcone, delegato delle carrozzerie, trapiantato dal sud a Torino, entrato alla Fiat nel maggio ’68, nei giorni in cui le università d’Europa cambiavano volto, alla vigilia di una stagione che avrebbe mutato la faccia e il cuore delle fabbriche, il corpo dell’intera società. Il suo intervento è un capitolo di storia, aperta dall’ingresso nella grande fabbrica di un giovane senza politica, che non sa nemmeno cosa sia il sindacato, e chiuso dalla cacciata di un uomo che in quel luogo ha scoperto il senso dell’agire collettivo, il concetto di solidarietà, si è formato una visione del mondo. Cambiando e crescendo. Una storia che si conclude in un cinema di periferia.

Falcone sa bene che non rientrerà più in quella fabbrica che considera quasi un’università di vita, che vedrà perdersi i suoi compagni, che nulla sarà come prima. Sa di essere capitato nel mezzo di uno snodo della storia. E lo dichiara subito: «Un compagno prima mi diceva: ‘questo è un fatto storico, un altro compagno come noi aveva parlato nel ’69, oggi parli tu e si chiude un’epoca’. Allora si apriva, ora si chiude». Nel giorno dell’addio il protagonismo operaio in fabbrica appare come un intermezzo – raro e intenso – da ripercorrere per rivendicare: «Per me – continua Falcone – questi dodici anni di lotte sono stati una lunga esperienza politica. Lo è stata per tutti noi. Ci pensate? Un emigrante che viene su, dalla campagna, come tanti altri. Non sapevo dire una parola, tanta timidezza e, poi… mettersi a fare dei discorsi politici… Voi pensate che la Fiat possa ancora tenere uno come me nella fabbrica? Possa ancora richiamarlo in officina?» Nelle parole di Falcone si specchia tutta una generazione operaia che ha vissuto la fabbrica come il luogo di un’identità che, più che sul lavoro, si fonda sulla condizione, sul conflitto e sulla solidarietà che da lì nasce. Una comunità che la resa dei 35 giorni sfalda per sempre, il vero obiettivo da colpire per l’azienda, assieme agli invalidi e alle donne: «deboli» e «forti» uniti dallo stesso destino. «La Fiat – spiega il delegato al suo ultimo intervento – ha fatto un’operazione chirurgica. Ha deciso chi può star dentro e chi deve star fuori. In sostanza sbatte fuori gente che, per diversi motivi, non è più in grado di dominare e sfruttare al cento per cento. In primo luogo gli invalidi, che per ragioni fisiche non potranno reggere i ritmi che l’azienda imporrà da domani. Poi le donne, perché in questi anni sono cambiate, dicono la loro, hanno imposto l’assunzione attraverso il collocamento. E le donne in fabbrica – con i loro problemi diversi dagli uomini, con i loro tempi che mal si adattano a quelli della produzione intensiva – non sono mai piaciute al padrone. Infine, la terza componente da cacciare, quella più importante per la Fiat, gli operai che hanno fatto le lotte, i delegati che all’interno del Consiglione non hanno mai accettato la logica del produttivismo del padrone. Quest’operazione è già iniziata l’anno scorso con il licenziamento dei 61 che ci ha trovato divisi. Quella è stata una prima vittoria della Fiat e oggi mettono fuori dalla fabbrica quei delegati e quegli operai che non piegano la testa e non stanno zitti, che dicono ogni giorno cosa pensano del modello di produttività che viene loro richiesto. Ancora una volta vogliono dividerci, mandando le lettere ad alcuni e ad altri no. Ma fino a ieri quest’operazione di divisione dei delegati non gli è riuscita, ci ha creato delle difficoltà, ma non è passata». Poi, ai dirigenti sindacali che sostengono l’inevitabilità dell’accordo sottolineando le difficoltà degli ultimi giorni, Falcone risponde: «È vero che abbiamo avuto momenti difficili ai cancelli e tra i lavoratori. Ma, cari compagni, abbiamo dodici anni di esperienza di lotta. Ve la ricordate Mirafiori? C’erano dei momenti in cui era su, dei momenti in cui calava, degli altri momenti in cui risaliva di nuovo. La lotta non è una cosa stabile, che viaggia lineare come una catena di montaggio, sempre uguale a se stessa. Ci sono, a volte, delle difficoltà. Sta al gruppo dirigente analizzare perché la lotta cala, al gruppo dirigente di fabbrica in primo luogo. E allora bisogna trovare le forme di lotta adatte per ritornare su. Noi alcune volte lo abbiamo saputo fare, altre volte no, perché il padrone si è saputo incuneare al nostro interno, ha creato delle divisioni e continua a crearle (…) Qui non ci sono delegati che sono stati o sono per principio contro il sindacato. Ci sono invece delegati che vogliono il massimo quando il livello di lotta esprime il massimo. Questa è la differenza che c’è tra noi, perché c’è qui chi viene a farsi scudo delle difficoltà e del corteo dei capi per giustificare un accordo che a noi ci fa fare dei passi indietro. Ci sono degli accordi che non ci fanno fare dei passi avanti, che magari ti fermano sulle posizioni che hai acquisito. Dopo le difficoltà riprendi il cammino. Ma questo è sicuramente un accordo che ci fa fare molti passi indietro, bastava guardare le facce da funerale dei compagni stamattina ai cancelli, quando è arrivata la notizia dalla radio. Ed è inutile che ci vengano a dire che quest’accordo ci salva dai licenziamenti. Non è vero».

Falcone non si nasconde nulla: né l’immediato futuro («io credo che quest’accordo lo firmeranno comunque, anche se noi siamo contrari»), né i tanti problemi di quei lunghissimi 35 giorni («un punto di debolezza c’è stato, perché alla lotta non hanno partecipato tutti, ma solo una minoranza, quella di sempre»), ma, raccontando se stesso, spiega la realtà della fabbrica in cui è cresciuto per sottrarsi alle giustificazioni che vogliono quell’esito inevitabile: «Qui giochiamo a carte scoperte, senza barare. È una minoranza, sicuramente, che ha gestito questi giorni, che ha fatto le cose, la minoranza degli operai. Ma è la minoranza che ha sempre contato. Noi sappiamo che in un paese come l’Italia non possiamo avere la partecipazione fisica di tutti gli operai, perché tra gli operai ci sono tanti interessi diversi. Ma se gli operai della Fiat non erano consenzienti alla lotta che abbiamo fatto per più di trenta giorni, voi credete che saremmo riusciti a tenerli fuori dai cancelli? E non erano i capi – che volevano entrare – a farci paura, anche quando eravamo in pochi, perché eravamo tranquilli se gli operai non venivano lì a dirci ‘ritorniamo al lavoro’. Per noi era una sicurezza che prima o poi li avremmo avuti, come sempre, dalla nostra parte. L’importante era dimostrare che noi eravamo tutti uniti, che i vertici del sindacato – le confederazioni in questo caso – mettevano in campo tutta la forza del movimento per respingere l’attacco antidemocratico che la Fiat stava portando avanti. Io credo che, in queste condizioni, si potesse ottenere di più; abbiamo ‘strappato’ alla Fiat che dopo due anni e mezzo mi deve riprendere in fabbrica? Oh, non mi pare che abbiamo strappato molto, perché se i rapporti di forza saranno quelli che avremo da domani, allora la Fiat se ne sbatterà le palle di quello che ieri ha detto e ha dichiarato al mondo intero. Ti dirà che il mercato dell’auto non tira, ‘stattene fuori, non tira’, stattene fuori e buona notte. Così, francamente, io ai compagni che sono fuori insieme a me non me la sento di garantirgli che tra due anni e mezzo ritorneranno in fabbrica; gli dirò che rientreranno oppure no a seconda dei rapporti di forza che ci saranno tra due anni e mezzo in Fiat. Ma nonostante questo credo anche che, ora, quest’accordo passerà tra la maggioranza dei lavoratori, non per quello che dice ma perché fa riprendere il lavoro di fronte a un nostro sfaldamento visibile a tutti. Ci sarà una grossa minoranza che dirà no. E per me è quella che conta, quella con cui mi schiero, al di là di ciò che si decide in questa sala, al di là dei tentativi di volerci convincere. Perché noi possiamo anche uscire stasera tutti d’accordo a votare sì alle assemblee. Ma non cambierebbe assolutamente niente. Perché quando domani si verifica che i compagni di lavoro che hanno sempre lottato non rientreranno più, le difficoltà che ci saranno per organizzare qualsiasi vertenza saranno enormi». È una rivendicazione, quella di essere parte delle avanguardie che hanno diretto le iniziative operaie alla Fiat, che hanno sempre rappresentato la grande massa dei lavoratori. È quell’anomalia, nata nel ’69, che corso Marconi ha deciso di cancellare, eliminandone i protagonisti, quei «dirigenti» di linea, officina, reparto, fortemente radicati nel corpo della fabbrica che avevano imposto un diverso modo di vita e di lavoro. Da domani questo corpo sarà smembrato e Falcone sa bene che «passeranno anni prima che la lotta alla Fiat torni a essere possibile». È la coscienza di una sconfitta pesante, ma che non getta alcuna ombra sul proprio patrimonio, su una straordinaria esperienza da rivendicare fino in fondo. E, così, a Marianetti che si lamenta della lunghezza dell’intervento e gli chiede di concludere, Falcone ribatte: «Non ti preoccupare compagno, ne ho anche il diritto. Dopo dodici anni mi cacciano fuori, concedetemi almeno di parlare. Perché io credo che questa possibilità come delegato Fiat, come operaio Fiat, non ce l’avrò mai più. Almeno ho la soddisfazione di aver chiuso in bellezza e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprende più».

L’assemblea dello Smeraldo finisce lì, con Falcone che se ne va verso la cassa integrazione e un nuovo lavoro operaio fuori dalla Fiat. Ci sarebbe poco da aggiungere, ma si deve ancora celebrare il rito delle conclusioni tratte da un leader confederale, in questo caso Pierre Carniti, che debutta con un «prendo la parola per assolvere a un dovere di responsabilità e non, come potete immaginare, a un particolare desiderio…». Parole di un dovere che non corrisponde più al sentire di una platea che nemmeno lo ascolta, lo fischia, lo insulta, lo schernisce, in un preludio di ciò che accadrà il giorno dopo all’assemblea delle meccaniche di Mirafiori. C’è ancora solo il tempo per il tentativo di Rocco Papandrea di far discutere e votare dal Consiglione una mozione da portare alle assemblee di fabbrica, che esprime insoddisfazione per l’ipotesi d’intesa firmata a Roma, boccia la Cig a zero ore e propone ai lavoratori «di organizzarsi e discutere per fare l’ultimo sforzo necessario». Estremo tentativo di portare agli operai il punto di vista dei loro delegati e non solo quello delle segreterie confederali. Ma la presidenza considera chiuso l’incontro dello Smeraldo e la mozione di Papandrea, pur votata spontaneamente da tante mani alzate, resta lettera morta.

Il 16 ottobre è una giornata cupa. Scende una pioggia fitta e fine, da autunno del nord. È qualcosa di più di un clima atmosferico, è l’incombere sui lavoratori Fiat di un lungo e grigio crepuscolo, contro cui nulla possono gli ombrelli che dalle sei del mattino trasformano i piazzali degli stabilimenti in un mare nero. Sotto gli improvvisati palchi si affollano gli operai, sul fondo – il loro luogo di questi giorni di assedio – la massa grigia dei capi, ancora mobilitati, come due giorni prima, per dare l’ultimo colpo al nemico; «democraticamente», stavolta. Ci si riunisce per settori: presse, meccaniche, carrozzerie sono divise in assemblee diverse, ma a essere lacerate sono soprattutto le persone. Ognuno sa di essere solo e che da solo dovrà andare incontro al futuro.

Lama, Carniti e Benvenuto affrontano quel mare di ombrelli con gli argomenti di sempre: inevitabilità dell’accordo, nessuna sconfitta, assicurazioni sulle garanzie di rientro in fabbrica per tutti. Qualche intervento dei delegati reduci dallo Smeraldo contesta quelle tesi. Ma tutto è già scritto, a prescindere dall’esito del voto. Nella tradizione sindacale, da sempre, sono le assemblee del mattino a essere decisive, quelle che danno il «segno» (anche se poi quelle del pomeriggio ne rovesciano l’esito). È lì che l’accordo deve passare per forza. E passa, anche con l’imbroglio, perché non è ancora epoca di referendum e i voti si contano a spanne, un po’ per colpo d’occhio sulle mani alzate, molto per esaudire una volontà che esiste a prescindere. Si scoprirà poi, che, in realtà, quell’intesa è stata bocciata dalla maggioranza (in alcuni stabilimenti, come a Rivalta e alla Lancia di Chivasso, i consigli di fabbrica non la mettono nemmeno ai voti, perché «non corrisponde al mandato ricevuto»), ma sono calcoli e considerazioni impotenti di fronte alla determinazione di chi gestisce le assemblee. Una di queste, quella delle meccaniche dove parla Carniti, passa alla storia attraverso le telecamere della Rai che la riprendono. Quando viene messa ai voti l’approvazione dell’accordo, si chiudono gli ombrelli e un mare di mani si alzano per dire no; il sì viene votato solo dai gruppetti di capi raccolti sul fondo. Ma la presidenza non ha dubbi e – con una formulazione rassicurantemente «bulgara» – decreta: «approvato a larga maggioranza». A quel punto si scatena l’inferno: urla, invettive e un assalto a cui Carniti si sottrae a stento – pagando lo scotto di schiaffi, pugni, ombrellate – grazie a un’automobile di passaggio che lo raccoglie pietosamente per portarlo al sicuro, inseguita da una ventina di operai. Scene analoghe alle presse, con Benvenuto salvato dai giornalisti; se la cava solo con un po’ d’insulti Lama alle carrozzerie.

Lo scenario è quello della disfatta. Lungo il perimetro di Mirafiori – dove si comincia a smantellare ciò che resta di giorni e notti di picchetti – sembra di muoversi tra le carcasse lasciate da una battaglia campale. Ma le rovine peggiori sono nell’animo: se l’accettazione della cassa integrazione a zero ore aveva rappresento una resa incondizionata, la gestione di quella sconfitta viene vissuta come una Caporetto senza ritorno. Un’insultante offesa contro la più profonda intimità delle persone. Una ferita che, celata dalle versioni ufficiali, rimarrà aperta per anni.

Nel pomeriggio, mentre i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil tornano a Roma per firmare definitivamente l’accodo con la Fiat, alla porta cinque di Mirafiori, qualcuno affigge un cartello con il volto di Marx – che per 35 giorni aveva fronteggiato la palazzina della direzione – e un commento: «avevamo la ragione e la forza, ci è rimasta la ragione… forza compagni». Dalle macerie della battaglia un sindacalista della Cgil raccoglie lo striscione caduto a terra e intriso di pioggia del Consiglio di fabbrica di Mirafiori. La bandiera di un esercito che non c’è più.